Da parte di Corto Maltese un regalino per Robin Hood,dall'amico di
Corto,Anti-Comunista per Antonomasia IL VANDEANO
Conoscere il Comunismo
Dispense filosofico-formative
Questo studio è utilissimo per capire la situazione politica attuale,
nonostante risalga al 1971.
PARTE PRIMA
LA DOTTRINA COMUNISTA
Che cosa il marxismo dice di essere
Il Materialismo
Il materialismo dialettico
Il materialismo storico
Il comunismo nega: religione, famiglia e proprietà
La Rivoluzione Permanente
PARTE SECONDA
IL COMUNISMO IN AZIONE
Il leninismo
La strategia leninista
La crisi teoretica del marxismo
Conclusione
Note
Che cosa il marxismo dice di essere
"Il marxismo leninismo (è una) concezione unitaria del mondo"(1).
Quale "concezione del mondo"? "Il materialismo dialettico è la
concezione del mondo propria del partito marxista leninista"(2). "Il
marxismo, come concezione del mondo e preso in tutta la sua ampiezza,
si chiama materialismo dialettico... Questa denominazione di
materialismo dialettico si addice alla dottrina così designata meglio
del termine abituale di marxismo''(3). "Il marxismo non è un'astratta
teoria Filosofica né un semplice metodo storiografico, e neppure un
limitato campo di dottrine economiche e politiche, ma una completa
concezione del mondo poggiante sul materialismo dialettico e storico -
in cui tutti questi aspetti sono presenti organicamente fusi"(4). Il
marxismo non è una somma di dottrine giustapposte che possono essere
giudicate separatamente, ma è un tutto organico che deve essere
considerato sempre nel suo insieme. Considerazioni del tipo "accetto
l'analisi economica del Marxismo ma non la filosofia", "accetto
questa singola parte e rifiuto quest'altra", denunciano una
fondamentale incomprensione del carattere globale del marxismo.
Il Materialismo
"La filosofia del marxismo è il materialismo... la filosofia di Marx
è il materialismo filosofico integrale"(5).
Che cosa è il materialismo?
Il materialismo è la dottrina secondo cui la materia è l'unica
realtà: non c'è Dio, non c'è anima, non ci sono valori e fini
spirituali che trascendono l'uomo, ma tutto ciò che esiste è un
prodotto della materia. "Il materialismo... considera come dato
primordiale la materia e come dato secondario la coscienza, il
pensiero, la sensazione"(6). Il marxismo distingue due soli tipi di
filosofia: - il materialismo, secondo cui tutto ciò che esiste
proviene dalla materia: - l'idealismo, che ammette l'esistenza di
qualcosa che non proviene dalla materia. Idealista, per i marxisti, è
dunque non solo Hegel, secondo il quale l'idea è l'unica realtà, ma
chiunque affermi l'esistenza di realtà non materiali (Dio, l'anima,
ecc.). Che cos'è la materia?
Il marxismo evita per lo più di impelagarsi in questioni scientifiche
sull'essenza della materia (atomi o energia, corpuscoli o onde,
ecc.). La materia è una "categoria filosofica" (Lenin): in questo
senso è semplicemente definita "ciò che agendo sugli organi dei
nostri sensi produce la sensazione"(7). Le proprietà della materia
sono l'eternità e l'infinità: ''in ogni sua parte non ha né principio
né fine"(8). "Eternità nel tempo ed infinità nello spazio consistono
già originariamente e secondo il semplice senso letterale delle
parole nel non avere un termine, alcuna direzione, né su né giù, né a
destra né a sinistra"(9). Lo spirito, il pensiero, la coscienza
derivano dalla materia: non che il pensiero sia materiale, ma "la
nostra coscienza, il nostro pensiero, per quanto appaiano
sovrasensibile, sono il prodotto di un organo materiale corporeo: il
cervello. La materia non è un prodotto dello spirito, ma lo spirito
stesso, non è altro che il prodotto più alto della materia. Questo,
naturalmente, è materialismo puro"(10).
Il materialismo dialettico
Il materialismo marxista si distingue da tutti quei materialismi che
hanno concepito la realtà come oggetto: non invece come attività
sensibile, prassi"(11). Il materialismo illuministico (Helvetius,
d'Holbach, Diderot), il materialismo positivistico (Moleschott,
Buchner) sono materialismi statici, Marx aggiunge una nota dinamica,
la dialettica. La materia non è statica, ma è in movimento: "il
movimento è il modo di esistere della materia" (12). Come la materia,
il movimento è infinito ed eterno: "non si può né creare né
distruggere" (13) e "quando noi diciamo che materia e movimento sono
increati e indistruttibili, noi diciamo che il mondo esiste come
progresso infinito, e abbiamo con ciò compreso tutto ciò che c'è da
comprendere" (14). Non un qualunque movimento, ma il movimento
dialettico, la dialettica. Per Hegel la dialettica era il movimento
dell'unica realtà che e l'Idea, lo Spirito, il Pensiero
("Panlogismo"; tutto è Idea). Tale movimento avveniva attraverso la
continua nascita, dalla totta di due termini che si urtano, di un
terzo termine sintetico che supera gli altri due e che subito diventa
il primo membro di una nuova triade. Il processo del reale è sempre
un processo triadico: il primo termine si chiama tesi, il secondo
antitesi, il terro - che supera gli altri due - sintesi. Ogni sintesi
diventa la tesi di una nuova triade, e così via all'infinito.
Il materialismo storico
Il materialismo storico è l'applicazione del materialismo dialettico
alla storia della società: "Il materialismo storico estende i
principi del materialismo dialettico allo studio della vita
sociale... allo studio della storia e della società" (23). Non si
tratta di un'altra componente dissociabile dal materialismo
dialettico: la stessa evoluzione della materia, che ha prodotto
l'uomo mediante il lavoro primordiale, prosegue, sempre avanzando
dialetticamente, mediante il lavoro organizzato. Lavorando, l'uomo si
trasforma, la natura si muta, l'evoluzione continua: "cambiare la
società" significa allora "cambiare l'uomo".
La storia interpretata materialisticamente
L'elemento fondamentale dell'evoluzione storica è l'elemento
materiale, economico: "La forma fondamentale dell'attività degli
individui è naturalmente quella materiale, dalla quale dipende ogni
altra forma intellettuale, politica, religiosa, ecc." (24). "Le
relazioni fondamentali di ogni società umana sono quindi i rapporti
di produzione" (25) che costituiscono la "struttura essenziale"
la "infrastruttura" su cui si impianta la "sovrastruttura" ideologica
(morale, diritto, arte, religione, ecc.) che non ne è che il
riflesso. "Non è la coscienza dell'uomo che determina la sua maniera
di essere, ma è, al contrario, la sua maniera di essere sociale che
determina la sua coscienza" (26). I rapporti di produzione
determinano le classi sociali, che si presentano come dato costante
della storia da quando esiste la proprietà privata. La storia,
dunque, è storia di classi.
La storia interpretata dialetticamente
Le classi entrano necessariamente in conflitto fra di loro: "la lotta
di classe... è un fenomeno assolotamente necessario e inevitabile"
(27). La conflittualità storica che si esprime nella lotta di classe
è diretta conseguenza della conflittualità filosofica della
dialettica. Nella storia c'è un necessario processo dialettico, che
si fonda sulla contradditorietà del reale e sulla lotta degli
opposti. Da questa lotta, attraverso il processo triadico tesi-
antitesi-sintesi, scaturisce il progresso. "La storia di ogni società
finora esistita è storia di lotta di classe. Liberi e schiavi,
patrizi e plebei, baroni e servi della gleba... in una parola,
oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro,
hanno sostenuto una lotta ininterrotta... una lotta che finì sempre o
con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la
rovina comune delle classi in lotta" (28). E' la tesi mentale
del "Manifesto del partito comunista". Allo stadio attuale in cui è
giunta, la lotta di classe si è semplificata, al punto che non
esistono più che due classi: borghesi e proletari. "L'epoca nostra,
l'epoca della borghesia, si distingue... perché ha semplificato i
contrasti fra ie due classi. La società intera si va sempre più
scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi direttamente
opposte l'una all'altra: borghesia e proletariato" (29). La borghesia
è la classe sfruttatrice, il proletariato è la classe sfruttata. Lo
sfruttamento consiste in questo: che il proletario con il suo lavoro
crea nella merce che produce un "valore" che solo parzialmente è
coperto dal salario che percepisce, mentre per il rimanente è
accumulato dal capitalista, il quale si arricchisce grazie a questo
plusvalore ingiustamente sottratto al lavoratore. Di qui l'aggravarsi
delle condizioni del proletariato, che necessariamente condurrà alla
rivoluzione e alla "dittatura del proletariato", insieme esito
necessario e termine della lotta di classe in quanto ché, dopo la
vittoria del proletariato, non si potrà più parlare di classi
distinte. La lotta di classe, cioè, "ha ora raggiunto un punto in cui
la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non può più
liberarsi dalla classe che la sfrutta e la opprime (la borghesia)
senza liberare anche a un tempo, e per sempre, la società tutta dallo
sfruttamento, dall'oppressione e dalla lotta fra le classi" (30).
Occorre notare che la teoria economica del valore-lavoro, che è il
nucleo del "Capitale" di Marx, non può essere staccata dal quadro
filosofico generale del marxismo. Non si può "accettare l'analisi
economica di Marx rifiutando la sua filosofia", come alcuni dicono:
agli economisti che criticavano la nebulosa teoria del valore-lavoro,
il marxista Rudolf Hilferding rispose nel 1904 (ne "La critica di
Bohm-Bawerk a Marx") che "il problema non si pone a livello
semplicemente economico". L'analisi materialista dell'economia non si
può giudicare indipendentemente dal materialismo dialettico, anzi è
l'applicazione del materialismo dialettico all'economia.
La dittatura del proletariato e il deperimento dello Stato
La dittatura del proletariato è un momento di transizione verso la
società senza classi: e poiché lo Stato è la traduzione storica degli
antagonismi di classe, macchina repressiva, strumento di dominazione,
la scomparsa delle classi porterà con sé la scomparsa dello Stato. Il
fine è analogo a quello anarchico. In termini giuridici si avranno:
1°) - un periodo di super-diritto (la dittatura del proletariato) in
cui il diritto regolerà minuziosamente la vita dell'individuo in
tutti i minimi particolari, cioè di massimo potere possibile dello
Stato sulla persona.
2°) - un periodo di non-diritto, in cui non ci sarà più bisogno di
codici né di leggi perché te masse seguiranno spontaneamente il
meglio. "Il proletariato non ha bisogno dello Stato che per un certo
tempo. Non siamo affatto in disaccordo con gli anarchici quanto
all'abolizione dello Stato, come fine. Affermiamo che, per respingere
gli avversari e raggiungere questo scopo, è necessario utilizzare
provvisoriamente gli strumenti... del potere dello Stato contro gli
sfruttatori, così come, per la soppressione delle classi, è
indispensabile la dittatura provvisoria della classe oppressa" (31).
Come finirà la dittatura del proletariato, lo Stato proletario? Non
in maniera violenta, come è finito lo Stato borghese, ma, secondo
Lenin, in modo naturale, per deperimento. Ci sarà, cioè, uno
spontaneo passaggio dalla fase inferiore alla fase superiore della
società comunista. Allora "tutta la società non sarà più che un
grande ufficio ed una grande fabbrica con eguaglianza di lavoro ed
eguaglianza di salario" (32). Dittatura degli operai armati che
secondo Lenin determinerà l'assuefazione al lavoro spontaneo: e,
mentre il capitalismo borghese remunerava secondo il lavoro
effettuato, la società senza classi remunererà ognuno secondo i suoi
bisogni. "Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi
bisogni". Questo passaggio dal capitalismo alla fase inferiore del
comunismo (dittatura del proletariato) in cui tutti sono
coercitivamente uguali, e dalla fase inferiore a quella superiore
(società senza classi) in cui l'uguaglianza è invece il risultato
delle libere volontà, è secondo Lenin inevitabile, e dunque non è
utopistico, ma scientifico. Si ignorano i tempi dello sviluppo, ma
abbiamo la certezza di questo "deperimento":
l'evoluzione storica travolgerà la religione, la famiglia, la
proprietà.
Queste grandi linee dell'ideologia marxista ci permettono di definire
il marxismo una setta filosofica: non una scuola, non una corrente,
non un movimento di pensiero, ma una setta per il suo carattere
religioso: una religione evidentemente secolarizzata e trasposta sul
piano temporale. Si tratta di una vera e propria utopia: e il
carattere proprio di ogni utopia è quello di falsare le leggi
necessarie della natura, falsare quell'ordine che è stato dato da Dio
e a cui l'uomo deve conformarsi, entro cui deve realizzarsi. L'odio
per Dio porta a negare la Sua creazione: la natura. Così, mediante il
processo dell'evoluzione storica, il marxismo cerca di dissolvere le
realtà naturali prime, facendone pure realtà storiche in balia del
trionfante divenire: cosi è per la religione, la famiglia, la
proprietà.
Il comunismo nega la religione, la famiglia, la proprietà
A) Religione
Il marxismo, presentandosi come materialismo e negando quindi
l'esistenza di Dio, nega di conseguenza la religione come rapporto
necessario che lega, attraverso il rito, l'uomo a Dio. La religione è
una sovrastruttura: "L'uomo fa la religione e non la religione
l'uomo... (la religione) è la realizzazione fantastica dell'essenza
umana", "essa è l'oppio del popolo" (33). "La religione - aggiunge
Lenin - è una specie di acquavite spirituale, nella quale gli schiavi
del capitale annegano la loro personalità umana e le loro
rivendicazioni di una vita in qualche misura degna di uomini" (34).
Secondo la Grande Enciclopedia Sovietica, la religione "è
antisocialista per definizione, costituendo il prodotto
dell'impotenza e dell'ignoranza: è l'oppio del popolo, secondo
quell'affermazione di Marx che Lenin definì la base della dottrina
marxista in materia"(35). La religione è dunque un male sociale che
la rivoluzione comunista deve combattere: "la nostra propaganda
comprende necessariamente anche la propaganda dell'ateismo" (36).
Secondo l'art. 124 della Costituzione Sovietica: "La libertà di culto
e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute per tutti
i cittadini". Di fatto la propaganda religiosa e l'insegnamento
religioso sono proibiti, mentre è favorita e incrementata la
propaganda ateistica e antireligiosa. In realtà, come ogni forma di
pensiero rivoluzionario, il marxismo vuole sostituire il culto
dell'uomo al culto di Dio: "La critica della religione disinganna
l'uomo affinché egli consideri, plasmi e raffiguri la sua realtà come
un uomo disincantato, divenuto ragionevole, perché egli si muova
intorno a sé stesso e quindi al suo vero sole. La religione è
soltanto il sole illusorio che si muove attorno all'uomo, finché
questi non si muove attorno a sé stesso" (37). "La critica della
religione porta alla dottrina secondo la quale l'uomo è per l'uomo
l'essere supremo" (38). L'uomo è Dio dell'uomo, e l'utopia del
paradiso che la Rivoluzione creerà sulla terra sostituisce la fede
nella vita eterna: "la lotta effettivamente rivoluzionaria della
classe oppressa per creare il paradiso in terra é per noi più
importante dell'unita delle idee dei proletari sul paradiso in cielo"
(39). La religione è però insieme "espressione della miseria e
protesta contro di essa" (40). Marx, come poi Gramsci, distingue
dunque:
- una religione "progressiva" (la "protesta contro la miseria") che
esprime utopisticamente, in forma confusa e mitica, l'ugualitarismo
rivoluzionario che solo il marxismo esprimerà scientificamente.
Questa "religione" va dunque "demistificata" e "inverata": il
credente progressista, seguendo la sua stessa linea di pensiero, va
condotto coerentemente all'ateismo marxista;
- una religione "tradizionale" ("espressione della miseria") che va
totalmente sradicata e distrutta.
B) Famiglia
- La famiglia è una sovrastruttura
La famiglia, come la religione e la proprietà, è per il comunismo una
realtà di storia e non di natura: quindi" che l'abolizione
dell'economia separata sia inseparabile dall'abolizione della
famiglia è cosa che s'intenda da sé" (41). Secondo Marx il comunismo
finirà per introdurre "una forma superiore del rapporto tra i due
sessi" fondata sulla "composizione del personale operaio combinato
con individui d'ambo i sessi e delle età più differenti" (42).
