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Vecchio 27-03-2006, 22.54.37
Ggiove
Guest
 
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Predefinito =?iso-8859-1?q?Tutto_(o_quasi)_quello_che_vorreste_sapere_sul la_tassazione_delle_attivit=E0_finanziarie?=


FAQ sulla tassazione delle attività finanziarie

http://www.lavoce.info/news/view.php..._pk=2082&uid=0
(partecipate anche al forum sul loro sito)


>

In questi giorni vi sono state roventi polemiche sul futuro della
tassazione delle attività finanziarie, ma spesso l'informazione è
stata parziale o fuorviante. Proviamo a rispondere alle domande più
frequenti e sfatare alcuni luoghi comuni.

In questi giorni vi sono state roventi polemiche sul futuro della
tassazione delle attività finanziarie, ma spesso l'informazione è
stata parziale o fuorviante. Proviamo a rispondere alle domande più
frequenti e sfatare alcuni luoghi comuni.



I redditi di capitale sono tassati oggi in Italia? Come?



I redditi di capitale e diversi (interessi, dividendi e plusvalenze)
percepiti da un normale risparmiatore (una persona fisica che non
esercita attività di impresa) sono già oggi tassati nel nostro paese,
ma con aliquote diverse. Sui depositi e conti correnti bancari e
postali e sulle obbligazioni private con scadenza inferiore a diciotto
mesi vi è una imposta sostitutiva dell'Irpef, prelevata alla fonte
con l'aliquota del 27 per cento. Sugli interessi sui titoli del
debito pubblico, sui buoni postali e sulle obbligazioni con scadenza
superiore a diciotto mesi, l'aliquota è invece il 12,5 per cento. La
stessa aliquota è applicata anche ai dividendi e a tutte le
plusvalenze, purché, nel caso di dividendi e plusvalenze azionarie,
l'azionista non detenga partecipazioni qualificate (in caso contrario
una quota, pari al 40 per cento del loro valore è tassata in Irpef).
L'aliquota del 12,5 per cento è applicata al risultato netto di
gestione dei fondi comuni e delle gestioni patrimoniali.



Vi sono buoni motivi per cambiare la tassazione delle attività
finanziarie?



La presenza di due aliquote non ha alcuna giustificazione razionale,
né sotto il profilo dell'equità (perché chi ha interessi da
depositi bancari o postali dovrebbe pagare di più di chi detiene
obbligazioni?), né dal punto di vista dell'efficiente funzionamento
del mercato (la tassazione non dovrebbe interferire sulle scelte
finanziarie degli individui, che dovrebbero essere guidate solo dalla
convenienza economica).

I motivi per unificare il tutto in un'unica aliquota non sono tanto
quelli di recuperare gettito, quanto quelli di rendere più coerente e
razionale il sistema di imposizione diretta dei redditi.



Quale sarebbe il livello ottimale per un'aliquota unica sui redditi
finanziari?



Non vi è un livello ottimale. La scelta va fatta tenendo conto del
tipo di sistema impositivo che si vuole adottare. Se si volesse
adottare, ad esempio, un'imposizione non sul reddito ma sul consumo
("imposta sul reddito spesa"), tema spesso dibattuto nella
letteratura economica, i redditi di capitale dovrebbero essere
esentati. Nessun paese si è mosso però finora in questa direzione.

I redditi di capitale sono spesso tassati con regimi proporzionali,
fuori dal regime progressivo che grava sui redditi di lavoro.
Mediamente quindi sono meno tassati rispetto ai redditi di lavoro.

La scelta di una aliquota intermedia, fra le due attualmente esistenti
(12,5% e 27%) è motivata dalla volontà di ridurre la distanza fra il
prelievo sui redditi finanziari, da un lato, e quello sui redditi di
lavoro (tassati con le aliquote Irpef dal 23 al 43 per cento) e delle
società di capitali (tassati con l'Ires al 33 per cento e l'Irap
al 4,25 per cento), dall'altro.



Come è la tassazione negli altri paesi europei?



Per quanto riguarda gli interessi il modello di tassazione prevalente
nella Unione Europea non è più l'imposizione ordinaria (imposta
personale e progressiva sul reddito), ma un insieme variegato di regimi
sostitutivi e separati. Nell'Europa a 25, gli interessi rimangono
assoggettati al regime ordinario di tassazione solo nel Regno Unito e
Slovenia e, per opzione del contribuente, in Belgio, Francia e, in
parte, in Germania.

