Con l'avvento del fascismo (che allontana Salata) vi fu una politica
di snazionalizzazione antislava, che rientrava in un più ampio e
complessivo processo di italianizzazione di tutte le minoranze
"alloglotte", incluse quelle germanofone sudtirolesi e francofone
valdostane. Nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate
tutte le istituzioni nazionali slovene e croate, le scuole furono
italianizzate, gli insegnanti licenziati o costretti ad emigrare,
vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi.
All’eliminazione politica delle minoranze, si accompagnò da parte del
regime mussoliniano un’azione che aveva l’intento di arrivare alla
bonifica etnica della Venezia Giulia. Anche attraverso la repressione
nei confronti del clero, che rappresentava un importante momento di
sintesi della coscienza nazionale delle minoranze. Tappe fondamentali
dell’addomesticamento della Chiesa di confine furono la rimozione
dell’arcivescovo di Gorizia, Francesco Borgia Sedej, e del vescovo di
Trieste, Luigi Fogar. I loro successori applicarono le direttive
"romanizzatrici" del Vaticano, anche attraverso l’abolizione dell’uso
della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi. D'altra parte
il concordato del 1929 con il Vaticano tolse una potente arma
d'opposizione al clero sloveno e croato, che non poteva non
riconoscere talune benemerenze a un regime ora alleato del Papa. La
prima conseguenza di questo programma di distruzione integrale delle
identità fu la fuga di gran parte delle minoranze dalla Venezia
Giulia: secondo stime jugoslave emigrarono 105 mila sloveni e croati.
Ma soprattutto si consolidò, agli occhi di queste minoranze, un
fortissimo sentimento anti italiano, l’equivalenza tra Italia e
fascismo che portò la maggioranza degli sloveni al rifiuto di quasi
tutto ciò che appariva italiano. Come reazione, si radicalizzarono gli
obiettivi delle organizzazioni clandestine slovene che, verso la metà
degli anni Trenta, abbandonarono le rivendicazioni di autonomia
culturale nell’ambito dello Stato italiano per puntare invece al
distacco dall’Italia dei territori considerati loro. Un’azione che
trovò l’appoggio del Partito comunista italiano
"Giggetto er pescatore" <gigino@yahoo.it> ha scritto nel messaggio
news:8gFWb.223637$VW.9091816@news3.tin.it...
> Con l'avvento del fascismo (che allontana Salata) vi fu una politica
> di snazionalizzazione antislava, che rientrava in un più ampio e
> complessivo processo di italianizzazione di tutte le minoranze
> "alloglotte", incluse quelle germanofone sudtirolesi e francofone
> valdostane. Nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate
> tutte le istituzioni nazionali slovene e croate, le scuole furono
> italianizzate, gli insegnanti licenziati o costretti ad emigrare,
> vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi.
> All’eliminazione politica delle minoranze, si accompagnò da parte del
> regime mussoliniano un’azione che aveva l’intento di arrivare alla
> bonifica etnica della Venezia Giulia. Anche attraverso la repressione
> nei confronti del clero, che rappresentava un importante momento di
> sintesi della coscienza nazionale delle minoranze. Tappe fondamentali
> dell’addomesticamento della Chiesa di confine furono la rimozione
> dell’arcivescovo di Gorizia, Francesco Borgia Sedej, e del vescovo di
> Trieste, Luigi Fogar. I loro successori applicarono le direttive
> "romanizzatrici" del Vaticano, anche attraverso l’abolizione dell’uso
> della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi. D'altra parte
> il concordato del 1929 con il Vaticano tolse una potente arma
> d'opposizione al clero sloveno e croato, che non poteva non
> riconoscere talune benemerenze a un regime ora alleato del Papa. La
> prima conseguenza di questo programma di distruzione integrale delle
> identità fu la fuga di gran parte delle minoranze dalla Venezia
> Giulia: secondo stime jugoslave emigrarono 105 mila sloveni e croati.
> Ma soprattutto si consolidò, agli occhi di queste minoranze, un
> fortissimo sentimento anti italiano, l’equivalenza tra Italia e
> fascismo che portò la maggioranza degli sloveni al rifiuto di quasi
> tutto ciò che appariva italiano. Come reazione, si radicalizzarono gli
> obiettivi delle organizzazioni clandestine slovene che, verso la metà
> degli anni Trenta, abbandonarono le rivendicazioni di autonomia
> culturale nell’ambito dello Stato italiano per puntare invece al
> distacco dall’Italia dei territori considerati loro. Un’azione che
> trovò l’appoggio del Partito comunista italiano
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