- L'origine della famiglia
Secondo Engels (nella nota opera "l'origine della famiglia, della
proprietà privata e dello Stato" (43), fondata peraltro sugli studi
dell'etnologo americano Morgan, oggi caduti nel più completo
discredito) la famiglia monogamica è nata con la proprietà privata e
col diritto del padre di trasmettere il capitale. Nell'epoca
primitiva l'orda originaria viveva non solo nel comunismo primitivo,
ma anche nella completa promiscuità sessuale. Soltanto
successivamente nella società di classi nata con la proprietà
privata, nasce la famiglia, dove la donna è vittima e l'uomo
sfruttatore: anzi, c'è un rapporto fra l'alienazione familiare e lo
sfruttamento della classe oppressa, il proletariato. Il passaggio al
comunismo comporterà dunque la "liberazione della donna" mediante la
soppressione della famiglia.
- La soppressione della famiglia
Secondo Engels il comunismo sopprimerà "la duplice base dell'odierno
matrimonio - la dipendenza della donna dall'uomo e dei figli dai
genitori" (44). Le due soppressioni sono collegate: emancipare la
donna per il marxismo vuol dire emanciparla dal lavoro domestico e
toglierle l'educazione dei figli, che sarà effettuata dallo Stato
socialista: "Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà
comune la famiglia singola cessa di essere l'unità economica della
società. L'amministrazione domestica privata si trasforma in una
industria sociale. La cura e l'educazione dei fanciulli diventa un
fatto di pubblico interesse; e la società ha cura in eguale modo di
tutti i fanciulli" (45). Tutto questo dovrebbe portare all'abolizione
del matrimonio e al libero amore: ''I rapporti dei due sessi
diventeranno rapporti del tutto privati che riguardano soltanto le
persone direttamente interessate e nei quali la società non avrà
minimamente di che immischiarsi" (46). In pratica nell'Unione
Sovietica ci sono stati atteggiamenti diversi:
prima tappa:
tentativo di distruggere il vecchio tipo di matrimonio: introduzione
immediata del divorzio e, per la prima volta nella storia,
dell'aborto (1° dicembre 1917), negazione della validità del
matrimonio religioso (20 dicembre 1917), nuovo diritto di famiglia
(settembre 1918);
seconda tappa:
Codice del 1926 (in vigore dal 1° gennaio 1927): viene riconosciuto
il "matrimonio non registrato", cioè l'unione libera, accanto al
matrimonio registrato. E' il momento del libero amore: in Russia
viene accolto con entusiasmo Wilhelm Reich, fondatore nel 1931
dell'organizzazione SEXPOL e teorica di un incontro tra Marx e Freud
nella teoria della funzione rivoluzionaria del libero orgasmo (molte
sue teorie sono state riprese da H. Marcuse); la promiscuità sessuale
viene incoraggiata;
terza tappa:
di fronte alle necessità, industriali e belliche poi, i capi
dell'Unione Sovietica sentono il bisogno di una certa integrità psico-
fisica della popolazione e decidono di arrestare il processo
dissolutivo del "libero amore". Le "unioni libere" vengono
scoraggiate; si viene - in un certo senso - a patti con la natura:
ma ''l'abolizione del matrimonio", anche se non ancora tecnicamente
possibile, resta il fine della società conquista.
C) proprietà
"I comunisti possono riassumere la loro dottrina in questa unica
espressione: abolizione della proprietà privata"(47). Anche la
proprietà privata è per il marxismo una realtà storica e non
naturale; per Engels sono esistite diverse forme di proprietà che
corrispondono ai diversi stadi di sviluppo della divisione del
lavoro: la proprietà della tribù, la proprietà della città antica, la
proprietà feudale, infine la proprietà privata basata sul capitale e
sull'industria moderna. La proprietà privata è per Marx conseguenza
del lavoro alienato e, nello stesso tempo, mezzo in cui il lavoro si
aliena.
La proprietà è la tesi di cui la classe operaia è l'antitesi:
producendo il proletariato, la proprietà ha segnato la sua fine. La
Rivoluzione sarà un atto di appropriazione, l'abolizione di ogni
proprietà. "La proprietà privata dovrà essere abolita e sostituita
dall'uso in comune di tutti i mezzi di produzione e dalla
distribuzione di tutti i prodotti secondo un'intesa generale, cioè
dalla comunanza dei beni. L'abolizione della proprietà privata é anzi
la più significativa sintesi della trasformazione dell'intero
ordinamento sociale, come necessariamente deriva dallo sviluppo
dell'industria, ed è quindi a ragione messa innanzi dai comunisti
quale rivendicazione principale" (48). E' importante notare che
secondo Engels l'abolizione della Proprietà privata "non potrà essere
effettuata in un colpo solo" ma "solo gradatamente" (49), mediante
varie tappe, tra cui: "limitazione della proprietà privata per mezzo
d'imposte progressive, imposte sull'eredità, ecc. graduale
espropriazione della proprietà fondiaria, dei proprietari di
fabbriche e di ferrovie e degli armatori di navi, accentramento del
credito nelle mani dello Stato per mezzo di una banca nazionale con
capitale di stato e soppressione di tutte le banche private...
concentrazione dei mezzi di trasporto sotto il controllo dello Stato.
Queste misure non possono, naturalmente essere adottate tutte in una
volta. Ma l'una trarrà con sé l'altra. Appena dato il primo radicale
assalto alla proprietà privata, il proletariato si vedrà costretto ad
andare più avanti ed a concentrare sempre di più il capitale, tutta
l'industria, tutti i mezzi di comunicazione e di scambio nelle mani
dello Stato" (50). Nella prassi degli attuali partiti comunisti
queste tappe non iniziano necessariamente nel momento in cui il
comunismo va al potere ma già prima, costringendo i governi non
comunisti a una "politica di riforme" che attacchi la proprietà con
pressioni fiscali, nazionalizzazioni, ecc. Negando la religione, la
famiglia e la proprietà, il comunismo nega le istituzioni naturali.
Il comunismo si definisce come negazione dell'ordine naturale,
riflesso a sua volta di una legge naturale che ha in Dio il suo
autore, e si qualifica dunque come una delle manifestazioni storiche
di quel rifiuto che la società moderna opera di Dio. Rifiuto che
definiamo Rivoluzione, caricando questo termine di una valenza e non
di affermazione. La negazione di Dio comporta immediatamente la
negazione dell'essere, che il marxismo vorrebbe dissolvere nel
movimento e nel divenire. Il comunismo, così, si presenta
necessariamente te come Rivoluzione permanente.
La Rivoluzione Permanente
Occorre vincere un pregiudizio fondamentale che rischia di impedire
qualunque considerazione adeguata del comunismo. Molti pensano che
l'obiettivo del comunismo sia l'instaurazione di una società
perfetta, da cui tutte le ingiustizie siano eliminate: e la
Rivoluzione sarebbe un mezzo per raggiungere questo fine. Nulla di
meno marxista! Lo scopo è fare la Rivoluzione: e i mezzi sono le
contraddizioni che si incontrano (o che il Partito crea) nella
società. "Marx non si rifece... dal proletariato, dai suoi bisogni e
dalle sue sofferenze, dalla necessità di liberarlo, per trovare poi,
come unica via della salvezza del proletariato, la Rivoluzione. Al
contrario, egli camminò proprio all'inverso... Nel cercare la
possibilità della Rivoluzione, Marx trova il proletariato" (51). Il
marxismo non ha come scopo l'eliminazione della miseria: "Il marxismo
non arreca un umanitarismo sentimentale e piagnucoloso. Marx non si è
chinato sul proletariato perché esso è oppresso, per lamentarsi della
sua oppressione... Il marxismo non si interessa al Proletariato in
quanto esso è debole - come le persone "caritatevoli", certi
utopisti, "paternalisti", sinceri o no - ma in quanto esso è una
forza... In una parola, il marxismo vede nel proletariato il suo
avvenire e le sue possibilità" (52). "Lo scopo della riforma agraria
non è di dare delle terre ai contadini poveri né di alleviare le loro
miserie: questo è un ideale da filantropi, non da marxisti... Il vero
scopo della riforma agraria é la liberazione delle forze
rivoluzionarie nel paese" (53). Anzi, il marxismo si serve della
miseria come strumento: senza la miseria del proletariato non sarebbe
possibile la rivoluzione; essa non è dunque un male da eliminare, ma
un mezzo da sfruttare per il fine. Al contrario, "la 'prosperità
industriale' determina i tentativi di 'comprare gli operai' e di
allontanarli dalla lotta: questa prospettiva in genere 'demoralizza'
gli operai" (54).
Così, nei loro scritti sull'India e sulla Cina Marx ed Engels si
rallegrano cinicamente della miseria generata dai tentativi inglesi
di industrializzazione forzata dell'0riente: essa alimenterà la
Rivoluzione. "Per quanto sia sentimentalmente deprecabile lo
spettacolo di queste miriadi di laboriose comunità sociali
patriarcali e inoffensive, disorganizzate e dissolte nella loro
unità, gettate in un mare di lutti e i loro membri singoli privati a
un tempo della forma di civiltà tradizionale e dei mezzi ereditari di
esistenza" e anche se "la Gran Bretagna era animata dagli interessi
più vili" "non e questo il problema. Il problema è: può l'umanità
compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti
sociali dell'Asia? Se la risposta è negativa, qualunque sia il
crimine perpetrato dall'Inghilterra, essa fu, nel provocare una
simile rivoluzione, lo strumento inconscio della storia" (55). Anche
dal sistema del libero scambio e degli eccessi del capitalismo
nascente Marx si rallegra per lo stesso motivo: "Ai nostri giorni il
sistema di libero scambio dissolve le antiche nazionalità e spinge
all'estremo l'antagonismo fra borghesia e proletariato: insomma, il
sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale.
E' solo in questo senso rivoluzionario che io voto a favore del free-
trade" (56). Concludendo, il marxismo non ha per fine la riforma, ma
la rivoluzione: "per il riformista la riforma è tutto... per il
rivoluzionario, al contrario la cosa principale è il lavoro
rivoluzionario e non la riforma: per lui, la riforma non è che il
prodotto accessorio della Rivoluzione... Una riforma è naturalmente
uno strumento di rafforzamento della Rivoluzione, un punto d'appoggio
per lo sviluppo continuo del movimento rivoluzionario" (57).
Dunque la rivoluzione è il fine.
Ma quale Rivoluzione? Che cos'è la Rivoluzione?
Occorre ricordare che il marxismo consta anzitutto, come si è detto,
di due princìpi fondamentali:
1°) - il mondo è materia in evoluzione dialettica e in continua
marcia verso il meglio;
2°) - esiste una "parte", o meglio, un'età della materia, l'uomo,
che, a differenza degli altri esseri, è in grado di comprendere
(grazie al pensiero, che pure deriva dalla materia) legge dialettica
dell'evoluzione. Egli può (e quindi deve) collaborare al divenire
evolutivo. Può accelerare la Rivoluzione, la marcia verso il meglio.
Questo aiuto che l'uomo dà all'evoluzione è detto appunto
Rivoluzione. La Rivoluzione, cioè la collaborazione dell'uomo al
divenire evolutivo, si compie in due fasi:
1°) - una fase negativa: la distruzione di tutte quelle realtà e
quegli istituti che, essendo naturali, sono stabili, tendono a
permanere nel proprio essere, a restare uguali a sé stessi, e dunque
sono colpevoli di "lesa evoluzione". Per questo la Rivoluzione deve
abbattere la famiglia, la religione, la proprietà, la stessa natura
umana;
2°) - una fase positiva: dopo l'instaurazione della società
comunista, il lavoro collettivo, corale, incessante di tutti gli
uomini per ottenere la propria auto-evoluzione attraverso la
modificazione della natura esterna e interiore. La Rivoluzione perciò
non è un semplice rivolgimento storico: "La nostra rivoluzione è
diversa dalle altre rivoluzioni della storia... per il proletariato,
la liberazione e la vittoria politica sono soltanto l'inizio della
Rivoluzione" (58). Ma il divenire incessante, la contraddizione come
essenza della realtà: "la vita consiste anzitutto precisamente nel
fatto che un essere, in ogni istante, è sé stesso ed è anche un
altro. Quindi la vita è del pari una contraddizione presente nelle
cose e nei fenomeni stessi, contraddizione che continuamente si
risolve; e non appena la contraddizione cessa, cessa anche la vita"
(59). E' l'esito ultimo del primato del divenire sull'essere. La
società rivoluzionaria é la società della contraddizione incessante,
la società della negazione della natura, della negazione di Dio nella
sua opera, e il marxismo è l'adorazione filosofica del divenire. La
futura "società comunista", così, non sarà certo una società senza
contraddizioni (quasi che la dialettica potesse cessare!) né senza
lotte (Mao Tze-Tung ha teorizzato la necessità di
continue "rivoluzioni culturali" anche dopo l'avvento del socialismo)
e del resto "Marx non ha mai detto che il comunismo possa essere il
periodo terminale della storia umana. Anzi, al contrario. Solamente,
di ciò che verrà in seguito noi non possiamo esattamente dir nulla"
(60).
Lo slogan che circolava tra i bolscevichi, la cui formulazione sembra
paradossale, al contrario definisce rigorosamente il carattere della
Rivoluzione comunista: "La méta è nulla, il movimento è tutto!".
Il leninismo
1) Il leninismo
Il comunismo, come abbiamo visto, si definisce come negazione della
natura, e negazione, nella natura, del suo Autore, cioè di Dio. Il
comunismo, tuttavia, conosce la natura. Se non la conoscesse, del
resto, non potrebbe negarla. Sa cioè che esiste una natura, afferma
la possibilità di trasformarla - ma, per trasformarla, comincia col
tenerne conto. Solo in questa prospettiva si può capire Lenin e
comprendere lo spartiacque tra quel filone di socialismo romantico
che va da Blanqui a Sorel e che è noto come blanquismo, e il marx-
leninismo, il leninismo scientifico che non si accontenta
dell'improvvisazione romantica, ma fa della Rivoluzione non solo uno
slancio o una tensione ideale, ma una scienza. Si tratta di due linee
metodologicamente contrapposte. Il blanquismo è volontarismo
rivoluzionario, la versione rivoluzionaria, cioè, di quello che dalla
parte opposta viene talvolta indicato come golpismo. La sua
prospettiva si potrebbe riassumere in questi termini: bisogna trovare
delle persone assolutamente disposte a fare la rivoluzione secondo la
modalità operativa principale della cospirazione, fino al colpo di
Stato. I dati naturali, lo stato della nazione, interessano
marginalmente: e il blanquismo è più interessato al reclutamento di
rivoluzionari che alla loro formazione, perché pensa,
volontaristicamente, che basti la ferma volontà di fare la
Rivoluzione per assicurarne il successo. Il leninismo è invece una
prospettiva più complessa che, senza negare la necessità del
reclutamento del nucleo di militanti necessari all'operazione
rivoluzionaria, si sforza di costruirli razionalmente tenendo conto
dei dati naturali e della struttura naturale della società. La natura
conosce l'autorità, conosce la gerarchia, conosce legge secondo cui
sono i pochi a guidare i molti: verità elementari che i teorici
dell'élitismo (Mosca, Pareto, Michels) riscopriranno in quegli anni e
che lo stesso Lenin riaffermerà, tanto da essere definito da parte
dello storico social-democratico Borkenau, come l'"antidemocratico"
fautore della "teoria fascista delle élites" (61). Si può discutere
sulla fedeltà di Lenin a Marx, ma certamente, se è vero che la prassi
è per il marxismo il metro di giudizio della dottrina, Lenin è, più
di Marx, il vero Marxista e il vero rivoluzionario: Lenin ha fatto la
Rivoluzione, mentre Marx si è limitato a parlarne. Il marxismo,
abbiamo detto, è una setta filosofica: ma non è soltanto questo,
perché passa all'azione, è azione, è prassi rivoluzionaria. Esso si
può dunque ulteriormente definire come una setta filosofica che
attraverso un'organizzazione sovversiva si propone la conquista del
mondo.
a) - una setta filosofica...
non solo una filosofia, non solo una scuola di pensiero, ma una
concezione del mondo che surroga la religione presentandosi in
termini di certezza assoluta. Il filosofo non è lo studioso delle
leggi oggettive della natura ma l'apostolo intollerante di una nuova
verità. Su questo piano è evidente la filiazione dall'illuminismo,
primo movimento culturale che abbia inteso fare del filosofo non un
conoscitore della verità, ma un propagandista.
b) - ...che attraverso un'organizzazione sovversiva...
Il Marxismo introduce dunque un elemento ulteriore: il primato della
prassi, elemento di radicale novità che fa del filosofo non solo un
propagandista culturale, ma un uomo che agisce, che fa, un
organizzatore e propagandista della Rivoluzione. In questo senso non
è soltanto una setta filosofica, ma una vera organizzazione
sovversiva. Lenin, che i socialdemocratici accusano di aver deformato
il pensiero di Marx, è l'autentico marxista, e la Rivoluzione Russa,
più che l'apparizione del Manifesto o del Capitale, è l'avvenimento
filosofico per eccellenza.
c) - ...si propone la conquista del mondo.