I regimi di tassazione separata o sostitutiva prevedono generalmente
una sola aliquota di tassazione (anche se in molti paesi, soprattutto
fra i nuovi entranti, sono previste esenzioni per varie tipologie di
interessi) il cui livello varia fra il 10 e il 35 per cento, ma è
generalmente non inferiore al 15-20 per cento (ad esempio, 27 per cento
in Francia, 31,65 per cento in Germania al di sopra di una soglia
esente, dal 20 al 40 per cento nel Regno Unito, 28 per cento in
Finlandia).

Nei paesi nordici, che applicano sistemi cosiddetti di dual income tax,
l'aliquota sui redditi di capitale coincide con l'aliquota base
dell'imposta personale progressiva sul reddito.



Fissare una aliquota superiore al 12,5 per cento può provocare una
fuga di capitali?

L'enfasi posta su questa eventualità va sicuramente ridimensionata.
In primo luogo, perché l'aggravio medio per il contribuente sarebbe
limitato, in quanto l'aliquota sui depositi bancari e postali si
riduce corrispondentemente.
In secondo luogo, perché anche se si investe all'estero, occorre
pagare le imposte in Italia, con le stesse aliquote applicate ai
redditi di capitale interni. Se non lo si fa, è perché si evade. Ma
vi sono strumenti crescenti di controllo e contrasto di questo tipo di
evasione. Vi è un sistema di monitoraggio interno sui movimenti di
capitale da e per l'estero. Dal luglio 2005 è poi in vigore una
direttiva europea che prevede lo scambio di informazioni automatico fra
paesi sul pagamento di interessi a contribuenti europei. I paesi che
non vi hanno aderito, applicano una ritenuta alla fonte del 15 per
cento, che aumenterà progressivamente fino al 35 per cento, con
retrocessione del 75 per cento del gettito al paese di residenza del
percettore. Anche importanti paesi, non appartenenti alla Unione, hanno
aderito all'accordo e operano una ritenuta alla fonte ai livelli
indicati (per esempio, Svizzera e Liechtenstein), o concorrono allo
scambio di informazioni (come Monaco e San Marino). Certo, sfuggendo al
monitoraggio e cioè utilizzando canali illegali, si può sempre andare
alle Cayman o altro paradiso fiscale in cui la direttiva non si applica
ma ci si va già adesso e, semmai, non solo per risparmiare il 12,5 per
cento di imposta.



Se si aumentasse l'aliquota sugli interessi dei titoli pubblici non
si correrebbe il rischio di un aumento dei rendimenti lordi che lo
Stato deve garantire ai sottoscrittori, con il risultato che il Governo
pagherebbe con la mano sinistra quello che ha raccolto con la mano
destra?



I titoli del debito pubblico sono per lo più detenuti da soggetti
esteri (55 per cento) e per il 20 per cento da banche e imprese. Per
questi soggetti l'aumento dell'aliquota del 12,5 per cento non
avrebbe alcun effetto. I risparmiatori (persone fisiche residenti) per
i quali l'aumento dell'aliquota del 12,5 per cento ha effetto
detengono meno del 16 per cento dei titoli pubblici (il restante 9 per
cento è nelle mani dei fondi comuni). Difficilmente la loro domanda
sarà in grado di influenzare le condizioni di offerta, e ciò a
maggior ragione a seguito del progressivo allineamento dei tassi di
interesse lordi fra paesi, reso possibile dall'adesione del nostro
paese all'Unione monetaria europea. Non si creerebbe una convenienza
a modificare la composizione del portafoglio, perché la nuova aliquota
sarebbe applicata ai redditi di tutti i tipi di attività finanziaria.



È possibile che un'eventuale riforma delle aliquote si applichi in
modo retroattivo?



No. Eventuali nuove aliquote si applicherebbero solo ai nuovi redditi
di capitale. Dunque, l'imposta non sarebbe retroattiva. Anche per
quanto riguarda le plusvalenze, come si è fatto in passato, per
evitare la tassazione retroattiva si calcolano le plusvalenze maturate
fino al momento dell'introduzione della nuova aliquota in modo da
assoggettare al nuovo regime solo quelle maturate dopo tale data.



