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pirex
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Predefinito UN REFERENDUM PERICOLOSO PER LA DEMOCRAZIA



Un referendum contro la democrazia

di Guido Ortona
15/05/2009

Il prossimo referendum elettorale non sta suscitando l'allarme che dovrebbe.
C'è chi è convinto che non si raggiunga il quorum, e chi non si rende conto
della gravità della situazione. Che il quorum non venga raggiunto è
probabile ma tutt'altro che garantito, data l'adesione al sì del Partito
democratico e dato l'interesse oggettivo di Berlusconi alla vittoria dei sì;
entrambi i fattori potranno produrre molta propaganda diretta e occulta.
Alla gravità della situazione che conseguirebbe da una vittoria dei si è
dedicato tutto il resto di questo testo.


1. Su cosa si vota. Come non è abbastanza noto, si voterà per tre
referendum.

Uno è un referendum civetta, finalizzato al raggiungimento del
quorum per gli altri due;
in esso si chiede di proibire le candidature di
una stessa persona in più circoscrizioni.

Con gli altri due, uno per la
Camera e uno per il Senato, si chiede che l'attuale cospicuo premio di
maggioranza, sufficiente a far raggiungere il 55% dei seggi a chi ha la
maggioranza relativa, vada non più alla coalizione, ma alla singola lista
che ottenga la maggioranza relativa.

Apparentemente cambia poco rispetto alla situazione attuale. Ma in realtà si
tratterebbe di una sostanziosa riduzione della democrazia, come verrà
argomentato più sotto.

2. Referendum e sistema maggioritario. A prima vista, ciò che il referendum
vorrebbe ottenere è la struttura parlamentare tipica di un sistema
maggioritario: meno partiti che nel proporzionale (tendenzialmente due), e
una maggioranza con molti seggi e formata da una coalizione di pochissimi
partiti, possibilmente anzi da uno solo. Ciò che i promotori del referendum
dicono infatti di volere è che i partiti attuali si coalizzino in due (o
eventualmente più, ma meglio due) partiti "veri", caratterizzati al loro
interno da monolitismo decisionale. Questo ridurrebbe il peso dei do ut des
interni alla compagine governativa, e quindi produrrebbe maggiore
governabilità. Cito dal sito del comitato promotore: "il sistema elettorale
risultante dal referendum spingerebbe gli attuali soggetti politici a
perseguire, sin dalla fase preelettorale, la costruzione di un unico
raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche ed incentivando
una significativa ristrutturazione del sistema partitico. Si aprirebbe, per
l'Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica, con conseguente
eliminazione della frammentazione dentro le coalizioni". Vedremo che ciò è
falso; ma anche se fosse vero sarebbe tutt'altro che auspicabile.


3. Maggioritario, referendum e governabilità.
E' possibile che ci siano
degli elettori (e lettori, scusate il gioco di parole) che credono in buona
fede che ciò che i promotori del referendum dicono di volere sia
auspicabile.

Si sbagliano: la ricerca politologica, sia empirica che
teorica, smentisce che il risultato della riduzione del numero dei partiti
corrisponda a una maggiore governabilità.
Qui sotto riferisco molto
brevemente, e schematicamente, i principali risultati di questa ricerca.



Quanto ad oggi sappiamo a proposito delle differenze di governabilità (fra
paesi analogamente sviluppati) imputabili alla differenza di sistema
elettorale è sostanzialmente quanto segue.



1. I governi dei sistemi maggioritari durano più a lungo. Questo è
probabilmente l'unico vero vantaggio di un sistema maggioritario. Tuttavia,
non è detto che una maggiore durata sia sempre un vantaggio. Una lunga
durata può corrispondere a una scarsa contendibilità, e quindi a scarsi
incentivi a governare bene. In ogni caso, come vedremo altre caratteristiche
desiderabili più sostanziali non sembrano essere associate alla maggiore
durata.

2. Un sistema elettorale maggioritario è associato a una spesa pubblica
inferiore rispetto a un sistema proporzionale. Naturalmente, non c'è nessun
motivo né empirico né teorico (in particolare non c'è nessuna dimostrazione
in questo senso nella scienza economica) per cui ciò corrisponda a una
maggiore efficienza del governo; e del resto i guai prodotti da decenni di
privatizzazioni e di riduzione dell'intervento pubblico in economia sono
sotto gli occhi di tutti.