Il marxista e l'uomo che lotta per una verità (anche se di tipo tutto
particolare): è una verità che ha caratteri di universalità. Non una
verità, metafisica, ma la "verità" che nasce dalla storia: il
marxista non è mosso da volontà di potenza, ma da una fede cieca
nella storia. Il mondo marcia verso il comunismo, verso il fenomeno
universale e perpetuo della società senza classi. Le caratteristiche
che il cristiano attribuisce all'Al dì là vengono attribuite a questo
al dì qua nella loro totalità. Unica è la Storia, unica è l'attività
lavorativa mediante la quale l'uomo si autotrasforma: unica, dunque,
dovrà essere infine la società comunista, vero contro-Impero mondiale
da cui nessun uomo dovrà restare fuori.
La strategia leninista
La preoccupazione di fondo di Lenin è quella di fare la Rivoluzione.
E, per fare la Rivoluzione, occorre rispettare certe leggi naturali
ineliminabili. Una di queste leggi dice che non sono le masse, ma le
minoranze a fare la storia. Gli uomini non sono uguali, esiste una
gerarchia naturale, sono i pochi a muovere i molti. Il profeta
dell'ugualitarismo fare sua questa verità squisitamente
reazionaria... cadendo così, secondo alcuni, in un atteggiamento
antimarxista o "fascista": ma è stata proprio questa conoscenza della
natura ad assicurare il successo dell'azione rivoluzionaria di Lenin.
Lenin intuisce che le società si fanno e si distruggono a partire
dagli uomini: "c'è una massa di individui, ma gli uomini mancano"
e "gli uomini mancano perché non vi sono dirigenti, non vi sono capi
politici, non vi sono intellettuali capaci di organizzare un lavoro
vasto e nello stesso tempo coordinato, armonico che permetta
l'utilizzazione di qualunque forza, anche della più insignificante"
(62). Occorrono invece "uomini che consacrino alla Rivoluzione non
solo le sere libere, ma tutta la loro vita" (63).
- una "organizzazione degli operai", "la più vasta possibile e la
meno clandestina possibile" (64). Si tratta di organizzazioni "molto
larghe": "non è nel nostro interesse esigere che solo i social-
democratici (cioè, nel linguaggio di Lenin, i marxisti convinti
possano appartenere a queste associazioni... perché ciò
restringerebbe la nostra influenza sulla massa" (65).
- una "organizzazione dei rivoluzionari", formata da "uomini la cui
professione sia l'azione rivoluzionaria" che "necessariamente non
deve essere molto estesa e deve essere quanto più clandestina
possibile" (66). Si tratterà necessariamente di una minoranza anche
perché "e molto più difficile impadronirsi di una decina di teste
forti che non di un centinaio d'imbecilli" (67); e di una minoranza
rigorosamente formata: "per militanti del nostro movimento il solo
principio organizzativo serio deve essere: segreto rigoroso, scelta
minuziosa degli iscritti, preparazione di rivoluzionari
professionali" (68). Come si vede, si tratta di un'organizzazione
fondata su criteri tutt'altro che democratici o ugualitari: Lenin
afferma che "non è possibile sostituirla con il controllo democratico
generale" e che i rivoluzionari "non hanno il tempo di pensare a1le
forme esteriori della democrazia... ma sentono molto fortemente la
propria responsabilità e sanno inoltre per esperienza che, per
sbarazzarsi di un membro indegno, un'organizzazione di veri
rivoluzionari non arretrerà innanzi a nessun mezzo (69). Attraverso
questa duplice struttura, sotto la guida segreta ma ferrea del
piccolo gruppo dei rivoluzionari di professione, la setta filosofica
diviene partito, che è parola etimologicamente pertinente, quasi a
indicare la divisione dell'umanità in due campi. E' un esercito
speciale che conduce una guerra ben più totale della "guerra totale",
perché non è circoscritta alle operazioni militari, anche se il
partito ha una struttura tipicamente militare. Questa rigorosa
organizzazione è considerata da Lenin essenziale al successo della
Rivoluzione. Una dura polemica è pertanto condotta contro i
socialisti democratici, dall'altra contro gli "estremisti" dei
gruppuscoli socialrivoluzionari. Ai democratici, ai menscevichi,
ai "socialtraditori", allo stesso Kautsky che si limita ad una
ortodossia formale nei confronti di Marx, Lenin ricorda che "una
centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato
sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia" (70).
Occorre "un partito temprato nella lotta": "chi indebolisce, sia pure
di poco, la disciplina ferrea del partito del proletariato
(soprattutto durante la dittatura del proletariato) aiuta di fatto la
borghesia" (71). Ai dottrinaristi di sinistra, ai
socialrivoluzionari, agli anarchici, Lenin obietta che per vincere
occorre "combinare le forme di lotta legali e illegali, parlamentari
ed extraparlamentari" (72): "i rivoluzionari che non sanno combinare
le forme illegali di lotta con tutte le forme legali sono pessimi
rivoluzionari" (73). I "bolscevichi di sinistra" che rifiutano di
partecipare al "parlamento reazionario" hanno forse compreso i
principi teorici ma non la strategia del comunismo. "Tutta la storia
del bolscevismo - risponde Lenin - prima e dopo la rivoluzione di
ottobre è piena di casi di destreggiamenti, di accordi, di
compromessi con altri partiti, compresi i partiti borghesi. Condurre
la guerra per il rovesciamento della borghesia internazionale, guerra
cento volte più lunga, più difficile e più complicata delle guerre
abituali fra gli Stati, e rinunziare in anticipo a destreggiarsi, a
sfruttare i contrasti di interessi (sia pure temporanei) tra i propri
nemici, rinunziare agli accordi ed ai compromessi con eventuali
alleati (sia pure temporanei, poco sicuri, esitanti, condizionati)
non è cosa infinitamente ridicola? Non è come se nell'ardua scalata
di un monte ancora inesplorato e inaccessibile si rinunciasse
preventivamente a fare talora degli zig-zag, a ritornare qualche
volta sui propri passi, a lasciare la direzione presa all'inizio per
tentare direzioni diverse?" (74). Il "partito di ferro'' è
indispensabile alla strategia comunista, ma esso deve sempre essere
disponibile al compromesso tattico. la "disciplina ferrea del
partito" e il "destreggiarsi" sono due aspetti inscindibili di
un'unica metodologia. Questa metodologia, applicata ai paesi
occidentali e cristiani tramite la riflessione di Gramsci, si
perfeziona proprio nei nostri anni, con il programma di compromesso
culturale. Esso consiste nella ricerca della conquista dello Stato
attraverso la conquista della società, mediante una lenta e accorta
penetrazione di tutte le sue strutture: la scuola, le società
economiche, la magistratura, lo stesso mondo cattolico sono
lentamente infiltrati dall'interno. L'ala marciante della Rivoluzione
si serve così della tecnica di trasbordo ideologico e della
complicità dei moderati per acquistare sulla società quella egemonia
che, sola, può garantirne il successo. Per fare ciò occorre un
compromesso culturale, in cui il mondo non-comunista, e in
particolare quello cattolico, rinuncino alla difesa del proprio
modello di uomo e di società; mentre il movimento comunista, per
parte sua, essendo una ideologia della prassi, ed essendo vincolato
solo al successo della Rivoluzione, mantenga, al di là delle
concessioni verbali, il proprio progetto egemonico.
La crisi teoretica del marxismo
A) - Due posizioni insuperabili.
Da una parte: Stalin e Trotzsky
Di fatto, l'esito storico-politico del marxismo è la contrapposizione
di due posizioni che si muovono a vicenda critiche insuperabili: lo
stalinismo e il trozskismo. Queste due posizioni hanno un significato
che va al di là della polemica fra Stalin e Trotsky (terminata con
l'esilio del secondo e il suo assassinio in Messico nel 1940,
preceduto dallo sterminio dei trotzskisti nei campi di concentramento
staliniani): esse possono essere assunte come categorie, considerate
come due atteggiamenti tipici all'interno del comunismo. In Italia ad
esempio, con qualche differenza, Togliatti gioca il ruolo di Stalin,
e Bordiga - il vecchio capo del PCI espulso dal partito - quello di
Trotzsky, mentre Gramsci, che pure era alla ricerca di una filosofia
che permettesse di evitare sia lo stalinismo che il trotzskismo,
messo nella necessità di scegliere si orienta di fatto verso lo
stalinismo. Trotzsky introduce il concetto di "rivoluzione tradita",
in Russia non si è realizzato il vero comunismo, perché Stalin ha
tradito la Rivoluzione. Con Stalin la Rivoluzione ha assunto e
rafforzato le realtà e gli istituti che avrebbe dovuto negare: lo
Stato, l'autorità, la burocrazia, l'élite dirigente, l'apparato
poliziesco, ecc. Soprattutto, la Rivoluzione si è circoscritta a una
sola nazione ("socialismo in un solo paese") tradendo così il
concetto marxista di "Rivoluzione permanente" che avrebbe postulato
un tentativo immediato di estendersi al mondo intero. Stalin
risponde: non esiste un "comunismo ideale"; la realizzazione
sovietica, il "socialismo in un solo paese" è l'unico modo per fare
avanzare la Rivoluzione, e le critiche Trotzsky rappresentano una
posizione utopistica, idealista, che in ultima analisi favorisce
l'avversario. Chi ha ragione? Stalin o Trotzsky? Tutti e due. Ha
ragione Trotzsky: perché il comunismo, come ogni Rivoluzione, ha
inevitabilmente esiti totalitari. Ma ha ragione anche Stalin: perché
la Rivoluzione non poteva riuscire che a condizione di essere
tradita, tanto che l'iniziatore del "tradimento" è stato lo stesso
Lenin. Egli, prima di Stalin, ha dato allo Stato sovietico i
caratteri che Trotzsky denunciava. Ma nella stessa filosofia marx-
leninista, di cui Trotzsky sottolinea l'importanza, erano insiti
quegli sviluppi che egli combatte. Non esistono due comunismi: il
comunismo ideale, mai realizzato, e il comunismo "tradito" degli
stati socialisti; la costruzione ideale, per la sua stessa struttura,
non può dare altro esito, nella pratica, che lo Stato totalitario e
oppressivo di cui l'Unione Sovietica è il modello. Così, la
contrapposizione fra Stalin e Trotzsky rimane insuperabile: e
l'irresolubile alternativa può essere mascherata soltanto degradando
la filosofia a ideologia, imponendo autoritariamente una strada,
facendo dell'ideologia sovietica quel "cumulo di menzogne"
sistematiche, oppressive, che Solzenicyn denuncia nel suo
scritto "Vivere senza menzogna". Dall'altra: la materia e la
dialettica. Oltre e sotto la prima contrapposizione (storico-
politica) ve ne è una seconda (teoretica), altrettanto insuperabile.
Siamo abituati a dare per scontato il passaggio da Hegel a Marx: Marx
avrebbe "raddrizzato" Hegel - il passaggio sarebbe filosoficamente
ineccepibile. Ma lo è davvero? E' il materialismo dialettico una
filosofia coerente? Può la materia essere il soggetto della
dialettica? Certo: il marxismo è un tutto inscindibile in cui il
materialismo e la dialettica non possono essere separati. Ma se unire
questi due elementi è arbitrario, allora il marxismo è un falso
filosofico: e il mettere l'accento sull'uno o sull'altro aspetto
dovrà portare a uscire dal marxismo. Di fatto, storicamente il
marxismo ha sempre teso a una simile decomposizione:
- sia in Russia: lotta fra Bucharin (accusato di materialismo
positivista) e Trotzsky (accusato di idealismo), risolta in maniera
autoritaria da Stalin con l'eliminazione di entrambi i contendenti;
- sia nella storia generale del marxismo, dove il materialismo meno
la dialettica porta a quel materialismo relativista che è l'ideologia
(almeno pratica) della moderna "società dei consumi", mentre la
dialettica meno il Materialismo porta ad un ritorno alla filosofia
idealista, con un processo che il prof. Del Noce ha studiato in
Gentile (la cui prima opera importante era dedicata a Marx). Anche
qui, le critiche che le due parti si muovono sono ugualmente valide:
perché è vero che una pura "filosofia della prassi" non può tollerare
un substrato idealistico, mitico com'è la dialettica, ma è anche vero
che, se tutto è movimento, il movimento incessante della dialettica
finisce per dissolvere, travolgere la materia. Anche a livello
speculativo, dunque, siamo di fronte ad una impasse insuperabile, ad
uno scacco del marxismo. Al tentativo di risolvere questa impasse si
dedicano le varie scuole neo-marxiste occidentali, mentre
l'ortodossia regna nei paesi socialisti. Si ricerca da parte di
queste scuole l'accordo fra i postulati del materialismo dialettico e
la realtà naturale e sociale, che resiste caparbiamente alla popria
evoluzione. D'altra parte, il progredire della Rivoluzione e la
degenerazione accelerata del costume sembrerebbero quasi scavalcare
la filosofia rivoluzionaria per eccellenza: ed ecco dunque la
necessità di collegare il marxismo all'esistenzialismo (Sartre e
Merleau-Ponty), allo strutturalismo (Althusser), alle varie forme
di "filosofia della liberazione" (Bloch e Marcuse).
B) - Di fronte a questa crisi, varieposizioni.
La crisi del marxismo è insieme la crisi della società e della
cultura occidentale, che il marxismo ha profondamente segnato: e da
essa dipende 'attuale situazione di disorientamento generale, in cui
tutti viviamo. Di fronte a questa crisi si possono assumere vari
atteggiamenti:
- la dissoluzione
Il comunismo è rivoluzionario, ma la Rivoluzione non si esaurisce nel
comunismo. Portando avanti il processo rivoluzionario, si può
arrivare a una presentazione della Rivoluzione come pura dissoluzione
che vada oltre lo stesso marxismo: il surrealismo, la rivoluzione
sessuale, la riscoperta di Sade, la IV Rivoluzione.
- la disperazione
Se si crede che il marxismo abbia esaurito il suo vigore ma che,
insieme, ciò che il marxismo ha negato (la filosofia dell'essere, i
valori tradizionali), sia negato per sempre e non recuperabile,
l'atteggiamento naturale sarà la disperazione (ad esempio,
Horkheimer). Esistono anche travestimenti della disperazione:
l'utopia "cosciente di essere tale", la "parodia della rivoluzione"
in Marcuse, il gioco e la burla generalizzati dei movimenti
underground, l'esaltazione della droga come evasione dal mondo, ecc.
- il "progressismo" cristiano
C'è chi crede che il marxismo possa essere "salvato" giustapponendovi
i valori religiosi: è il "progressismo" cristiano. Ma la sua
posizione deriva da una incomprensione del carattere totale del
marxismo: e del resto i suoi tentativi non hanno mai "convertito" il
marxismo al Cristianesimo, ma piuttosto molti cristiani al marxismo.
Si dice che il filosofo marxista Ernst Bloch, pur rimanendo ateo,
abbia lanciato un "ponte" fra marxismo e Cristianesimo. E' vero: ma
questo ponte è fatto per essere attraversato in un senso solo, sempre
da cristiani che passano al marxismo, mai da marxisti che passano al
Cristianesimo.
- la Tradizione
Un'ultima posizione consiste nel rifiutare il presupposto generale
del marxismo, che preesiste a Marx: il primato del divenire, la
negazione della Tradizione, la Rivoluzione. Esiste un seme, questo
seme si è sviluppato e ne è nato un albero di errore e di morte.
Piuttosto che cercare di salvare l'albero, non sarà forse opportuno
rifiutare il seme? Si tratta allora, di recuperare "per diametrum"
tutto ciò che fin dall'inizio il marxismo e i suoi precedenti storici
avevano negato: il primato dell'essere, la Tradizione. E' il
contrario della Rivoluzione: è la Controrivoluzione. Per precisarne i
contenuti, occorre esaminare ulteriormente il concetto di
Rivoluzione.
Conclusione
Il marxismo, si è detto, nega il primato dell'essere e nega, in
particolare:
1°) - Il principio di identità e di non-contraddizione (A è uguale ad
A ed è diverso da non-A; ciò che è è, ciò che non è non è), che
deriva immediatamente dal primato dell'essere sul divenire. Già per
Hegel, il maestro di Marx, la verità delle cose non è nel loro
essere, ma nel loro divenire, nel movimento, cioè nella dialettica:
la verità della tesi è nella sua negazione, nell'antitesi, che
permette il passaggio alla sintesi; di qui la formula: "ciò che è non
è, e ciò che non è è", che esprime il primato del divenire e la
negazione del principio di non-contraddizione. "Et super hoc
principio - dice San Tommaso - omnia alia fundantur" (su questo
principio si fondano tutte le cose).