Che differenza c'è fra tassare anche i redditi futuri di titoli già
oggi in circolazione o limitare la tassazione solo ai redditi derivanti
da titoli emessi dopo una eventuale riforma?



Se si limitasse la nuova aliquota ai soli titoli emessi dopo
l'entrata in vigore della riforma si creerebbero differenze di
trattamento tra titoli di vecchia e di nuova emissione, facendo un bel
regalo in conto capitale (e cioè nella valutazione dei titoli) a chi
ha titoli più vecchi, come è puntualmente avvenuto nel 1986, al
momento dell'introduzione della tassazione sui titoli pubblici. Alla
differenza attuale per durata del titolo, se ne sostituirebbe
un'altra per data di emissione. Inoltre questo periodo di transizione
si protrarrebbe per circa un trentennio, creando segmentazioni sui
mercati secondari. Diventerebbe più complessa anche la tassazione dei
fondi comuni, tassati sul risultato di gestione. Per motivi di equità
e di efficiente funzionamento dei mercati è dunque decisamente
preferibile estendere la riforma anche ai titoli già in circolazione.



Aumentare la tassazione sui titoli pubblici significherebbe colpire i
piccoli risparmiatori?



I titoli pubblici sono una componente minoritaria del risparmio delle
famiglie; rappresentano secondo l'ultimo bollettino economico della
Banca d'Italia solo il 5,6 per cento delle attività finanziarie
detenute dalle famiglie. Per affrontare il problema dell'equità
della riforma proposta occorre considerare l'insieme di queste
attività.



Quali sono allora gli effetti redistributivi della riforma?



Per rispondere a questa domanda occorre tener presente che la ricchezza
finanziaria è nel nostro paese molto concentrata. Sulla base dei dati
ricavabili dall'ultima inchiesta della Banca d'Italia sui redditi e
la ricchezza delle famiglie italiane, corretti per tener conto delle
note sottostime che emergono in questo tipo di rilevazioni campionarie,
si evince che il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede, da
solo, il 40 per cento dello stock di attività finanziarie (con
l'esclusione di riserve assicurative e fondi pensione) dell'insieme
delle famiglie, contro il solo 1,2 per cento posseduto dal 10 per cento
delle famiglie più povere. Uniformare le aliquote a un livello
intermedio (ad esempio, il 19-20 per cento) avrebbe quindi sicuramente
effetti redistributivi positivi.



Si può fissare una esenzione per i piccoli risparmi?



Generalmente l'esenzione ai piccoli risparmiatori viene concessa
nell'ambito di una tassazione personale, non di una tassazione
sostitutiva, come la nostra, perché richiede di conoscere i redditi
finanziari complessivamente ricevuti dal singolo risparmiatore. È
comunque possibile studiare forme di esenzione, attraverso meccanismi
di opzione per la tassazione ordinaria o di certificazione
dell'imposta pagata da parte degli intermediari.



Quanto sarebbe il gettito che si potrebbe ottenere da una riforma di
questo tipo?



Le stime del gettito atteso vanno prese con molta cautela, in quanto in
larga parte dipendono dalle ipotesi che si fanno circa la rilevanza
delle plusvalenze, che sono però una componente con un andamento molto
erratico. Vi è poi difficoltà a stimare la tassazione dei fondi
comuni, i quali stanno ancora sfruttando, in compensazione, ingenti
crediti di imposta maturati in passato, a seguito delle minusvalenze
conseguite sui mercati azionari.

Si parla comunque di una cifra compresa fra i 2,5 e i 4,2 miliardi. Di
questi, meno di 400 milioni arriverebbero dalla tassazione dei titoli
pubblici.



Ma se la nuova aliquota fosse applicata in modo uniforme a tutti i
redditi di capitale e diversi, inclusi dividendi e plusvalenze
azionarie, non si avrebbe un fenomeno di doppia imposizione, posto che
dividendi e plusvalenze azionarie possono avere già subito un primo
livello di tassazione in capo alla società?



