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Vecchio 23-02-2010, 23.51.39
LoZioPuparo
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Predefinito La Grecia non ferma la ripresa Uef

La Grecia non ferma la ripresa Ue


di Fabrizio Galimberti
e Luca Paolazzi

Indicatori reali

Fuga dal rischio atto secondo? La tragedia dei conti pubblici truccati
dalla Grecia ha allargato gli spread tra i titoli di stato europei e
dato una spinta al dollaro. Ma diversamente che nei mesi cruciali della
crisi, quando queste dinamiche erano accompagnate dalla caduta anche
degli indicatori dell'economia reale, oggi questi ultimi hanno
consolidato i valori che puntano alla ripresa.
Anzi, proprio l'euro meno forte (e non più debole, giacché agli attuali
livelli penalizza la competitivitÃ* del made in Euroland) aiuta a
riequilibrare un po' la distribuzione della ripresa globale, che ha
visto finora i maggiori emergenti (con l'eccezione russa) e gli Usa
capitanare il recupero e l'area euro arrancare. Ovviamente è troppo
presto perché i benefici derivanti dall'andamento del tasso di cambio si
facciano giÃ* sentire. Perciò, l'ulteriore aumento a 54,1 del PMI
manifatturiero nell'Eurozona a febbraio, il livello più elevato da due
anni e mezzo, sarÃ* seguito da ulteriori miglioramenti.
L'incedere non è però omogeneo tra paesi e settori dell'area euro. In
generale, e questo vale anche per gli Stati Uniti, i progressi nel
terziario sono più incerti di quelli nel manifatturiero. Questo si
spiega con due ragioni. La prima è che la domanda interna recupera meno
di quella estera, anche per le conseguenze della crisi sul mercato del
lavoro e quindi sui consumi. La seconda è che la crisi aveva colpito di
più proprio il manifatturiero e quindi è naturale che i ri-guadagni di
attivitÃ* siano maggiori qui. Tra i paesi spicca la Germania, con un Pmi
a 57,1 a febbraio, seguita dalla Francia (54,6).
È difficile immaginare che la crisi greca possa far deragliare questa
ripresa. Tenuto conto, infatti, della stazza modesta della sua economia
(pesa il 2,6% del Pil dell'eurozona), l'aggiustamento richiesto sul
deficit (quattro punti di Pil quest'anno) e i suoi effetti sulla sua
domanda interna hanno ripercussioni molto limitate sugli altri paesi
della moneta unica. Le ripercussioni maggiori potrebbero venire dal
canale finanziario, se si dovesse arrivare all'improbabile default:
perché le banche non greche dovrebbero far fronte a perdite che si
sommerebbero a quelle dovute alla crisi finanziaria prima e alla
recessione poi. Ma per quanto complicata sia sul piano istituzionale la
gestione di quella vicenda, l'esito peggiore non è contemplato nemmeno
dai mercati.
Gli altri dati congiunturali (indici anticipatori, fiducia, variazioni
del Pil nel quarto trimestre) confermano gli andamenti disomogenei delle
singole economie. Nei paesi avanzati, gli Usa registrano avanzamenti
molto robusti nella produttivitÃ*, preludio al miglioramento del mercato
del lavoro; al netto delle vendite di auto, anche i consumi delle
famiglie accelerano. L'area euro ha frenato sul finire del 2009.
L'Italia ha addirittura innescato la retromarcia (-0,2% il Pil); ma le
attese sulla produzione in avvio di 2010 promettono miglioramenti.
Inflazione
I prezzi al consumo totali, come atteso, stanno accusando incrementi
annui più normali. Mentre per quelli al netto di energetici e alimentari
la dinamica resta contenuta e potrebbe addirittura scendere, come
ricaduta dei guadagni di produttivitÃ* che la ripresa porta con sé.
Specie in Usa, dove i margini sono giÃ* elevati; meno nell'area euro,
dove questi sono stati compressi dai maggiori costi unitari.
Le quotazioni delle materie prime stanno oscillando vistosamente, ma si
mantengono vicino ai massimi toccati a gennaio. Gli investimenti
finanziari ci mettono lo zampino; fanno però leva sulle aspettative di
domanda legate alla ripresa.
Tassi, valute, moneta
Primo: la politica monetaria, si dice giustamente, ci mette tempo ad