2°) - l'esistenza del peccato originale. Se vi fosse il peccato
originale non sarebbe possibile la salvezza totale in terra, la
società perfetta. Ma l'essere delle cose - come si è visto - è il
loro non essere. L'essere della vita è la negazione dialettica della
vita: la morte. La finitezza dell'uomo (che è evidente: gli uomini
sono finiti, muoiono) non è un limite indebito causato da qualcosa
che segnerà per sempre gli uomini, ma è anzi una condizione
intrinseca positiva, una antitesi che permette il processo
dialettico. Ora, il principio di non contraddizione (il primato
dell'essere) e l'esistenza del peccato originale sono il fondamento
dell'idea di Tradizione. Il primato dell'essere spiega l'esistenza di
verità eterne e metastoriche, grazie alle quali si può vivere
l'eterno nel tempo e che, in quanto metastoriche - non in balìa della
storia, non dissolte dalla storia - possono essere consegnate
(traditae) di generazione in generazione; mentre il peccato originale
spiega che possono oscurarsi e possono essere dimenticate e perfino
negate dagli uomini. Il marxismo, quindi, è l'antitesi più radicale
dell'idea di Tradizione. Il primato dell'essere, poi, fonda la
stabilità della natura e delle sue leggi: leggi permanenti,
oggettive, universali, valide cioè sempre e per tutti gli uomini,
cosicché si può parlare di legge naturale, come legge morale che la
ragione può leggere nella umana. Legge naturale che è fondamento di
ogni legge positiva, anche se nessun ordinamento giuridico positivo
potrà mai realizzarla nella sua pienezza e perfezione. La negazione
del primato dell'essere è la negazione di Dio e della verità
metafisica, la negazione della legge morale, del diritto naturale e
quindi la negazione dei primi istituti naturali, derivabili cioè
dalla stessa natura dell'uomo e dalle sue inclinazioni, i quali sono
la famiglia, la proprietà, lo Stato: istituti di natura e non di
storia e come tali ineliminabili, eliminabili solo attraverso il
terrore e la repressione più spietata. Ma se l'autore della natura è
Dio, e non l'uomo, la negazione degli istituti naturali è anzitutto
la negazione di Chi ha fatto le creature, la negazione del Creatore
nella negazione del creato, il rifiuto di Dio nel rifiuto della
famiglia e della proprietà. Questa è l'essenza rivoluzionaria del
comunismo, caricando il termine Rivoluzione, considerato, al di là
del suo significato di sommovimento episodico, come categoria
filosofico-politica, di una valenza metafisica, e intendendolo nella
sua realtà più profonda. Che cos'è la Rivoluzione? E' la negazione
dell'ordine naturale e cristiano e cioè di una società e di un mondo
fondati sulla legge naturale e rivelata, la negazione in ultima
analisi dell'Autore di questa legge, cioè di Dio. In questo senso si
può stabilire un'essenza metafisica della Rivoluzione, che è anche
l'essenza del comunismo, senza con questo dire che il comunismo
esaurisca la Rivoluzione. Se unica infatti è la verità, unica è
l'essenza del rifiuto di essa - il "non serviam" (di Lucifero) -
la "liberazione" cioè da ogni dipendenza politica e spirituale, ma
infinite sono le possibili manifestazioni di questo rifiuto. La
Rivoluzione è unica nell'essenza, e molteplice nelle manifestazioni:
manifestazioni che, storicamente diverse ed eterogenee, sono
accomunate dall'unicità dell'essenza e del fine. Solo in questa
prospettiva si potrà poi intendere in che modo realmente la Riforma
Protestante prefiguri la Rivoluzione Francese e questa prefiguri a
sua volta, la Rivoluzione Bolscevica: avvenimenti che si
presenterebbero altrimenti come blocchi storici a sé stanti, quasi
inesplicabili compartimenti stagni. La Rivoluzione invece ha una sua
storia, la storia di una marcia verso società sempre meno naturali,
sempre meno fondate sul primato dell'essere, sempre più palesi nella
negazione di Dio. La Rivoluzione è un blocco, e combatterne solo una
parte significa essere sopraffatti dalle altre. E' necessario
conoscere il comunismo, l'ala marciante della Rivoluzione, ma è anche
necessario imparare a identificare le altre componenti del blocco
rivoluzionario che, anche se si presentano come diverse e perfino
avversarie del comunismo, in realtà ne facilitano l'avvento. Così, è
necessario anche comprendere che la Rivoluzione è un blocco non solo
politico o ideologico, ma si sviluppa a partire da un insieme di
tendenze, di atteggiamenti, di modi di vivere diffusi anche negli
ambienti migliori, e da cui il comunismo nasce e si alimenta. Il
comunismo non è solo un partito politico o una setta filosofica: il
comunismo è un vizio intellettuale e morale di cui gran parte degli
uomini moderni (e non soltanto i comunisti dichiarati) finiscono per
essere preda. Un autentico anticomunismo dovrà colpire il bersaglio
nemico nella sua stessa essenza, nel suo cuore. Per colpire il male
alle radici per sconfiggere il comunismo va colpita dunque al cuore
la Rivoluzione nella sua essenza, prima ancora che nelle sue
manifestazioni. La Rivoluzione appare come il drago a più teste, che
produce continuamente nuovi mostri. Il compito dell'anticomunista è
dunque quello di trasformarsi in controrivoluzionario, in combattente
cioè che non si limiti a tagliare teste che continuano fatalmente a
riprodursi, ma che colpisca il drago al cuore, e la chiave per la
vittoria è la completa conversione a Gesù Cristo Nostro Signore.
Note
(1) - Tesi politiche del IX Congresso del PCI, ed. Riuniti, Roma 1960.
(2) - G. STALIN, Il materialismo dialettico e il materialismo
storico, in: Questioni del Leninismo, ed. it., Mosca 1945, pag. 180.
(3) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, ed. it. Garzanti, Milano 1954, pag.
19.
(4) - TREVISANI, Piccola Enciclopedia del socialismo e comunismo,
Milano, Calendario del popolo, 1958, pag. 32.
(5) - LENIN, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, in: Opere
scelte, ed. Riuniti --Progress, Roma - Mosca, s.d., vol. I, p. 42-44.
(6) - LENIN, Materialismo ed empirio-criticismo, in: Opere scelte,
cit. vol. III, pag. 371.
(7) - IDEM, cit. pag. 116.
(8) - IDEM, pag. 141.
(9) - ENGELS, Antiduring, in Marx - Engels, Opere complete, vol. XXV,
Roma 1974, pag.48.
(10) - ENGELS, Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia
classica tedesca, Rinascita, Roma 1950,pag. 18.
(11) - MARX, I^ tesi su Feuerbach, op. cit., pag. 81.
(12) - ENGELS, Antiduhring, cit., pag. 135.
(13) - ENGELS, Dialettica della natura, in: Marx-Engels, Opere
complete, vol. cit. pag. 365.
(14) - IDEM, pag. 529.
(15) - M. ALOISI, prefazione a S. Bernal e altri, L'origine della
vita, Feltrinelli, Milano 1962, pag. IX.
(16) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit., pag. 37.
(17) - ENGELS, Dialettica della natura,
(18) - MARX-ENGELS, L'ideologia tedesca, ed. Riuniti, Roma 1958, pag.
17.
(19) - MARX, VI Tesi su Feuerbach,in: ENGELS, L. Feuerbach, cit. pag.
84.
(20) - MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in: Opere
filosofiche giovanili, ed. Riuniti, Roma 1963, pag. 203.
(21) - MARX, Critica al Programma di Gotha, in: Marx-Engels, Opere
scelte, ed, Riuniti, Roma 1966, pag. 962.
(22) - LENIN, in: Les principes du marxisme-leninisme, antologie,
Progress, Mosca 1961, pagg. 875-876.
(23) - STALIN, Materialismo dialettico e materialismo storico,
Rinascita Roma 1954, pag. 9.
(24) - MARX-ENGELS, L'ideologia tedesca, ed. Riuniti, Roma 1958, pag.
70.
(25) - H. LEFEBRE, Il marxismo, cit. pag. 56.
(26) - MARX, Per la critica dell'economia politica, prefazione, ed.
Riuniti, Roma 1972, pag. 15.
(27) - STALIN, Materialismo dialettico e materialismo storico, cit.
pag. 20.
(28) - MARX-ENGELS, Manifesto del partito comunista, ed. Riuniti,
Roma 1974, pag. 55.
(29) - MARX-ENGELS, Manifesto, cit. pag. 56.
(30) - ENGELS, Prefazione all'edizione tedesca del Manifesto, in:
Manifesto, ed. cit., pagg. 39-40.
(31) - LENIN, Stato e Rivoluzione, in: Opere scelte, vol. II,
Progress, Mosca 1947, pag. 168.
(32) - LENIN, Stato e Rivoluzione, in opere scelte, vol. II,
Progress, Mosca 1947, pag. 195.
(33) - MARX, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel
Introduzione, in: Marx-Engels, Opere scelte ed. Riuniti, Roma 1966,
pag. 58.
(34) - LENIN, Socialismo e Religione, in: Opere scelte, cit.,vol. I,
pag. 674.
(35) - IDEM, La religione nell'URSS, Feltrinelli, Milano 1961, pag. 3.
(36) - Lenin, Socialismo e Religione, cit. pag. 677.
(37) - MARX, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel,
cit. pag. 58.
(38) - IDEM, pag. 65.
(39) - LENIN, Socialismo e Religione, cit. pag. 678.
(40) - MARX, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel,
cit. introduzione, passim.
(41) - MARX-ENGELS, L'ideologia tedesca, ed. Riuniti, Roma 1967, pag.
53.
(42) - MARX, Il capitale, ed. Riuniti, vol. I, Roma 1967, pag. 536.
(43) - ENGELS, L'origine della famiglia, della proprietà privata e
dello Stato, tr. it. Newton Compton, Roma 1974.
(44) - ENGELS, Il catechismo dei comunisti, premesso all'ed. del
Manifesto, Edizioni del Maquis, Milano 1971, pag. 31.
(45) - ENGELS, L'origine della famiglia, della proprietà privata e
dello Stato, ed. Riuniti, Roma 1970, pag. 103.
(46) - ENGELS, Il catechismo dei comunisti, cit. pag. 19.
(47) - MARX - ENGELS, Manifesto del partito comunista, ed. Riuniti,
Roma 1971, pag., 78.
(48) - ENGELS. Il catechismo dei comunisti, cit. pag. 19.
(49) - IDEM, pag. 23.
(50) - IDEM, pagg. 24-26.
(51) - ARTHUR ROSENBERG, ex-membro del comitato Esecutivo della Terza
internazionale, Storia del Bolscevismo, ed, it. Sansoni, Firenze
1969, pag. 3.
(52) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit. pag. 49.
(53) - LIU SCIAO-CHI, Rapporto del 14 giugno 1950 della segreteria
generale del Partito Comunista Cinese.
(54) - LENIN - K. MARX in: Opere scelte, cit. vol. I, pag. 31.
(51) - ARTHUR ROSENBERG, ex-membro del comitato Esecutivo della Terza
internazionale, Storia del Bolscevismo, ed, it. Sansoni, Firenze
1969, pag. 3.
(52) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit. pag. 49.
(53) - LIU SCIAO-CHI, Rapporto del 14 giugno 1950 della segreteria
generale del Partito Comunista Cinese.
(54) - LENIN - K. MARX in: Opere scelte, cit. vol. I, pag. 31.
(55) - MARX, La dominazione britannica in India, in: Marx-Engels,
India-Cina-Russia, il Saggiatore, Milano 1970, pagg. 76-77.
(56) - MARX, Discorso sulla questione del libero scambio, cit. in
India-Cina-Russia, cit. pag. 123.
(57) - STALIN, Les principes du Léninisme, Editions Sociales, Paris
1947, pag. 100.
(58) - LIU SCIAO-CHI, Pout etre un bon communiste, Editions sociales
Paris 1955 pag. 49.
(59) - ENGELS, Antiduhring, ed. it. Cit. pag. 115.
(60) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit. pag. 90.
(61) - F. BORKENAU, Storia del comunismo europeo Neri Pozza, Vicenza
1963, pag. 21.
(62) - LENIN, Che fare?, in: Opere scelte, Progress, Mosca 1947, vol.
I, pag. 224.
(63) - LENIN, I compiti urgenti del nostro movimento, in: Opere, vol.
IV, ed. Riuniti, Roma 1957, pag. 406.
(64) - LENIN, Che fare?, cit. pag. 213.
(65) - LENIN, Che fare?, cit. pagg. 214-215.
(66) - IDEM, pagg. 213-214.
(67) - IDEM, pag. 221.
(68) - IDEM, pag. 233.
(69) - IDEM, pag. 233.
(70) - LENIN, L'estremismo malattia infantile del comunismo, ed.
Riuniti, Roma 1974, pag. 10.
(71) - IDEM, pagg. 58-59.
(72) - IDEM, pag. 38.
(73) - IDEM, pag. 155 - la sottolineatura è dello stesso Lenin.
(74) - IDEM, pag. 105.
"IL VANDEANO" <vandeano@inwind.it> ha scritto nel messaggio
news:aY21d.7766$6b4.248314@twister1.libero.it...
> Da parte di Corto Maltese un regalino per Robin Hood,dall'amico di
> Corto,Anti-Comunista per Antonomasia IL VANDEANO
>
> Conoscere il Comunismo
>
>
> Dispense filosofico-formative
>
>
> Questo studio è utilissimo per capire la situazione politica attuale,
> nonostante risalga al 1971.
> PARTE PRIMA
> LA DOTTRINA COMUNISTA
> Che cosa il marxismo dice di essere
> Il Materialismo
> Il materialismo dialettico
> Il materialismo storico
> Il comunismo nega: religione, famiglia e proprietà
> La Rivoluzione Permanente
> PARTE SECONDA
> IL COMUNISMO IN AZIONE
> Il leninismo
> La strategia leninista
> La crisi teoretica del marxismo
> Conclusione
> Note
> Che cosa il marxismo dice di essere
> "Il marxismo leninismo (è una) concezione unitaria del mondo"(1).
> Quale "concezione del mondo"? "Il materialismo dialettico è la
> concezione del mondo propria del partito marxista leninista"(2). "Il
> marxismo, come concezione del mondo e preso in tutta la sua ampiezza,
> si chiama materialismo dialettico... Questa denominazione di
> materialismo dialettico si addice alla dottrina così designata meglio
> del termine abituale di marxismo''(3). "Il marxismo non è un'astratta
> teoria Filosofica né un semplice metodo storiografico, e neppure un
> limitato campo di dottrine economiche e politiche, ma una completa
> concezione del mondo poggiante sul materialismo dialettico e storico -
> in cui tutti questi aspetti sono presenti organicamente fusi"(4). Il
> marxismo non è una somma di dottrine giustapposte che possono essere
> giudicate separatamente, ma è un tutto organico che deve essere
> considerato sempre nel suo insieme. Considerazioni del tipo "accetto
> l'analisi economica del Marxismo ma non la filosofia", "accetto
> questa singola parte e rifiuto quest'altra", denunciano una
> fondamentale incomprensione del carattere globale del marxismo.
> Il Materialismo
> "La filosofia del marxismo è il materialismo... la filosofia di Marx
> è il materialismo filosofico integrale"(5).
> Che cosa è il materialismo?
> Il materialismo è la dottrina secondo cui la materia è l'unica
> realtà: non c'è Dio, non c'è anima, non ci sono valori e fini
> spirituali che trascendono l'uomo, ma tutto ciò che esiste è un
> prodotto della materia. "Il materialismo... considera come dato
> primordiale la materia e come dato secondario la coscienza, il
> pensiero, la sensazione"(6). Il marxismo distingue due soli tipi di
> filosofia: - il materialismo, secondo cui tutto ciò che esiste
> proviene dalla materia: - l'idealismo, che ammette l'esistenza di
> qualcosa che non proviene dalla materia. Idealista, per i marxisti, è
> dunque non solo Hegel, secondo il quale l'idea è l'unica realtà, ma
> chiunque affermi l'esistenza di realtà non materiali (Dio, l'anima,
> ecc.). Che cos'è la materia?