Già oggi vi è doppia imposizione, ma questa aumenterebbe se ci si
limitasse ad aumentare l'aliquota del 12,5 per cento anche sui
dividendi e sulle plusvalenze azionarie. Una volta il problema non si
poneva, perché c'erano delle compensazioni, che riducevano la
tassazione complessiva (societaria e personale) sugli utili di impresa:
la dual income tax in capo alla società e il credito di imposta ai
dividendi, in capo al socio. Oggi questi correttivi non ci sono più.
Se si vuole evitare di penalizzare le società che si finanziano con
capitale proprio sul mercato dei capitali, occorrerà una riforma più
organica che coinvolga anche la tassazione del reddito delle società.
E' questo un aspetto spesso trascurato nel dibattito, che meriterebbe
maggiore attenzione

Silvia Giannini
Maria Cecilia Guerra
>


Alt 27-03-2006, 22.54.37
borsa-italia.net
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  #2  
Vecchio 28-03-2006, 11.46.47
Viktor
Guest
 
Messaggi: n/a
Predefinito Re: Tutto (o quasi) quello che vorreste sapere sulla tassazione delle attività finanziarie

I motivi per unificare il tutto in un'unica aliquota non sono tanto
quelli di recuperare gettito, quanto quelli di rendere più coerente e
razionale il sistema di imposizione diretta dei redditi.



Fissare una aliquota superiore al 12,5 per cento può provocare una
fuga di capitali?

L'enfasi posta su questa eventualità va sicuramente ridimensionata.
In primo luogo, perché l'aggravio medio per il contribuente sarebbe
limitato, in quanto l'aliquota sui depositi bancari e postali si
riduce corrispondentemente.

Questa , onestamente, senza offese, e' un'autentica presa per i fondelli del
risparmiatore. Se mi trovi un deposito bancario che rende quanto un btp, si
ringrazia per l'informazoine.



In secondo luogo, perché anche se si investe all'estero, occorre
pagare le imposte in Italia, con le stesse aliquote applicate ai
redditi di capitale interni. Se non lo si fa, è perché si evade. Ma
vi sono strumenti crescenti di controllo e contrasto di questo tipo di
evasione. Vi è un sistema di monitoraggio interno sui movimenti di
capitale da e per l'estero. Dal luglio 2005 è poi in vigore una
direttiva europea che prevede lo scambio di informazioni automatico fra
paesi sul pagamento di interessi a contribuenti europei. I paesi che
non vi hanno aderito, applicano una ritenuta alla fonte del 15 per
cento, che aumenterà progressivamente fino al 35 per cento, con
retrocessione del 75 per cento del gettito al paese di residenza del
percettore. Anche importanti paesi, non appartenenti alla Unione, hanno
aderito all'accordo e operano una ritenuta alla fonte ai livelli
indicati (per esempio, Svizzera e Liechtenstein), o concorrono allo
scambio di informazioni (come Monaco e San Marino). Certo, sfuggendo al
monitoraggio e cioè utilizzando canali illegali, si può sempre andare
alle Cayman o altro paradiso fiscale in cui la direttiva non si applica
ma ci si va già adesso e, semmai, non solo per risparmiare il 12,5 per
cento di imposta.

Si prega di comunicarlo ai soggetti con conti in lussemburgo. Grazie.

Se si aumentasse l'aliquota sugli interessi dei titoli pubblici non
si correrebbe il rischio di un aumento dei rendimenti lordi che lo
Stato deve garantire ai sottoscrittori, con il risultato che il Governo
pagherebbe con la mano sinistra quello che ha raccolto con la mano
destra?



I titoli del debito pubblico sono per lo più detenuti da soggetti
esteri (55 per cento) e per il 20 per cento da banche e imprese. Per
questi soggetti l'aumento dell'aliquota del 12,5 per cento non
avrebbe alcun effetto. I risparmiatori (persone fisiche residenti) per
i quali l'aumento dell'aliquota del 12,5 per cento ha effetto
detengono meno del 16 per cento dei titoli pubblici (il restante 9 per
cento è nelle mani dei fondi comuni). Difficilmente la loro domanda
sarà in grado di influenzare le condizioni di offerta, e ciò a
maggior ragione a seguito del progressivo allineamento dei tassi di
interesse lordi fra paesi, reso possibile dall'adesione del nostro
paese all'Unione monetaria europea. Non si creerebbe una convenienza
a modificare la composizione del portafoglio, perché la nuova aliquota
sarebbe applicata ai redditi di tutti i tipi di attività finanziaria.