agire e quindi deve essere messa in opera avendo occhio a dove
l'economia sarÃ* fra 6-9-12 mesi, e non dove è hic et nunc. Secondo: la
politica monetaria si fa anche con gli annunci e non solo con le manovre
sui tassi o sulla quantitÃ* di moneta. Mettendo assieme il "primo" e il
"secondo", come giudicare l'aumento del tasso di sconto americano?
La prima cosa da dire è che la Fed ha fiducia nella convalescenza
dell'economia. Lo strepitoso aumento del Pil Usa nel trimestre passato
(5,7% a tassi annualizzati) deve molto al minor decumulo di scorte, ma
anche la domanda finale interna (quella "privata", che esclude
un'anomala riduzione delle spese pubbliche) è aumentata a un tasso
superiore al 2%. E il pacchetto degli stimoli di bilancio implementati
l'anno scorso ha ancora strada da fare. Insomma, l'annuncio della Fed,
anche se privo di contenuti reali (il tasso di sconto, a differenza di
quello sui Federal Funds, "abbaia ma non morde") porta con sé quel
giudizio positivo sull'economia. Se la Fed avesse avuto paura di
ricadute (la famosa "W") non avrebbe dato questo segnale di inversione
di marcia della politica monetaria. Più importante della manovra sul
tasso di sconto, è, anche se largamente annunciato, l'arresto – anzi,
una vera ritirata – della politica di espansione quantitativa (EQ) della
moneta. I vari programmi messi in opera l'anno scorso vanno naturalmente
a termine, alla scadenza le linee di credito straordinarie non vengono
rinnovate e/o i programmi di acquisto di titoli vengono sospesi. Nel
primo caso il rimborso dei beneficiari viene a ridurre la quantitÃ* di
moneta, nel secondo caso si ha una "creazione cessante". E intanto
continuano, sia pure in modo saltuario, i rimborsi degli aiuti pubblici
concessi a banche e imprese (perfino la General Motors ha annunciato che
vuole cominciare a restituire soldi a partire da giugno).
La exit strategy, insomma, è stata avviata. Naturalmente, questa è la
parte più facile. Se al paziente viene tolta la fleboclisi, questo non
vuol dire ancora che sia guarito. Ma almeno, non è più in sala rianimazione.
Ulteriori passi nella "strategia di uscita" saranno in presa diretta con
gli andamenti dell'economia reale e non solo con quelli (giÃ* migliorati)
dell'economia finanziaria. Sarebbe bello, a proposito di exit strategy,
se l'uscita dai deficit e debiti pubblici fosse sollecita e liscia come
si preannuncia nel caso della moneta. Ma naturalmente, in questo caso le
cose sono più complicate.
L'economia reale non cammina ancora sulle sue gambe, anche se comincia a
fare i primi incerti passi, e il "girello" di una politica di bilancio
espansiva è ancora necessario. Dal punto di vista degli effetti del
bilancio sull'economia, quel che conta non è ormai il livello del
deficit ma solo la sua variazione rispetto all'anno precedente; e, a
conferma del fatto che la exit strategy è (giustamente) ancora nel
grembo degli dei, sia nell'Eurozona che in Usa e Giappone i deficit del
2010 sono più grossi di quelli del 2009 (anche se, sia detto per inciso,
dei paesi Piigs – uno sprezzante e, per l'Italia, ingiusto acronimo che
comprende Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna – solo l'Irlanda
vede quest'anno un allargamento del disavanzo pubblico).
In campo valutario, la notizia del mese è il rafforzamento del dollaro.
Un rafforzamento che molti vedono legato più a una autonoma debolezza
dell'euro che a un merito speciale del biglietto verde. Tuttavia,
dall'inizio di dicembre a oggi il dollaro si è apprezzato – e non di
poco, circa il 3,5% – anche in termini di cambio effettivo. Segno che ci
sono fattori autonomi di forza: un differenziale di crescita – temperie
congiunturale più vivace – e un differenziale di tassi, almeno in
prospettiva, dopo il segnale sul tasso di sconto Usa.
fabrizio@bigpond.net.au
l.paolazzi@confindustria.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
In Italia produzione ancora bassa ma migliorano fiducia e ordini