> Il marxismo evita per lo più di impelagarsi in questioni scientifiche
> sull'essenza della materia (atomi o energia, corpuscoli o onde,
> ecc.). La materia è una "categoria filosofica" (Lenin): in questo
> senso è semplicemente definita "ciò che agendo sugli organi dei
> nostri sensi produce la sensazione"(7). Le proprietà della materia
> sono l'eternità e l'infinità: ''in ogni sua parte non ha né principio
> né fine"(8). "Eternità nel tempo ed infinità nello spazio consistono
> già originariamente e secondo il semplice senso letterale delle
> parole nel non avere un termine, alcuna direzione, né su né giù, né a
> destra né a sinistra"(9). Lo spirito, il pensiero, la coscienza
> derivano dalla materia: non che il pensiero sia materiale, ma "la
> nostra coscienza, il nostro pensiero, per quanto appaiano
> sovrasensibile, sono il prodotto di un organo materiale corporeo: il
> cervello. La materia non è un prodotto dello spirito, ma lo spirito
> stesso, non è altro che il prodotto più alto della materia. Questo,
> naturalmente, è materialismo puro"(10).
> Il materialismo dialettico
> Il materialismo marxista si distingue da tutti quei materialismi che
> hanno concepito la realtà come oggetto: non invece come attività
> sensibile, prassi"(11). Il materialismo illuministico (Helvetius,
> d'Holbach, Diderot), il materialismo positivistico (Moleschott,
> Buchner) sono materialismi statici, Marx aggiunge una nota dinamica,
> la dialettica. La materia non è statica, ma è in movimento: "il
> movimento è il modo di esistere della materia" (12). Come la materia,
> il movimento è infinito ed eterno: "non si può né creare né
> distruggere" (13) e "quando noi diciamo che materia e movimento sono
> increati e indistruttibili, noi diciamo che il mondo esiste come
> progresso infinito, e abbiamo con ciò compreso tutto ciò che c'è da
> comprendere" (14). Non un qualunque movimento, ma il movimento
> dialettico, la dialettica. Per Hegel la dialettica era il movimento
> dell'unica realtà che e l'Idea, lo Spirito, il Pensiero
> ("Panlogismo"; tutto è Idea). Tale movimento avveniva attraverso la
> continua nascita, dalla totta di due termini che si urtano, di un
> terzo termine sintetico che supera gli altri due e che subito diventa
> il primo membro di una nuova triade. Il processo del reale è sempre
> un processo triadico: il primo termine si chiama tesi, il secondo
> antitesi, il terro - che supera gli altri due - sintesi. Ogni sintesi
> diventa la tesi di una nuova triade, e così via all'infinito.
> Il materialismo storico
> Il materialismo storico è l'applicazione del materialismo dialettico
> alla storia della società: "Il materialismo storico estende i
> principi del materialismo dialettico allo studio della vita
> sociale... allo studio della storia e della società" (23). Non si
> tratta di un'altra componente dissociabile dal materialismo
> dialettico: la stessa evoluzione della materia, che ha prodotto
> l'uomo mediante il lavoro primordiale, prosegue, sempre avanzando
> dialetticamente, mediante il lavoro organizzato. Lavorando, l'uomo si
> trasforma, la natura si muta, l'evoluzione continua: "cambiare la
> società" significa allora "cambiare l'uomo".
> La storia interpretata materialisticamente
> L'elemento fondamentale dell'evoluzione storica è l'elemento
> materiale, economico: "La forma fondamentale dell'attività degli
> individui è naturalmente quella materiale, dalla quale dipende ogni
> altra forma intellettuale, politica, religiosa, ecc." (24). "Le
> relazioni fondamentali di ogni società umana sono quindi i rapporti
> di produzione" (25) che costituiscono la "struttura essenziale"
> la "infrastruttura" su cui si impianta la "sovrastruttura" ideologica
> (morale, diritto, arte, religione, ecc.) che non ne è che il
> riflesso. "Non è la coscienza dell'uomo che determina la sua maniera
> di essere, ma è, al contrario, la sua maniera di essere sociale che
> determina la sua coscienza" (26). I rapporti di produzione
> determinano le classi sociali, che si presentano come dato costante
> della storia da quando esiste la proprietà privata. La storia,
> dunque, è storia di classi.
> La storia interpretata dialetticamente
> Le classi entrano necessariamente in conflitto fra di loro: "la lotta
> di classe... è un fenomeno assolotamente necessario e inevitabile"
> (27). La conflittualità storica che si esprime nella lotta di classe
> è diretta conseguenza della conflittualità filosofica della
> dialettica. Nella storia c'è un necessario processo dialettico, che
> si fonda sulla contradditorietà del reale e sulla lotta degli
> opposti. Da questa lotta, attraverso il processo triadico tesi-
> antitesi-sintesi, scaturisce il progresso. "La storia di ogni società
> finora esistita è storia di lotta di classe. Liberi e schiavi,
> patrizi e plebei, baroni e servi della gleba... in una parola,
> oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro,
> hanno sostenuto una lotta ininterrotta... una lotta che finì sempre o
> con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la
> rovina comune delle classi in lotta" (28). E' la tesi mentale
> del "Manifesto del partito comunista". Allo stadio attuale in cui è
> giunta, la lotta di classe si è semplificata, al punto che non
> esistono più che due classi: borghesi e proletari. "L'epoca nostra,
> l'epoca della borghesia, si distingue... perché ha semplificato i
> contrasti fra ie due classi. La società intera si va sempre più
> scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi direttamente
> opposte l'una all'altra: borghesia e proletariato" (29). La borghesia
> è la classe sfruttatrice, il proletariato è la classe sfruttata. Lo
> sfruttamento consiste in questo: che il proletario con il suo lavoro
> crea nella merce che produce un "valore" che solo parzialmente è
> coperto dal salario che percepisce, mentre per il rimanente è
> accumulato dal capitalista, il quale si arricchisce grazie a questo
> plusvalore ingiustamente sottratto al lavoratore. Di qui l'aggravarsi
> delle condizioni del proletariato, che necessariamente condurrà alla
> rivoluzione e alla "dittatura del proletariato", insieme esito
> necessario e termine della lotta di classe in quanto ché, dopo la
> vittoria del proletariato, non si potrà più parlare di classi
> distinte. La lotta di classe, cioè, "ha ora raggiunto un punto in cui
> la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non può più
> liberarsi dalla classe che la sfrutta e la opprime (la borghesia)
> senza liberare anche a un tempo, e per sempre, la società tutta dallo
> sfruttamento, dall'oppressione e dalla lotta fra le classi" (30).
> Occorre notare che la teoria economica del valore-lavoro, che è il
> nucleo del "Capitale" di Marx, non può essere staccata dal quadro
> filosofico generale del marxismo. Non si può "accettare l'analisi
> economica di Marx rifiutando la sua filosofia", come alcuni dicono:
> agli economisti che criticavano la nebulosa teoria del valore-lavoro,
> il marxista Rudolf Hilferding rispose nel 1904 (ne "La critica di
> Bohm-Bawerk a Marx") che "il problema non si pone a livello
> semplicemente economico". L'analisi materialista dell'economia non si
> può giudicare indipendentemente dal materialismo dialettico, anzi è
> l'applicazione del materialismo dialettico all'economia.
> La dittatura del proletariato e il deperimento dello Stato
> La dittatura del proletariato è un momento di transizione verso la
> società senza classi: e poiché lo Stato è la traduzione storica degli
> antagonismi di classe, macchina repressiva, strumento di dominazione,
> la scomparsa delle classi porterà con sé la scomparsa dello Stato. Il
> fine è analogo a quello anarchico. In termini giuridici si avranno:
> 1°) - un periodo di super-diritto (la dittatura del proletariato) in
> cui il diritto regolerà minuziosamente la vita dell'individuo in
> tutti i minimi particolari, cioè di massimo potere possibile dello
> Stato sulla persona.
> 2°) - un periodo di non-diritto, in cui non ci sarà più bisogno di
> codici né di leggi perché te masse seguiranno spontaneamente il
> meglio. "Il proletariato non ha bisogno dello Stato che per un certo
> tempo. Non siamo affatto in disaccordo con gli anarchici quanto
> all'abolizione dello Stato, come fine. Affermiamo che, per respingere
> gli avversari e raggiungere questo scopo, è necessario utilizzare
> provvisoriamente gli strumenti... del potere dello Stato contro gli
> sfruttatori, così come, per la soppressione delle classi, è
> indispensabile la dittatura provvisoria della classe oppressa" (31).
> Come finirà la dittatura del proletariato, lo Stato proletario? Non
> in maniera violenta, come è finito lo Stato borghese, ma, secondo
> Lenin, in modo naturale, per deperimento. Ci sarà, cioè, uno
> spontaneo passaggio dalla fase inferiore alla fase superiore della
> società comunista. Allora "tutta la società non sarà più che un
> grande ufficio ed una grande fabbrica con eguaglianza di lavoro ed
> eguaglianza di salario" (32). Dittatura degli operai armati che
> secondo Lenin determinerà l'assuefazione al lavoro spontaneo: e,
> mentre il capitalismo borghese remunerava secondo il lavoro
> effettuato, la società senza classi remunererà ognuno secondo i suoi
> bisogni. "Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi
> bisogni". Questo passaggio dal capitalismo alla fase inferiore del
> comunismo (dittatura del proletariato) in cui tutti sono
> coercitivamente uguali, e dalla fase inferiore a quella superiore
> (società senza classi) in cui l'uguaglianza è invece il risultato
> delle libere volontà, è secondo Lenin inevitabile, e dunque non è
> utopistico, ma scientifico. Si ignorano i tempi dello sviluppo, ma
> abbiamo la certezza di questo "deperimento":
> l'evoluzione storica travolgerà la religione, la famiglia, la
> proprietà.
> Queste grandi linee dell'ideologia marxista ci permettono di definire
> il marxismo una setta filosofica: non una scuola, non una corrente,
> non un movimento di pensiero, ma una setta per il suo carattere
> religioso: una religione evidentemente secolarizzata e trasposta sul
> piano temporale. Si tratta di una vera e propria utopia: e il
> carattere proprio di ogni utopia è quello di falsare le leggi
> necessarie della natura, falsare quell'ordine che è stato dato da Dio
> e a cui l'uomo deve conformarsi, entro cui deve realizzarsi. L'odio
> per Dio porta a negare la Sua creazione: la natura. Così, mediante il
> processo dell'evoluzione storica, il marxismo cerca di dissolvere le
> realtà naturali prime, facendone pure realtà storiche in balia del
> trionfante divenire: cosi è per la religione, la famiglia, la
> proprietà.
> Il comunismo nega la religione, la famiglia, la proprietà
> A) Religione
> Il marxismo, presentandosi come materialismo e negando quindi
> l'esistenza di Dio, nega di conseguenza la religione come rapporto
> necessario che lega, attraverso il rito, l'uomo a Dio. La religione è
> una sovrastruttura: "L'uomo fa la religione e non la religione
> l'uomo... (la religione) è la realizzazione fantastica dell'essenza
> umana", "essa è l'oppio del popolo" (33). "La religione - aggiunge
> Lenin - è una specie di acquavite spirituale, nella quale gli schiavi
> del capitale annegano la loro personalità umana e le loro
> rivendicazioni di una vita in qualche misura degna di uomini" (34).
> Secondo la Grande Enciclopedia Sovietica, la religione "è
> antisocialista per definizione, costituendo il prodotto
> dell'impotenza e dell'ignoranza: è l'oppio del popolo, secondo
> quell'affermazione di Marx che Lenin definì la base della dottrina
> marxista in materia"(35). La religione è dunque un male sociale che
> la rivoluzione comunista deve combattere: "la nostra propaganda
> comprende necessariamente anche la propaganda dell'ateismo" (36).
> Secondo l'art. 124 della Costituzione Sovietica: "La libertà di culto
> e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute per tutti
> i cittadini". Di fatto la propaganda religiosa e l'insegnamento
> religioso sono proibiti, mentre è favorita e incrementata la
> propaganda ateistica e antireligiosa. In realtà, come ogni forma di
> pensiero rivoluzionario, il marxismo vuole sostituire il culto
> dell'uomo al culto di Dio: "La critica della religione disinganna
> l'uomo affinché egli consideri, plasmi e raffiguri la sua realtà come
> un uomo disincantato, divenuto ragionevole, perché egli si muova
> intorno a sé stesso e quindi al suo vero sole. La religione è
> soltanto il sole illusorio che si muove attorno all'uomo, finché
> questi non si muove attorno a sé stesso" (37). "La critica della
> religione porta alla dottrina secondo la quale l'uomo è per l'uomo
> l'essere supremo" (38). L'uomo è Dio dell'uomo, e l'utopia del
> paradiso che la Rivoluzione creerà sulla terra sostituisce la fede
> nella vita eterna: "la lotta effettivamente rivoluzionaria della
> classe oppressa per creare il paradiso in terra é per noi più
> importante dell'unita delle idee dei proletari sul paradiso in cielo"
> (39). La religione è però insieme "espressione della miseria e
> protesta contro di essa" (40). Marx, come poi Gramsci, distingue
> dunque:
> - una religione "progressiva" (la "protesta contro la miseria") che
> esprime utopisticamente, in forma confusa e mitica, l'ugualitarismo
> rivoluzionario che solo il marxismo esprimerà scientificamente.
> Questa "religione" va dunque "demistificata" e "inverata": il
> credente progressista, seguendo la sua stessa linea di pensiero, va
> condotto coerentemente all'ateismo marxista;
> - una religione "tradizionale" ("espressione della miseria") che va
> totalmente sradicata e distrutta.
> B) Famiglia
> - La famiglia è una sovrastruttura
> La famiglia, come la religione e la proprietà, è per il comunismo una
> realtà di storia e non di natura: quindi" che l'abolizione
> dell'economia separata sia inseparabile dall'abolizione della
> famiglia è cosa che s'intenda da sé" (41). Secondo Marx il comunismo
> finirà per introdurre "una forma superiore del rapporto tra i due
> sessi" fondata sulla "composizione del personale operaio combinato
> con individui d'ambo i sessi e delle età più differenti" (42).
> - L'origine della famiglia
> Secondo Engels (nella nota opera "l'origine della famiglia, della
> proprietà privata e dello Stato" (43), fondata peraltro sugli studi
> dell'etnologo americano Morgan, oggi caduti nel più completo
> discredito) la famiglia monogamica è nata con la proprietà privata e
> col diritto del padre di trasmettere il capitale. Nell'epoca
> primitiva l'orda originaria viveva non solo nel comunismo primitivo,
> ma anche nella completa promiscuità sessuale. Soltanto
> successivamente nella società di classi nata con la proprietà
> privata, nasce la famiglia, dove la donna è vittima e l'uomo
> sfruttatore: anzi, c'è un rapporto fra l'alienazione familiare e lo
> sfruttamento della classe oppressa, il proletariato. Il passaggio al
> comunismo comporterà dunque la "liberazione della donna" mediante la
> soppressione della famiglia.
> - La soppressione della famiglia
> Secondo Engels il comunismo sopprimerà "la duplice base dell'odierno
> matrimonio - la dipendenza della donna dall'uomo e dei figli dai
> genitori" (44). Le due soppressioni sono collegate: emancipare la
> donna per il marxismo vuol dire emanciparla dal lavoro domestico e
> toglierle l'educazione dei figli, che sarà effettuata dallo Stato
> socialista: "Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà
> comune la famiglia singola cessa di essere l'unità economica della
> società. L'amministrazione domestica privata si trasforma in una
> industria sociale. La cura e l'educazione dei fanciulli diventa un
> fatto di pubblico interesse; e la società ha cura in eguale modo di
> tutti i fanciulli" (45). Tutto questo dovrebbe portare all'abolizione
> del matrimonio e al libero amore: ''I rapporti dei due sessi
> diventeranno rapporti del tutto privati che riguardano soltanto le
> persone direttamente interessate e nei quali la società non avrà
> minimamente di che immischiarsi" (46). In pratica nell'Unione
> Sovietica ci sono stati atteggiamenti diversi:
> prima tappa:
> tentativo di distruggere il vecchio tipo di matrimonio: introduzione
> immediata del divorzio e, per la prima volta nella storia,
> dell'aborto (1° dicembre 1917), negazione della validità del
> matrimonio religioso (20 dicembre 1917), nuovo diritto di famiglia
> (settembre 1918);
> seconda tappa:
> Codice del 1926 (in vigore dal 1° gennaio 1927): viene riconosciuto
> il "matrimonio non registrato", cioè l'unione libera, accanto al
> matrimonio registrato. E' il momento del libero amore: in Russia
> viene accolto con entusiasmo Wilhelm Reich, fondatore nel 1931
> dell'organizzazione SEXPOL e teorica di un incontro tra Marx e Freud
> nella teoria della funzione rivoluzionaria del libero orgasmo (molte
> sue teorie sono state riprese da H. Marcuse); la promiscuità sessuale
> viene incoraggiata;
> terza tappa:
> di fronte alle necessità, industriali e belliche poi, i capi
> dell'Unione Sovietica sentono il bisogno di una certa integrità psico-
> fisica della popolazione e decidono di arrestare il processo
> dissolutivo del "libero amore". Le "unioni libere" vengono
> scoraggiate; si viene - in un certo senso - a patti con la natura:
> ma ''l'abolizione del matrimonio", anche se non ancora tecnicamente
> possibile, resta il fine della società conquista.