Altra bufala. I grandi investitori cercherebbero altri titoli di stato di
altri paesi, e l'italia dovrebbe alzare i suoi interessi passivi.


È possibile che un'eventuale riforma delle aliquote si applichi in
modo retroattivo?



No. Eventuali nuove aliquote si applicherebbero solo ai nuovi redditi
di capitale. Dunque, l'imposta non sarebbe retroattiva. Anche per
quanto riguarda le plusvalenze, come si è fatto in passato, per
evitare la tassazione retroattiva si calcolano le plusvalenze maturate
fino al momento dell'introduzione della nuova aliquota in modo da
assoggettare al nuovo regime solo quelle maturate dopo tale data.

Altra bufala. Il gettito previsto sulle nuove emissioni e' basso. Anche
perche' il risparmiatore altrimenti comprerebbe le vecchie.



Che differenza c'è fra tassare anche i redditi futuri di titoli già
oggi in circolazione o limitare la tassazione solo ai redditi derivanti
da titoli emessi dopo una eventuale riforma?





Aumentare la tassazione sui titoli pubblici significherebbe colpire i
piccoli risparmiatori?


Si, perche' i grandi da sempre non hanno qua i loro depositi PURTROPPO.

I titoli pubblici sono una componente minoritaria del risparmio delle
famiglie; rappresentano secondo l'ultimo bollettino economico della
Banca d'Italia solo il 5,6 per cento delle attività finanziarie
detenute dalle famiglie. Per affrontare il problema dell'equità
della riforma proposta occorre considerare l'insieme di queste
attività.


Altra bufala. La proporzione fra risparmio detenuto in titoli pubblici dai
risparmiatori italiani e le altre forme di risparmio sarebbe da verificare.
Scopriremmo che i titoli pubblici ALMENO sono il 70% di quanto detenuto dai
risparmiatori italiani.


Quali sono allora gli effetti redistributivi della riforma?



Per rispondere a questa domanda occorre tener presente che la ricchezza
finanziaria è nel nostro paese molto concentrata. Sulla base dei dati
ricavabili dall'ultima inchiesta della Banca d'Italia sui redditi e
la ricchezza delle famiglie italiane, corretti per tener conto delle
note sottostime che emergono in questo tipo di rilevazioni campionarie,
si evince che il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede, da
solo, il 40 per cento dello stock di attività finanziarie (con
l'esclusione di riserve assicurative e fondi pensione) dell'insieme
delle famiglie, contro il solo 1,2 per cento posseduto dal 10 per cento
delle famiglie più povere. Uniformare le aliquote a un livello
intermedio (ad esempio, il 19-20 per cento) avrebbe quindi sicuramente
effetti redistributivi positivi.



Si può fissare una esenzione per i piccoli risparmi?



Generalmente l'esenzione ai piccoli risparmiatori viene concessa
nell'ambito di una tassazione personale, non di una tassazione
sostitutiva, come la nostra, perché richiede di conoscere i redditi
finanziari complessivamente ricevuti dal singolo risparmiatore. È
comunque possibile studiare forme di esenzione, attraverso meccanismi
di opzione per la tassazione ordinaria o di certificazione
dell'imposta pagata da parte degli intermediari.

> L'unico modo sarebbe quello di rendere nominativi i titoli, cosa
> abbastanza impossibile per le vecchie emissioni. In realta' scatenerete
> l'anagrafe tributaria , con effetti penalizzanti sul risparmiatore a
> fronte degli inevitabili errori di calcolo che verranno fatti.


Quanto sarebbe il gettito che si potrebbe ottenere da una riforma di
questo tipo?



Le stime del gettito atteso vanno prese con molta cautela, in quanto in
larga parte dipendono dalle ipotesi che si fanno circa la rilevanza
delle plusvalenze, che sono però una componente con un andamento molto
erratico. Vi è poi difficoltà a stimare la tassazione dei fondi
comuni, i quali stanno ancora sfruttando, in compensazione, ingenti
crediti di imposta maturati in passato, a seguito delle minusvalenze
conseguite sui mercati azionari.