IN SINTESI





GRECIA: NIENTE TRAGEDIE
Tanto rumore per nulla? La "tragedia greca" ha importanti implicazioni
istituzionali di medio periodo, ma non rischia di deragliare la ripresa
in corso, data la modestia del Pil ellenico. Gli effetti di sfiducia
sull'euro ci sono, ma sono un supporto e non un ostacolo.
LONTANA LA SVOLTA FED
L'aumento del tasso di sconto in America non è restrizione, ma il
simbolo di una cambio di direzione prossimo venturo. È giustificato
dalla normalizzazione sui mercati finanziari. Ulteriori mosse saranno in
presa diretta con l'economia reale, dove i progressi sono lenti.
COMMODITY IN RIALZO
Negli acquisti di materie prime la speculazione sta agendo nei due sensi
e accentua la volatilitÃ*. Nella filigrana delle oscillazioni si legge
una tendenza ascendente, che segue la graduale ripresa.
USA FORTI, DOLLARO SU
L'ascesa del biglietto verde non è solo un riflesso della debolezza
"greca" dell'euro. Obbedisce anche con il tono congiunturale più solido
di lÃ* dell'Atlantico e con le prospettive di aumento, in favore degli
Stati Uniti, del differenziale dei tassi a breve.


Per il grafico fare riferimento al pdf


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Vecchio 24-02-2010, 04.19.49
magomerlino
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Predefinito Re: La Grecia non ferma la ripresa Uef


"LoZioPuparo" <nomail@punto.it> ha scritto nel messaggio
news:%ZYgn.139756$9f6.157982@twister1.libero.it...
> La Grecia non ferma la ripresa Ue
> di Fabrizio Galimberti
> e Luca Paolazzi
> Indicatori reali
> Fuga dal rischio atto secondo? La tragedia dei conti pubblici truccati
> dalla Grecia ha allargato gli spread tra i titoli di stato europei e dato
> una spinta al dollaro. Ma diversamente che nei mesi cruciali della crisi,
> quando queste dinamiche erano accompagnate dalla caduta anche degli
> indicatori dell'economia reale, oggi questi ultimi hanno consolidato i
> valori che puntano alla ripresa.
> stracut