> C) proprietà
> "I comunisti possono riassumere la loro dottrina in questa unica
> espressione: abolizione della proprietà privata"(47). Anche la
> proprietà privata è per il marxismo una realtà storica e non
> naturale; per Engels sono esistite diverse forme di proprietà che
> corrispondono ai diversi stadi di sviluppo della divisione del
> lavoro: la proprietà della tribù, la proprietà della città antica, la
> proprietà feudale, infine la proprietà privata basata sul capitale e
> sull'industria moderna. La proprietà privata è per Marx conseguenza
> del lavoro alienato e, nello stesso tempo, mezzo in cui il lavoro si
> aliena.
> La proprietà è la tesi di cui la classe operaia è l'antitesi:
> producendo il proletariato, la proprietà ha segnato la sua fine. La
> Rivoluzione sarà un atto di appropriazione, l'abolizione di ogni
> proprietà. "La proprietà privata dovrà essere abolita e sostituita
> dall'uso in comune di tutti i mezzi di produzione e dalla
> distribuzione di tutti i prodotti secondo un'intesa generale, cioè
> dalla comunanza dei beni. L'abolizione della proprietà privata é anzi
> la più significativa sintesi della trasformazione dell'intero
> ordinamento sociale, come necessariamente deriva dallo sviluppo
> dell'industria, ed è quindi a ragione messa innanzi dai comunisti
> quale rivendicazione principale" (48). E' importante notare che
> secondo Engels l'abolizione della Proprietà privata "non potrà essere
> effettuata in un colpo solo" ma "solo gradatamente" (49), mediante
> varie tappe, tra cui: "limitazione della proprietà privata per mezzo
> d'imposte progressive, imposte sull'eredità, ecc. graduale
> espropriazione della proprietà fondiaria, dei proprietari di
> fabbriche e di ferrovie e degli armatori di navi, accentramento del
> credito nelle mani dello Stato per mezzo di una banca nazionale con
> capitale di stato e soppressione di tutte le banche private...
> concentrazione dei mezzi di trasporto sotto il controllo dello Stato.
> Queste misure non possono, naturalmente essere adottate tutte in una
> volta. Ma l'una trarrà con sé l'altra. Appena dato il primo radicale
> assalto alla proprietà privata, il proletariato si vedrà costretto ad
> andare più avanti ed a concentrare sempre di più il capitale, tutta
> l'industria, tutti i mezzi di comunicazione e di scambio nelle mani
> dello Stato" (50). Nella prassi degli attuali partiti comunisti
> queste tappe non iniziano necessariamente nel momento in cui il
> comunismo va al potere ma già prima, costringendo i governi non
> comunisti a una "politica di riforme" che attacchi la proprietà con
> pressioni fiscali, nazionalizzazioni, ecc. Negando la religione, la
> famiglia e la proprietà, il comunismo nega le istituzioni naturali.
> Il comunismo si definisce come negazione dell'ordine naturale,
> riflesso a sua volta di una legge naturale che ha in Dio il suo
> autore, e si qualifica dunque come una delle manifestazioni storiche
> di quel rifiuto che la società moderna opera di Dio. Rifiuto che
> definiamo Rivoluzione, caricando questo termine di una valenza e non
> di affermazione. La negazione di Dio comporta immediatamente la
> negazione dell'essere, che il marxismo vorrebbe dissolvere nel
> movimento e nel divenire. Il comunismo, così, si presenta
> necessariamente te come Rivoluzione permanente.
> La Rivoluzione Permanente
> Occorre vincere un pregiudizio fondamentale che rischia di impedire
> qualunque considerazione adeguata del comunismo. Molti pensano che
> l'obiettivo del comunismo sia l'instaurazione di una società
> perfetta, da cui tutte le ingiustizie siano eliminate: e la
> Rivoluzione sarebbe un mezzo per raggiungere questo fine. Nulla di
> meno marxista! Lo scopo è fare la Rivoluzione: e i mezzi sono le
> contraddizioni che si incontrano (o che il Partito crea) nella
> società. "Marx non si rifece... dal proletariato, dai suoi bisogni e
> dalle sue sofferenze, dalla necessità di liberarlo, per trovare poi,
> come unica via della salvezza del proletariato, la Rivoluzione. Al
> contrario, egli camminò proprio all'inverso... Nel cercare la
> possibilità della Rivoluzione, Marx trova il proletariato" (51). Il
> marxismo non ha come scopo l'eliminazione della miseria: "Il marxismo
> non arreca un umanitarismo sentimentale e piagnucoloso. Marx non si è
> chinato sul proletariato perché esso è oppresso, per lamentarsi della
> sua oppressione... Il marxismo non si interessa al Proletariato in
> quanto esso è debole - come le persone "caritatevoli", certi
> utopisti, "paternalisti", sinceri o no - ma in quanto esso è una
> forza... In una parola, il marxismo vede nel proletariato il suo
> avvenire e le sue possibilità" (52). "Lo scopo della riforma agraria
> non è di dare delle terre ai contadini poveri né di alleviare le loro
> miserie: questo è un ideale da filantropi, non da marxisti... Il vero
> scopo della riforma agraria é la liberazione delle forze
> rivoluzionarie nel paese" (53). Anzi, il marxismo si serve della
> miseria come strumento: senza la miseria del proletariato non sarebbe
> possibile la rivoluzione; essa non è dunque un male da eliminare, ma
> un mezzo da sfruttare per il fine. Al contrario, "la 'prosperità
> industriale' determina i tentativi di 'comprare gli operai' e di
> allontanarli dalla lotta: questa prospettiva in genere 'demoralizza'
> gli operai" (54).
> Così, nei loro scritti sull'India e sulla Cina Marx ed Engels si
> rallegrano cinicamente della miseria generata dai tentativi inglesi
> di industrializzazione forzata dell'0riente: essa alimenterà la
> Rivoluzione. "Per quanto sia sentimentalmente deprecabile lo
> spettacolo di queste miriadi di laboriose comunità sociali
> patriarcali e inoffensive, disorganizzate e dissolte nella loro
> unità, gettate in un mare di lutti e i loro membri singoli privati a
> un tempo della forma di civiltà tradizionale e dei mezzi ereditari di
> esistenza" e anche se "la Gran Bretagna era animata dagli interessi
> più vili" "non e questo il problema. Il problema è: può l'umanità
> compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti
> sociali dell'Asia? Se la risposta è negativa, qualunque sia il
> crimine perpetrato dall'Inghilterra, essa fu, nel provocare una
> simile rivoluzione, lo strumento inconscio della storia" (55). Anche
> dal sistema del libero scambio e degli eccessi del capitalismo
> nascente Marx si rallegra per lo stesso motivo: "Ai nostri giorni il
> sistema di libero scambio dissolve le antiche nazionalità e spinge
> all'estremo l'antagonismo fra borghesia e proletariato: insomma, il
> sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale.
> E' solo in questo senso rivoluzionario che io voto a favore del free-
> trade" (56). Concludendo, il marxismo non ha per fine la riforma, ma
> la rivoluzione: "per il riformista la riforma è tutto... per il
> rivoluzionario, al contrario la cosa principale è il lavoro
> rivoluzionario e non la riforma: per lui, la riforma non è che il
> prodotto accessorio della Rivoluzione... Una riforma è naturalmente
> uno strumento di rafforzamento della Rivoluzione, un punto d'appoggio
> per lo sviluppo continuo del movimento rivoluzionario" (57).
> Dunque la rivoluzione è il fine.
> Ma quale Rivoluzione? Che cos'è la Rivoluzione?
> Occorre ricordare che il marxismo consta anzitutto, come si è detto,
> di due princìpi fondamentali:
> 1°) - il mondo è materia in evoluzione dialettica e in continua
> marcia verso il meglio;
> 2°) - esiste una "parte", o meglio, un'età della materia, l'uomo,
> che, a differenza degli altri esseri, è in grado di comprendere
> (grazie al pensiero, che pure deriva dalla materia) legge dialettica
> dell'evoluzione. Egli può (e quindi deve) collaborare al divenire
> evolutivo. Può accelerare la Rivoluzione, la marcia verso il meglio.
> Questo aiuto che l'uomo dà all'evoluzione è detto appunto
> Rivoluzione. La Rivoluzione, cioè la collaborazione dell'uomo al
> divenire evolutivo, si compie in due fasi:
> 1°) - una fase negativa: la distruzione di tutte quelle realtà e
> quegli istituti che, essendo naturali, sono stabili, tendono a
> permanere nel proprio essere, a restare uguali a sé stessi, e dunque
> sono colpevoli di "lesa evoluzione". Per questo la Rivoluzione deve
> abbattere la famiglia, la religione, la proprietà, la stessa natura
> umana;
> 2°) - una fase positiva: dopo l'instaurazione della società
> comunista, il lavoro collettivo, corale, incessante di tutti gli
> uomini per ottenere la propria auto-evoluzione attraverso la
> modificazione della natura esterna e interiore. La Rivoluzione perciò
> non è un semplice rivolgimento storico: "La nostra rivoluzione è
> diversa dalle altre rivoluzioni della storia... per il proletariato,
> la liberazione e la vittoria politica sono soltanto l'inizio della
> Rivoluzione" (58). Ma il divenire incessante, la contraddizione come
> essenza della realtà: "la vita consiste anzitutto precisamente nel
> fatto che un essere, in ogni istante, è sé stesso ed è anche un
> altro. Quindi la vita è del pari una contraddizione presente nelle
> cose e nei fenomeni stessi, contraddizione che continuamente si
> risolve; e non appena la contraddizione cessa, cessa anche la vita"
> (59). E' l'esito ultimo del primato del divenire sull'essere. La
> società rivoluzionaria é la società della contraddizione incessante,
> la società della negazione della natura, della negazione di Dio nella
> sua opera, e il marxismo è l'adorazione filosofica del divenire. La
> futura "società comunista", così, non sarà certo una società senza
> contraddizioni (quasi che la dialettica potesse cessare!) né senza
> lotte (Mao Tze-Tung ha teorizzato la necessità di
> continue "rivoluzioni culturali" anche dopo l'avvento del socialismo)
> e del resto "Marx non ha mai detto che il comunismo possa essere il
> periodo terminale della storia umana. Anzi, al contrario. Solamente,
> di ciò che verrà in seguito noi non possiamo esattamente dir nulla"
> (60).
> Lo slogan che circolava tra i bolscevichi, la cui formulazione sembra
> paradossale, al contrario definisce rigorosamente il carattere della
> Rivoluzione comunista: "La méta è nulla, il movimento è tutto!".
> Il leninismo
> 1) Il leninismo
> Il comunismo, come abbiamo visto, si definisce come negazione della
> natura, e negazione, nella natura, del suo Autore, cioè di Dio. Il
> comunismo, tuttavia, conosce la natura. Se non la conoscesse, del
> resto, non potrebbe negarla. Sa cioè che esiste una natura, afferma
> la possibilità di trasformarla - ma, per trasformarla, comincia col
> tenerne conto. Solo in questa prospettiva si può capire Lenin e
> comprendere lo spartiacque tra quel filone di socialismo romantico
> che va da Blanqui a Sorel e che è noto come blanquismo, e il marx-
> leninismo, il leninismo scientifico che non si accontenta
> dell'improvvisazione romantica, ma fa della Rivoluzione non solo uno
> slancio o una tensione ideale, ma una scienza. Si tratta di due linee
> metodologicamente contrapposte. Il blanquismo è volontarismo
> rivoluzionario, la versione rivoluzionaria, cioè, di quello che dalla
> parte opposta viene talvolta indicato come golpismo. La sua
> prospettiva si potrebbe riassumere in questi termini: bisogna trovare
> delle persone assolutamente disposte a fare la rivoluzione secondo la
> modalità operativa principale della cospirazione, fino al colpo di
> Stato. I dati naturali, lo stato della nazione, interessano
> marginalmente: e il blanquismo è più interessato al reclutamento di
> rivoluzionari che alla loro formazione, perché pensa,
> volontaristicamente, che basti la ferma volontà di fare la
> Rivoluzione per assicurarne il successo. Il leninismo è invece una
> prospettiva più complessa che, senza negare la necessità del
> reclutamento del nucleo di militanti necessari all'operazione
> rivoluzionaria, si sforza di costruirli razionalmente tenendo conto
> dei dati naturali e della struttura naturale della società. La natura
> conosce l'autorità, conosce la gerarchia, conosce legge secondo cui
> sono i pochi a guidare i molti: verità elementari che i teorici
> dell'élitismo (Mosca, Pareto, Michels) riscopriranno in quegli anni e
> che lo stesso Lenin riaffermerà, tanto da essere definito da parte
> dello storico social-democratico Borkenau, come l'"antidemocratico"
> fautore della "teoria fascista delle élites" (61). Si può discutere
> sulla fedeltà di Lenin a Marx, ma certamente, se è vero che la prassi
> è per il marxismo il metro di giudizio della dottrina, Lenin è, più
> di Marx, il vero Marxista e il vero rivoluzionario: Lenin ha fatto la
> Rivoluzione, mentre Marx si è limitato a parlarne. Il marxismo,
> abbiamo detto, è una setta filosofica: ma non è soltanto questo,
> perché passa all'azione, è azione, è prassi rivoluzionaria. Esso si
> può dunque ulteriormente definire come una setta filosofica che
> attraverso un'organizzazione sovversiva si propone la conquista del
> mondo.
> a) - una setta filosofica...
> non solo una filosofia, non solo una scuola di pensiero, ma una
> concezione del mondo che surroga la religione presentandosi in
> termini di certezza assoluta. Il filosofo non è lo studioso delle
> leggi oggettive della natura ma l'apostolo intollerante di una nuova
> verità. Su questo piano è evidente la filiazione dall'illuminismo,
> primo movimento culturale che abbia inteso fare del filosofo non un
> conoscitore della verità, ma un propagandista.
> b) - ...che attraverso un'organizzazione sovversiva...
> Il Marxismo introduce dunque un elemento ulteriore: il primato della
> prassi, elemento di radicale novità che fa del filosofo non solo un
> propagandista culturale, ma un uomo che agisce, che fa, un
> organizzatore e propagandista della Rivoluzione. In questo senso non
> è soltanto una setta filosofica, ma una vera organizzazione
> sovversiva. Lenin, che i socialdemocratici accusano di aver deformato
> il pensiero di Marx, è l'autentico marxista, e la Rivoluzione Russa,
> più che l'apparizione del Manifesto o del Capitale, è l'avvenimento
> filosofico per eccellenza.
> c) - ...si propone la conquista del mondo.
> Il marxista e l'uomo che lotta per una verità (anche se di tipo tutto
> particolare): è una verità che ha caratteri di universalità. Non una
> verità, metafisica, ma la "verità" che nasce dalla storia: il
> marxista non è mosso da volontà di potenza, ma da una fede cieca
> nella storia. Il mondo marcia verso il comunismo, verso il fenomeno
> universale e perpetuo della società senza classi. Le caratteristiche
> che il cristiano attribuisce all'Al dì là vengono attribuite a questo
> al dì qua nella loro totalità. Unica è la Storia, unica è l'attività
> lavorativa mediante la quale l'uomo si autotrasforma: unica, dunque,
> dovrà essere infine la società comunista, vero contro-Impero mondiale
> da cui nessun uomo dovrà restare fuori.
> La strategia leninista
> La preoccupazione di fondo di Lenin è quella di fare la Rivoluzione.
> E, per fare la Rivoluzione, occorre rispettare certe leggi naturali
> ineliminabili. Una di queste leggi dice che non sono le masse, ma le
> minoranze a fare la storia. Gli uomini non sono uguali, esiste una
> gerarchia naturale, sono i pochi a muovere i molti. Il profeta
> dell'ugualitarismo fare sua questa verità squisitamente
> reazionaria... cadendo così, secondo alcuni, in un atteggiamento
> antimarxista o "fascista": ma è stata proprio questa conoscenza della
> natura ad assicurare il successo dell'azione rivoluzionaria di Lenin.