Si parla comunque di una cifra compresa fra i 2,5 e i 4,2 miliardi. Di
questi, meno di 400 milioni arriverebbero dalla tassazione dei titoli
pubblici.


Altra bufala , guardare sopra.


Ma se la nuova aliquota fosse applicata in modo uniforme a tutti i
redditi di capitale e diversi, inclusi dividendi e plusvalenze
azionarie, non si avrebbe un fenomeno di doppia imposizione, posto che
dividendi e plusvalenze azionarie possono avere già subito un primo
livello di tassazione in capo alla società?



Già oggi vi è doppia imposizione, ma questa aumenterebbe se ci si
limitasse ad aumentare l'aliquota del 12,5 per cento anche sui
dividendi e sulle plusvalenze azionarie. Una volta il problema non si
poneva, perché c'erano delle compensazioni, che riducevano la
tassazione complessiva (societaria e personale) sugli utili di impresa:
la dual income tax in capo alla società e il credito di imposta ai
dividendi, in capo al socio. Oggi questi correttivi non ci sono più.
Se si vuole evitare di penalizzare le società che si finanziano con
capitale proprio sul mercato dei capitali, occorrerà una riforma più
organica che coinvolga anche la tassazione del reddito delle società.
E' questo un aspetto spesso trascurato nel dibattito, che meriterebbe
maggiore attenzione



Con tutto il rispetto: IL RISPARMIO degli italiani e' una virtu' dei
contribuenti italiani o e' un demerito?

Poi ognuno la pensi come vuole. Ma il programma a pagina 202 scrivetelo
meglio.


  #3  
Vecchio 28-03-2006, 12.43.32
Lillo
Guest
 
Messaggi: n/a
Predefinito Re: Tutto (o quasi) quello che vorreste sapere sulla tassazione delle attività finanziarie

> Questa , onestamente, senza offese, e' un'autentica presa per i fondelli
> del risparmiatore. Se mi trovi un deposito bancario che rende quanto un
> btp, si ringrazia per l'informazoine.


E' vera la parte dei lordisti, ma è falsa quella sulla compensazione con gli
interessi su c/c bancari e postali: se arrivano al 10% delle rendite di una
famiglia è tanto...

> Si prega di comunicarlo ai soggetti con conti in lussemburgo. Grazie.


Il problema non è per le persone fisiche ma per le società: è chiaro che a
una persona fisica se ha disponibilità non conviene aprire conti in svizzera
o lussemburgo, ma società: delle pure holding d'investimento che pagano
pochissime tasse. E' qua lo scandalo, ma non si farà mai nulla perchè i vari
Berlusconi da una parte e Tronchetti, Profumo, Passera ecc dall'altra non si
tirano la mazza sui piedi.

> Altra bufala. I grandi investitori cercherebbero altri titoli di stato di
> altri paesi, e l'italia dovrebbe alzare i suoi interessi passivi.


Non è vero: i grandi investitori operano indifferentemente dal regime
fiscale sull'investitore finale...

> Altra bufala. La proporzione fra risparmio detenuto in titoli pubblici dai
> risparmiatori italiani e le altre forme di risparmio sarebbe da
> verificare. Scopriremmo che i titoli pubblici ALMENO sono il 70% di quanto
> detenuto dai risparmiatori italiani.


Sì, e soprattutto qua si parla non di titoli di stato ma di RENDITE
FINANZIARIE in generale, quindi capital gain, obbligazioni non governative,
fondi, ecc.

> Si può fissare una esenzione per i piccoli risparmi?


Teoricamente sì, ma la prima cosa da fare sarebbe spalmare il patrimonio su
figli e nipoti per sfruttare al limite l'esenzione.

>> L'unico modo sarebbe quello di rendere nominativi i titoli, cosa
>> abbastanza impossibile per le vecchie emissioni. In realta' scatenerete
>> l'anagrafe tributaria , con effetti penalizzanti sul risparmiatore a
>> fronte degli inevitabili errori di calcolo che verranno fatti.

> Quanto sarebbe il gettito che si potrebbe ottenere da una riforma di
> questo tipo?


Mah, il grosso dei titoli in circolazione è comunque nominativo visto che i
titoli dematerializzati hanno l'obbligo della nominatività, non vedo dove
sia il problema. Forse perchè saltano fuori gli altarini?


 


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