Un articolo del "The New York Times" del 13 febbraio è passato quasi
inosservato in Italia. Eppure è la campanella che segna la fine della
ricreazione per l'economia italiana. Il titolo "Wall St. helped to mask debt
fueling Europe 's crisis" (Wall Street ha aiutato a nascondere il debito
pubblico europeo) riassume la tesi dei tre autori, L. Story, L. Thomas, N.
Schwartz. Le banche americane e tra tutte la Goldman Sachs hanno permesso ad
alcuni Paesi europei di nascondere il deficit di bilancio alla UE. La più
esposta è la Grecia che ha sottoscritto con Goldman almeno due contratti di
derivati "swaps" dai nomi mitologici Arianna e Eolo nel 2000 e nel 2001 per
fare subito cassa in cambio di ipoteche sugli incassi futuri dalle tasse
aeroportuali e dalle lotterie. Il governo greco classificò i contratti come
vendite e non come prestiti (rischiosi) a lunga scadenza. Nessuno sa quanti
di questi contratti sono stati stipulati e per quale entità.
Angela Merkel ha dichiarato che sarebbe uno scandalo se la Grecia avesse
occultato il suo debito. Secondo l'agenzia Bloomberg sono almeno 15 le
banche che hanno accordato prestiti sotto forma di swap nei quali il rischio
di controparte è a carico della Grecia. Con gli swap in sostanza vengono
anticipate dalle banche delle somme di denaro in funzione di un evento che
può o non può manifestarsi e (di solito) non si manifesta. Il cliente si
ritrova quindi a dover ripagare il prestito con corposi interessi come sta
avvenendo per molti Comuni italiani che si sono indebitati in questi anni.
Lo swap serve a spostare più in avanti un debito che però, prima o poi, va
pagato. E' come una carta di credito. Il problema si aggrava quando il
debito non è dichiarato come tale e emerge all'improvviso dai bilanci degli
Stati. La stessa cosa che avvenne con i subprime per le banche può avvenire
con i derivati swap con gli Stati.
Le banche sono sempre alla ricerca di ottimi affari e gli Stati in procinto
di affogare lo sono. Lo scorso novembre, con la Grecia in piena crisi, la
Goldman Sachs è tornata ad Atene sul luogo del delitto per proporre di
spostare con l'ennesimo strumento finanziario il debito della sanità nel
futuro. La Grecia non ha accettato o, forse, non ha potuto accettare.
L'articolo cita anche l'Italia... "Gli strumenti sviluppati da Goldman
Sachs, JP Morgan e da altre banche hanno permesso ai politici di mascherare
i prestiti in Grecia, Italia e forse altrove" ... "Stati come l'Italia e la
Grecia entrarono nella UE con un deficit superiore a quello permesso dal
trattato che creò l'euro. Piuttosto che aumentare le tasse o ridurre la
spesa, questi governi ridussero artificialmente il loro deficit con i
derivati". Il debito pubblico della Grecia è di 298,5 miliardi di euro a
fine 2009, un default greco trascinerebbe con sé anche molte grandi banche.
L'economia greca vale comunque solo il 3% del PIL europeo. Un piano di
intervento è possibile. La vera minaccia alla stabilità economica europea
secondo Robert Mundell, premio Nobel per l'Economia, è l'Italia. L'Italia ha
circa 1.800 miliardi di euro di debito, sei volte la Grecia, un quarto
dell'intero debito europeo e potrebbe essere oggetto di attacchi
speculativi. Quanti sono i derivati sottoscritti dal Tesoro e con chi e a
quali condizioni? Sul debito pubblico non dovrebbe valere il segreto di
Stato


  #3  
Vecchio 24-02-2010, 11.31.59
magomerlino
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Predefinito Re: La Grecia non ferma la ripresa Uef


"LoZioPuparo" <nomail@punto.it> ha scritto nel messaggio
news:%ZYgn.139756$9f6.157982@twister1.libero.it...
> La Grecia non ferma la ripresa Ue
> di Fabrizio Galimberti
> e Luca Paolazzi
> Indicatori reali
> Fuga dal rischio atto secondo? La tragedia dei conti pubblici truccati
> dalla Grecia ha allargato gli spread tra i titoli di stato europei e dato
> una spinta al dollaro. Ma diversamente che nei mesi cruciali della crisi,
> quando queste dinamiche erano accompagnate dalla caduta anche straricut



atene:roma mascherò di più i conti


(ANSA)- LONDRA 24 FEB- L'Italia, dice il vicepremier greco, maschero' piu'
della Grecia la situazione delle proprie finanze per assicurarsi l'ingresso
nell'eurozona. 'Semplicemente - spiega Theodoros Pangalos in una intervista
alla BBC - metti alcune somme di denaro nell'anno successivo. E' quello che
hanno fatto tutti e la Grecia lo ha fatto in misura minore, per esempio,
dell'Italia'.

24 Feb 11:28

il lupo perde il pelo ma non il vizio:quale sarà mai il lupo?


 

Tags
ferma, grecia, ripresa, uef
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