> Lenin intuisce che le società si fanno e si distruggono a partire
> dagli uomini: "c'è una massa di individui, ma gli uomini mancano"
> e "gli uomini mancano perché non vi sono dirigenti, non vi sono capi
> politici, non vi sono intellettuali capaci di organizzare un lavoro
> vasto e nello stesso tempo coordinato, armonico che permetta
> l'utilizzazione di qualunque forza, anche della più insignificante"
> (62). Occorrono invece "uomini che consacrino alla Rivoluzione non
> solo le sere libere, ma tutta la loro vita" (63).
> - una "organizzazione degli operai", "la più vasta possibile e la
> meno clandestina possibile" (64). Si tratta di organizzazioni "molto
> larghe": "non è nel nostro interesse esigere che solo i social-
> democratici (cioè, nel linguaggio di Lenin, i marxisti convinti
> possano appartenere a queste associazioni... perché ciò
> restringerebbe la nostra influenza sulla massa" (65).
> - una "organizzazione dei rivoluzionari", formata da "uomini la cui
> professione sia l'azione rivoluzionaria" che "necessariamente non
> deve essere molto estesa e deve essere quanto più clandestina
> possibile" (66). Si tratterà necessariamente di una minoranza anche
> perché "e molto più difficile impadronirsi di una decina di teste
> forti che non di un centinaio d'imbecilli" (67); e di una minoranza
> rigorosamente formata: "per militanti del nostro movimento il solo
> principio organizzativo serio deve essere: segreto rigoroso, scelta
> minuziosa degli iscritti, preparazione di rivoluzionari
> professionali" (68). Come si vede, si tratta di un'organizzazione
> fondata su criteri tutt'altro che democratici o ugualitari: Lenin
> afferma che "non è possibile sostituirla con il controllo democratico
> generale" e che i rivoluzionari "non hanno il tempo di pensare a1le
> forme esteriori della democrazia... ma sentono molto fortemente la
> propria responsabilità e sanno inoltre per esperienza che, per
> sbarazzarsi di un membro indegno, un'organizzazione di veri
> rivoluzionari non arretrerà innanzi a nessun mezzo (69). Attraverso
> questa duplice struttura, sotto la guida segreta ma ferrea del
> piccolo gruppo dei rivoluzionari di professione, la setta filosofica
> diviene partito, che è parola etimologicamente pertinente, quasi a
> indicare la divisione dell'umanità in due campi. E' un esercito
> speciale che conduce una guerra ben più totale della "guerra totale",
> perché non è circoscritta alle operazioni militari, anche se il
> partito ha una struttura tipicamente militare. Questa rigorosa
> organizzazione è considerata da Lenin essenziale al successo della
> Rivoluzione. Una dura polemica è pertanto condotta contro i
> socialisti democratici, dall'altra contro gli "estremisti" dei
> gruppuscoli socialrivoluzionari. Ai democratici, ai menscevichi,
> ai "socialtraditori", allo stesso Kautsky che si limita ad una
> ortodossia formale nei confronti di Marx, Lenin ricorda che "una
> centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato
> sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia" (70).
> Occorre "un partito temprato nella lotta": "chi indebolisce, sia pure
> di poco, la disciplina ferrea del partito del proletariato
> (soprattutto durante la dittatura del proletariato) aiuta di fatto la
> borghesia" (71). Ai dottrinaristi di sinistra, ai
> socialrivoluzionari, agli anarchici, Lenin obietta che per vincere
> occorre "combinare le forme di lotta legali e illegali, parlamentari
> ed extraparlamentari" (72): "i rivoluzionari che non sanno combinare
> le forme illegali di lotta con tutte le forme legali sono pessimi
> rivoluzionari" (73). I "bolscevichi di sinistra" che rifiutano di
> partecipare al "parlamento reazionario" hanno forse compreso i
> principi teorici ma non la strategia del comunismo. "Tutta la storia
> del bolscevismo - risponde Lenin - prima e dopo la rivoluzione di
> ottobre è piena di casi di destreggiamenti, di accordi, di
> compromessi con altri partiti, compresi i partiti borghesi. Condurre
> la guerra per il rovesciamento della borghesia internazionale, guerra
> cento volte più lunga, più difficile e più complicata delle guerre
> abituali fra gli Stati, e rinunziare in anticipo a destreggiarsi, a
> sfruttare i contrasti di interessi (sia pure temporanei) tra i propri
> nemici, rinunziare agli accordi ed ai compromessi con eventuali
> alleati (sia pure temporanei, poco sicuri, esitanti, condizionati)
> non è cosa infinitamente ridicola? Non è come se nell'ardua scalata
> di un monte ancora inesplorato e inaccessibile si rinunciasse
> preventivamente a fare talora degli zig-zag, a ritornare qualche
> volta sui propri passi, a lasciare la direzione presa all'inizio per
> tentare direzioni diverse?" (74). Il "partito di ferro'' è
> indispensabile alla strategia comunista, ma esso deve sempre essere
> disponibile al compromesso tattico. la "disciplina ferrea del
> partito" e il "destreggiarsi" sono due aspetti inscindibili di
> un'unica metodologia. Questa metodologia, applicata ai paesi
> occidentali e cristiani tramite la riflessione di Gramsci, si
> perfeziona proprio nei nostri anni, con il programma di compromesso
> culturale. Esso consiste nella ricerca della conquista dello Stato
> attraverso la conquista della società, mediante una lenta e accorta
> penetrazione di tutte le sue strutture: la scuola, le società
> economiche, la magistratura, lo stesso mondo cattolico sono
> lentamente infiltrati dall'interno. L'ala marciante della Rivoluzione
> si serve così della tecnica di trasbordo ideologico e della
> complicità dei moderati per acquistare sulla società quella egemonia
> che, sola, può garantirne il successo. Per fare ciò occorre un
> compromesso culturale, in cui il mondo non-comunista, e in
> particolare quello cattolico, rinuncino alla difesa del proprio
> modello di uomo e di società; mentre il movimento comunista, per
> parte sua, essendo una ideologia della prassi, ed essendo vincolato
> solo al successo della Rivoluzione, mantenga, al di là delle
> concessioni verbali, il proprio progetto egemonico.
> La crisi teoretica del marxismo
> A) - Due posizioni insuperabili.
> Da una parte: Stalin e Trotzsky
> Di fatto, l'esito storico-politico del marxismo è la contrapposizione
> di due posizioni che si muovono a vicenda critiche insuperabili: lo
> stalinismo e il trozskismo. Queste due posizioni hanno un significato
> che va al di là della polemica fra Stalin e Trotsky (terminata con
> l'esilio del secondo e il suo assassinio in Messico nel 1940,
> preceduto dallo sterminio dei trotzskisti nei campi di concentramento
> staliniani): esse possono essere assunte come categorie, considerate
> come due atteggiamenti tipici all'interno del comunismo. In Italia ad
> esempio, con qualche differenza, Togliatti gioca il ruolo di Stalin,
> e Bordiga - il vecchio capo del PCI espulso dal partito - quello di
> Trotzsky, mentre Gramsci, che pure era alla ricerca di una filosofia
> che permettesse di evitare sia lo stalinismo che il trotzskismo,
> messo nella necessità di scegliere si orienta di fatto verso lo
> stalinismo. Trotzsky introduce il concetto di "rivoluzione tradita",
> in Russia non si è realizzato il vero comunismo, perché Stalin ha
> tradito la Rivoluzione. Con Stalin la Rivoluzione ha assunto e
> rafforzato le realtà e gli istituti che avrebbe dovuto negare: lo
> Stato, l'autorità, la burocrazia, l'élite dirigente, l'apparato
> poliziesco, ecc. Soprattutto, la Rivoluzione si è circoscritta a una
> sola nazione ("socialismo in un solo paese") tradendo così il
> concetto marxista di "Rivoluzione permanente" che avrebbe postulato
> un tentativo immediato di estendersi al mondo intero. Stalin
> risponde: non esiste un "comunismo ideale"; la realizzazione
> sovietica, il "socialismo in un solo paese" è l'unico modo per fare
> avanzare la Rivoluzione, e le critiche Trotzsky rappresentano una
> posizione utopistica, idealista, che in ultima analisi favorisce
> l'avversario. Chi ha ragione? Stalin o Trotzsky? Tutti e due. Ha
> ragione Trotzsky: perché il comunismo, come ogni Rivoluzione, ha
> inevitabilmente esiti totalitari. Ma ha ragione anche Stalin: perché
> la Rivoluzione non poteva riuscire che a condizione di essere
> tradita, tanto che l'iniziatore del "tradimento" è stato lo stesso
> Lenin. Egli, prima di Stalin, ha dato allo Stato sovietico i
> caratteri che Trotzsky denunciava. Ma nella stessa filosofia marx-
> leninista, di cui Trotzsky sottolinea l'importanza, erano insiti
> quegli sviluppi che egli combatte. Non esistono due comunismi: il
> comunismo ideale, mai realizzato, e il comunismo "tradito" degli
> stati socialisti; la costruzione ideale, per la sua stessa struttura,
> non può dare altro esito, nella pratica, che lo Stato totalitario e
> oppressivo di cui l'Unione Sovietica è il modello. Così, la
> contrapposizione fra Stalin e Trotzsky rimane insuperabile: e
> l'irresolubile alternativa può essere mascherata soltanto degradando
> la filosofia a ideologia, imponendo autoritariamente una strada,
> facendo dell'ideologia sovietica quel "cumulo di menzogne"
> sistematiche, oppressive, che Solzenicyn denuncia nel suo
> scritto "Vivere senza menzogna". Dall'altra: la materia e la
> dialettica. Oltre e sotto la prima contrapposizione (storico-
> politica) ve ne è una seconda (teoretica), altrettanto insuperabile.
> Siamo abituati a dare per scontato il passaggio da Hegel a Marx: Marx
> avrebbe "raddrizzato" Hegel - il passaggio sarebbe filosoficamente
> ineccepibile. Ma lo è davvero? E' il materialismo dialettico una
> filosofia coerente? Può la materia essere il soggetto della
> dialettica? Certo: il marxismo è un tutto inscindibile in cui il
> materialismo e la dialettica non possono essere separati. Ma se unire
> questi due elementi è arbitrario, allora il marxismo è un falso
> filosofico: e il mettere l'accento sull'uno o sull'altro aspetto
> dovrà portare a uscire dal marxismo. Di fatto, storicamente il
> marxismo ha sempre teso a una simile decomposizione:
> - sia in Russia: lotta fra Bucharin (accusato di materialismo
> positivista) e Trotzsky (accusato di idealismo), risolta in maniera
> autoritaria da Stalin con l'eliminazione di entrambi i contendenti;
> - sia nella storia generale del marxismo, dove il materialismo meno
> la dialettica porta a quel materialismo relativista che è l'ideologia
> (almeno pratica) della moderna "società dei consumi", mentre la
> dialettica meno il Materialismo porta ad un ritorno alla filosofia
> idealista, con un processo che il prof. Del Noce ha studiato in
> Gentile (la cui prima opera importante era dedicata a Marx). Anche
> qui, le critiche che le due parti si muovono sono ugualmente valide:
> perché è vero che una pura "filosofia della prassi" non può tollerare
> un substrato idealistico, mitico com'è la dialettica, ma è anche vero
> che, se tutto è movimento, il movimento incessante della dialettica
> finisce per dissolvere, travolgere la materia. Anche a livello
> speculativo, dunque, siamo di fronte ad una impasse insuperabile, ad
> uno scacco del marxismo. Al tentativo di risolvere questa impasse si
> dedicano le varie scuole neo-marxiste occidentali, mentre
> l'ortodossia regna nei paesi socialisti. Si ricerca da parte di
> queste scuole l'accordo fra i postulati del materialismo dialettico e
> la realtà naturale e sociale, che resiste caparbiamente alla popria
> evoluzione. D'altra parte, il progredire della Rivoluzione e la
> degenerazione accelerata del costume sembrerebbero quasi scavalcare
> la filosofia rivoluzionaria per eccellenza: ed ecco dunque la
> necessità di collegare il marxismo all'esistenzialismo (Sartre e
> Merleau-Ponty), allo strutturalismo (Althusser), alle varie forme
> di "filosofia della liberazione" (Bloch e Marcuse).
> B) - Di fronte a questa crisi, varieposizioni.
> La crisi del marxismo è insieme la crisi della società e della
> cultura occidentale, che il marxismo ha profondamente segnato: e da
> essa dipende 'attuale situazione di disorientamento generale, in cui
> tutti viviamo. Di fronte a questa crisi si possono assumere vari
> atteggiamenti:
> - la dissoluzione
> Il comunismo è rivoluzionario, ma la Rivoluzione non si esaurisce nel
> comunismo. Portando avanti il processo rivoluzionario, si può
> arrivare a una presentazione della Rivoluzione come pura dissoluzione
> che vada oltre lo stesso marxismo: il surrealismo, la rivoluzione
> sessuale, la riscoperta di Sade, la IV Rivoluzione.
> - la disperazione
> Se si crede che il marxismo abbia esaurito il suo vigore ma che,
> insieme, ciò che il marxismo ha negato (la filosofia dell'essere, i
> valori tradizionali), sia negato per sempre e non recuperabile,
> l'atteggiamento naturale sarà la disperazione (ad esempio,
> Horkheimer). Esistono anche travestimenti della disperazione:
> l'utopia "cosciente di essere tale", la "parodia della rivoluzione"
> in Marcuse, il gioco e la burla generalizzati dei movimenti
> underground, l'esaltazione della droga come evasione dal mondo, ecc.
> - il "progressismo" cristiano
> C'è chi crede che il marxismo possa essere "salvato" giustapponendovi
> i valori religiosi: è il "progressismo" cristiano. Ma la sua
> posizione deriva da una incomprensione del carattere totale del
> marxismo: e del resto i suoi tentativi non hanno mai "convertito" il
> marxismo al Cristianesimo, ma piuttosto molti cristiani al marxismo.
> Si dice che il filosofo marxista Ernst Bloch, pur rimanendo ateo,
> abbia lanciato un "ponte" fra marxismo e Cristianesimo. E' vero: ma
> questo ponte è fatto per essere attraversato in un senso solo, sempre
> da cristiani che passano al marxismo, mai da marxisti che passano al
> Cristianesimo.
> - la Tradizione
> Un'ultima posizione consiste nel rifiutare il presupposto generale
> del marxismo, che preesiste a Marx: il primato del divenire, la
> negazione della Tradizione, la Rivoluzione. Esiste un seme, questo
> seme si è sviluppato e ne è nato un albero di errore e di morte.
> Piuttosto che cercare di salvare l'albero, non sarà forse opportuno
> rifiutare il seme? Si tratta allora, di recuperare "per diametrum"
> tutto ciò che fin dall'inizio il marxismo e i suoi precedenti storici
> avevano negato: il primato dell'essere, la Tradizione. E' il
> contrario della Rivoluzione: è la Controrivoluzione. Per precisarne i
> contenuti, occorre esaminare ulteriormente il concetto di
> Rivoluzione.
> Conclusione
> Il marxismo, si è detto, nega il primato dell'essere e nega, in
> particolare:
> 1°) - Il principio di identità e di non-contraddizione (A è uguale ad
> A ed è diverso da non-A; ciò che è è, ciò che non è non è), che
> deriva immediatamente dal primato dell'essere sul divenire. Già per
> Hegel, il maestro di Marx, la verità delle cose non è nel loro
> essere, ma nel loro divenire, nel movimento, cioè nella dialettica:
> la verità della tesi è nella sua negazione, nell'antitesi, che
> permette il passaggio alla sintesi; di qui la formula: "ciò che è non
> è, e ciò che non è è", che esprime il primato del divenire e la
> negazione del principio di non-contraddizione. "Et super hoc
> principio - dice San Tommaso - omnia alia fundantur" (su questo
> principio si fondano tutte le cose).
> 2°) - l'esistenza del peccato originale. Se vi fosse il peccato
> originale non sarebbe possibile la salvezza totale in terra, la
> società perfetta. Ma l'essere delle cose - come si è visto - è il
> loro non essere. L'essere della vita è la negazione dialettica della
> vita: la morte. La finitezza dell'uomo (che è evidente: gli uomini
> sono finiti, muoiono) non è un limite indebito causato da qualcosa
> che segnerà per sempre gli uomini, ma è anzi una condizione
> intrinseca positiva, una antitesi che permette il processo
> dialettico. Ora, il principio di non contraddizione (il primato
> dell'essere) e l'esistenza del peccato originale sono il fondamento
> dell'idea di Tradizione. Il primato dell'essere spiega l'esistenza di
> verità eterne e metastoriche, grazie alle quali si può vivere
> l'eterno nel tempo e che, in quanto metastoriche - non in balìa della
> storia, non dissolte dalla storia - possono essere consegnate
> (traditae) di generazione in generazione; mentre il peccato originale
> spiega che possono oscurarsi e possono essere dimenticate e perfino
> negate dagli uomini. Il marxismo, quindi, è l'antitesi più radicale
> dell'idea di Tradizione. Il primato dell'essere, poi, fonda la
> stabilità della natura e delle sue leggi: leggi permanenti,
> oggettive, universali, valide cioè sempre e per tutti gli uomini,
> cosicché si può parlare di legge naturale, come legge morale che la
> ragione può leggere nella umana. Legge naturale che è fondamento di
> ogni legge positiva, anche se nessun ordinamento giuridico positivo
> potrà mai realizzarla nella sua pienezza e perfezione. La negazione
> del primato dell'essere è la negazione di Dio e della verità
> metafisica, la negazione della legge morale, del diritto naturale e
> quindi la negazione dei primi istituti naturali, derivabili cioè
> dalla stessa natura dell'uomo e dalle sue inclinazioni, i quali sono
> la famiglia, la proprietà, lo Stato: istituti di natura e non di
> storia e come tali ineliminabili, eliminabili solo attraverso il
> terrore e la repressione più spietata. Ma se l'autore della natura è
> Dio, e non l'uomo, la negazione degli istituti naturali è anzitutto
> la negazione di Chi ha fatto le creature, la negazione del Creatore
> nella negazione del creato, il rifiuto di Dio nel rifiuto della
> famiglia e della proprietà. Questa è l'essenza rivoluzionaria del
> comunismo, caricando il termine Rivoluzione, considerato, al di là
> del suo significato di sommovimento episodico, come categoria
> filosofico-politica, di una valenza metafisica, e intendendolo nella
> sua realtà più profonda. Che cos'è la Rivoluzione? E' la negazione
> dell'ordine naturale e cristiano e cioè di una società e di un mondo
> fondati sulla legge naturale e rivelata, la negazione in ultima
> analisi dell'Autore di questa legge, cioè di Dio. In questo senso si
> può stabilire un'essenza metafisica della Rivoluzione, che è anche
> l'essenza del comunismo, senza con questo dire che il comunismo
> esaurisca la Rivoluzione. Se unica infatti è la verità, unica è
> l'essenza del rifiuto di essa - il "non serviam" (di Lucifero) -
> la "liberazione" cioè da ogni dipendenza politica e spirituale, ma
> infinite sono le possibili manifestazioni di questo rifiuto. La
> Rivoluzione è unica nell'essenza, e molteplice nelle manifestazioni:
> manifestazioni che, storicamente diverse ed eterogenee, sono
> accomunate dall'unicità dell'essenza e del fine. Solo in questa
> prospettiva si potrà poi intendere in che modo realmente la Riforma
> Protestante prefiguri la Rivoluzione Francese e questa prefiguri a
> sua volta, la Rivoluzione Bolscevica: avvenimenti che si
> presenterebbero altrimenti come blocchi storici a sé stanti, quasi
> inesplicabili compartimenti stagni. La Rivoluzione invece ha una sua
> storia, la storia di una marcia verso società sempre meno naturali,
> sempre meno fondate sul primato dell'essere, sempre più palesi nella
> negazione di Dio. La Rivoluzione è un blocco, e combatterne solo una
> parte significa essere sopraffatti dalle altre. E' necessario
> conoscere il comunismo, l'ala marciante della Rivoluzione, ma è anche
> necessario imparare a identificare le altre componenti del blocco
> rivoluzionario che, anche se si presentano come diverse e perfino
> avversarie del comunismo, in realtà ne facilitano l'avvento. Così, è
> necessario anche comprendere che la Rivoluzione è un blocco non solo
> politico o ideologico, ma si sviluppa a partire da un insieme di
> tendenze, di atteggiamenti, di modi di vivere diffusi anche negli
> ambienti migliori, e da cui il comunismo nasce e si alimenta. Il
> comunismo non è solo un partito politico o una setta filosofica: il
> comunismo è un vizio intellettuale e morale di cui gran parte degli
> uomini moderni (e non soltanto i comunisti dichiarati) finiscono per
> essere preda. Un autentico anticomunismo dovrà colpire il bersaglio
> nemico nella sua stessa essenza, nel suo cuore. Per colpire il male
> alle radici per sconfiggere il comunismo va colpita dunque al cuore
> la Rivoluzione nella sua essenza, prima ancora che nelle sue
> manifestazioni. La Rivoluzione appare come il drago a più teste, che
> produce continuamente nuovi mostri. Il compito dell'anticomunista è
> dunque quello di trasformarsi in controrivoluzionario, in combattente
> cioè che non si limiti a tagliare teste che continuano fatalmente a
> riprodursi, ma che colpisca il drago al cuore, e la chiave per la
> vittoria è la completa conversione a Gesù Cristo Nostro Signore.
> Note
> (1) - Tesi politiche del IX Congresso del PCI, ed. Riuniti, Roma 1960.
> (2) - G. STALIN, Il materialismo dialettico e il materialismo
> storico, in: Questioni del Leninismo, ed. it., Mosca 1945, pag. 180.
> (3) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, ed. it. Garzanti, Milano 1954, pag.
> 19.
> (4) - TREVISANI, Piccola Enciclopedia del socialismo e comunismo,
> Milano, Calendario del popolo, 1958, pag. 32.
> (5) - LENIN, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, in: Opere
> scelte, ed. Riuniti --Progress, Roma - Mosca, s.d., vol. I, p. 42-44.
> (6) - LENIN, Materialismo ed empirio-criticismo, in: Opere scelte,
> cit. vol. III, pag. 371.
> (7) - IDEM, cit. pag. 116.
> (8) - IDEM, pag. 141.
> (9) - ENGELS, Antiduring, in Marx - Engels, Opere complete, vol. XXV,
> Roma 1974, pag.48.
> (10) - ENGELS, Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia
> classica tedesca, Rinascita, Roma 1950,pag. 18.
> (11) - MARX, I^ tesi su Feuerbach, op. cit., pag. 81.
> (12) - ENGELS, Antiduhring, cit., pag. 135.
> (13) - ENGELS, Dialettica della natura, in: Marx-Engels, Opere
> complete, vol. cit. pag. 365.
> (14) - IDEM, pag. 529.
> (15) - M. ALOISI, prefazione a S. Bernal e altri, L'origine della
> vita, Feltrinelli, Milano 1962, pag. IX.
> (16) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit., pag. 37.
> (17) - ENGELS, Dialettica della natura,
> (18) - MARX-ENGELS, L'ideologia tedesca, ed. Riuniti, Roma 1958, pag.
> 17.
> (19) - MARX, VI Tesi su Feuerbach,in: ENGELS, L. Feuerbach, cit. pag.
> 84.
> (20) - MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in: Opere
> filosofiche giovanili, ed. Riuniti, Roma 1963, pag. 203.
> (21) - MARX, Critica al Programma di Gotha, in: Marx-Engels, Opere
> scelte, ed, Riuniti, Roma 1966, pag. 962.
> (22) - LENIN, in: Les principes du marxisme-leninisme, antologie,
> Progress, Mosca 1961, pagg. 875-876.
> (23) - STALIN, Materialismo dialettico e materialismo storico,
> Rinascita Roma 1954, pag. 9.
> (24) - MARX-ENGELS, L'ideologia tedesca, ed. Riuniti, Roma 1958, pag.
> 70.
> (25) - H. LEFEBRE, Il marxismo, cit. pag. 56.
> (26) - MARX, Per la critica dell'economia politica, prefazione, ed.
> Riuniti, Roma 1972, pag. 15.
> (27) - STALIN, Materialismo dialettico e materialismo storico, cit.
> pag. 20.
> (28) - MARX-ENGELS, Manifesto del partito comunista, ed. Riuniti,
> Roma 1974, pag. 55.
> (29) - MARX-ENGELS, Manifesto, cit. pag. 56.
> (30) - ENGELS, Prefazione all'edizione tedesca del Manifesto, in:
> Manifesto, ed. cit., pagg. 39-40.
> (31) - LENIN, Stato e Rivoluzione, in: Opere scelte, vol. II,
> Progress, Mosca 1947, pag. 168.
> (32) - LENIN, Stato e Rivoluzione, in opere scelte, vol. II,
> Progress, Mosca 1947, pag. 195.
> (33) - MARX, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel
> Introduzione, in: Marx-Engels, Opere scelte ed. Riuniti, Roma 1966,
> pag. 58.
> (34) - LENIN, Socialismo e Religione, in: Opere scelte, cit.,vol. I,
> pag. 674.
> (35) - IDEM, La religione nell'URSS, Feltrinelli, Milano 1961, pag. 3.
> (36) - Lenin, Socialismo e Religione, cit. pag. 677.
> (37) - MARX, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel,
> cit. pag. 58.
> (38) - IDEM, pag. 65.
> (39) - LENIN, Socialismo e Religione, cit. pag. 678.
> (40) - MARX, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel,
> cit. introduzione, passim.
> (41) - MARX-ENGELS, L'ideologia tedesca, ed. Riuniti, Roma 1967, pag.
> 53.
> (42) - MARX, Il capitale, ed. Riuniti, vol. I, Roma 1967, pag. 536.
> (43) - ENGELS, L'origine della famiglia, della proprietà privata e
> dello Stato, tr. it. Newton Compton, Roma 1974.
> (44) - ENGELS, Il catechismo dei comunisti, premesso all'ed. del
> Manifesto, Edizioni del Maquis, Milano 1971, pag. 31.
> (45) - ENGELS, L'origine della famiglia, della proprietà privata e
> dello Stato, ed. Riuniti, Roma 1970, pag. 103.
> (46) - ENGELS, Il catechismo dei comunisti, cit. pag. 19.
> (47) - MARX - ENGELS, Manifesto del partito comunista, ed. Riuniti,
> Roma 1971, pag., 78.
> (48) - ENGELS. Il catechismo dei comunisti, cit. pag. 19.
> (49) - IDEM, pag. 23.
> (50) - IDEM, pagg. 24-26.
> (51) - ARTHUR ROSENBERG, ex-membro del comitato Esecutivo della Terza
> internazionale, Storia del Bolscevismo, ed, it. Sansoni, Firenze
> 1969, pag. 3.
> (52) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit. pag. 49.
> (53) - LIU SCIAO-CHI, Rapporto del 14 giugno 1950 della segreteria
> generale del Partito Comunista Cinese.
> (54) - LENIN - K. MARX in: Opere scelte, cit. vol. I, pag. 31.
> (51) - ARTHUR ROSENBERG, ex-membro del comitato Esecutivo della Terza
> internazionale, Storia del Bolscevismo, ed, it. Sansoni, Firenze
> 1969, pag. 3.
> (52) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit. pag. 49.
> (53) - LIU SCIAO-CHI, Rapporto del 14 giugno 1950 della segreteria
> generale del Partito Comunista Cinese.
> (54) - LENIN - K. MARX in: Opere scelte, cit. vol. I, pag. 31.
> (55) - MARX, La dominazione britannica in India, in: Marx-Engels,
> India-Cina-Russia, il Saggiatore, Milano 1970, pagg. 76-77.
> (56) - MARX, Discorso sulla questione del libero scambio, cit. in
> India-Cina-Russia, cit. pag. 123.
> (57) - STALIN, Les principes du Léninisme, Editions Sociales, Paris
> 1947, pag. 100.
> (58) - LIU SCIAO-CHI, Pout etre un bon communiste, Editions sociales
> Paris 1955 pag. 49.
> (59) - ENGELS, Antiduhring, ed. it. Cit. pag. 115.
> (60) - H. LEFEBVRE, Il marxismo, cit. pag. 90.
> (61) - F. BORKENAU, Storia del comunismo europeo Neri Pozza, Vicenza
> 1963, pag. 21.
> (62) - LENIN, Che fare?, in: Opere scelte, Progress, Mosca 1947, vol.
> I, pag. 224.
> (63) - LENIN, I compiti urgenti del nostro movimento, in: Opere, vol.
> IV, ed. Riuniti, Roma 1957, pag. 406.
> (64) - LENIN, Che fare?, cit. pag. 213.
> (65) - LENIN, Che fare?, cit. pagg. 214-215.
> (66) - IDEM, pagg. 213-214.
> (67) - IDEM, pag. 221.
> (68) - IDEM, pag. 233.
> (69) - IDEM, pag. 233.
> (70) - LENIN, L'estremismo malattia infantile del comunismo, ed.
> Riuniti, Roma 1974, pag. 10.
> (71) - IDEM, pagg. 58-59.
> (72) - IDEM, pag. 38.
> (73) - IDEM, pag. 155 - la sottolineatura è dello stesso Lenin.
> (74) - IDEM, pag. 105.
>
>
>
>
Conoscere il comunismo serve per evitarlo.
In borsa poi...
per sfatare il mito del comunismo basta che si pensi ad una società
senza che il denaro sia l'ago della bilancia....
sarebbe bello, ma produrrebbe effetti ancor + devastanti, infatti, senza
il "filtro" del denaro(capitale) (e quindi senza inseguirlo e quindi
senza prodigarsi e sfruttare le proprie qualità nascoste), si creerebbe
una società molto radicale, basata solo sulle capacità personali, che
sono innate nelle persone (c'è chi e più "intelligente" e chi meno) , si
arriverebbe cioè ad una società di A di B di C in quanto non ci sarebbe
nessun tramite tra le tre sopracitate.... e nell'uomo questa vita
"schematica" lo porterebbe ad un razzismo senza soluzione in quanto non
confutabile(x motivi nativamente genetici)
i problemi di questo mondo non sono riconducibili al modello economico,
ma sono solo delle "prove" a cui siamo sottoposti x le generazioni
future.
i problemi di OGNI genrere sono sempre esistiti da MILLENNI....
l'unica cosa x cui veramente combattere(opporsi) è coloro che hanno
paura dell'incerto futuro e che per il loro egoismo si rifugiano nel
dorato presente...
.... mi è venuta così x ispirazione senza pensarci.... (sarà stato
Ermete?)
Il 15 Ago 2005, 23:13, "Ki$$® Trismegisto 3 v.g." <ki$$@ermete.com> ha
scritto:
> per sfatare il mito del comunismo basta che si pensi ad una società
> senza che il denaro sia l'ago della bilancia....
Da dove hai dedotto questa conclusione? Forse se ti degnassi di leggere
qualcosa sul comunismo sarebbe utile, principalmente a te. Ti consiglio "Il
Capitale" di K. Marx
> sarebbe bello, ma produrrebbe effetti ancor + devastanti, infatti, senza
> il "filtro" del denaro(capitale) (e quindi senza inseguirlo e quindi
> senza prodigarsi e sfruttare le proprie qualità nascoste), si creerebbe
> una società molto radicale, basata solo sulle capacità personali, che
> sono innate nelle persone (c'è chi e più "intelligente" e chi meno) , si
> arriverebbe cioè ad una società di A di B di C in quanto non ci sarebbe
> nessun tramite tra le tre sopracitate.... e nell'uomo questa vita
> "schematica" lo porterebbe ad un razzismo senza soluzione in quanto non
> confutabile(x motivi nativamente genetici)
>
> pensateci irriducibili denigratori anticapitalisti......
Si, non sono un denigratore del capitalismo, ma ci penso a quanto sei
confuso.
> i problemi di questo mondo non sono riconducibili al modello economico,
> ma sono solo delle "prove" a cui siamo sottoposti x le generazioni
> future.
> i problemi di OGNI genrere sono sempre esistiti da MILLENNI....
> l'unica cosa x cui veramente combattere(opporsi) è coloro che hanno
> paura dell'incerto futuro e che per il loro egoismo si rifugiano nel
> dorato presente...
>
> ... mi è venuta così x ispirazione senza pensarci.... (sarà stato
> Ermete?)
Stendiamo un velo pietoso, non dovresti neanche provare ad usare un nick di
tal grande intensità.
Prima regola di Ermete ; Chi sa, tace! Chi non sa, blatera.
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v@lentin@: Ciao, premetto che sono, molto, ma molto ignorante in materia, di recente
leggendovi ho imparato a conoscere un pò gli etf.
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pericolosa di essere comunisti''.
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(OT) Ecco il fallimento del Comunismo
Ivan Berlusconic: Will non fai una bella figura con quel nick "Ivan Denisovic" . Professi il
comunismo a tutto spiano e poi ti insigni di un nome
anticomunista.......mahh,......allora sei Berlusconiano???
Ecco...