3. Il passaggio dal sistema maggioritario a quello proporzionale non produce
un aumento della spesa pubblica. Inoltre, il caso opposto (forse unico) di
passaggio dal proporzionale al maggioritario, e cioè l'Italia negli anni 90,
non ha probabilmente propiziato una riduzione della spesa pubblica. Dico
probabilmente perché le saltuarie riduzioni che si sono avute sono assai più
facilmente ascrivibili ai vincoli europei, ma non si può escludere che in
parte siano anche effetto del cambiamento di sistema elettorale.


4. La minore spesa pubblica di un sistema maggioritario è dovuta interamente
alla minore frammentazione del sistema politico. Questo è un punto molto
importante. Dato e tutt'altro che concesso che una riduzione della spesa
pubblica sia auspicabile, essa si produrrebbe solo se il passaggio al
sistema maggioritario corrispondesse effettivamente a una riduzione del
numero di decisori. Non è affatto certo che ciò si verificherebbe davvero.
Una ricerca in corso presso il mio dipartimento (scaricabile come working
paper n. 138 del dipartimento POLIS dell'Università del Piemonte Orientale
dal sito http://polis.unipmn.it) porta a concludere che probabilmente è
sufficiente che i partiti coalizzati mantengano un'autonomia anche
relativamente limitata perché la governabilità possa essere inferiore a
quella di un sistema proporzionale. Sul piano empirico, un'altra ricerca ha
dimostrato che nel caso dell'Italia la frammentazione non si è ridotta con
il passaggio dal proporzionale al maggioritario nel 1993 (si veda il working
paper n. 60, scaricabile dal sito di cui sopra). Alcune caratteristiche
specifiche della struttura politica italiana implicano inoltre ulteriori
difficoltà per questa ipotetica riduzione del numero di soggetti decisori;
mi permetto di rinviare nuovamente a un working paper del citato
dipartimento POLIS, il n.115. Mi scuso per queste autocitazioni, ma se
intervengo sul referendum è perché da molti anni la mia ricerca verte
proprio sui sistemi elettorali.


5. In un sistema maggioritario la spesa pubblica è più indirizzata a
favorire interessi locali e particolari, mentre in un sistema proporzionale
è più generalistica.
Soprattutto nell'Italia di oggi, questa è una
caratteristica negativa del sistema maggioritario ovviamente di grande
importanza.
E' lecito sospettare che alcuni sostenitori del maggioritario (e
del referendum) siano tali appunto per questo motivo.



6. Se per efficienza intendiamo capacità di fornire beni e politiche
pubbliche reali, allora non c'è prova di una maggiore efficienza del sistema
maggioritario.
E' questo il risultato del famoso studio di Lijphart del
1994, che a mia conoscenza nessuno ha osato mettere in discussione. Lijphart
intende per efficienza la capacità di produrre servizi pubblici essenziali,
come quelli destinati alla tutela della famiglia, o politiche pubbliche
essenziali, come la difesa delle minoranze, o di ottenere buoni risultati
nelle variabili nacroeconomiche, come la crescita del PIL e l'andamento
della disoccupazione; e trova che "il senso comune ha torto quando ritiene
che ci siano reciproci vantaggi e svantaggi nel maggioritario e nel
proporzionale. La migliore prestazione del proporzionale per quanto riguarda
la rappresentatività non è controbilanciata da una peggiore prestazione per
quanto riguarda la governabilità [governmental effectiveness]."


Se quindi fosse vero che la vittoria dei sì equivale all'introduzione di un
sistema maggioritario, ciò sarebbe più che sufficiente per essere fermamente
contrari. In realtà ci sarebbe una differenza significativa, e in peggio: e
cioè che il maggioritario obbliga almeno a chiedere il voto sui singoli
candidati, e quindi obbliga i partiti a presentare dei candidati almeno un
po' credibili. Col sistema che si verrebbe a creare i nomi dei candidati
sarebbero irrilevanti, e ciò apre alla strada al massimo di rappresentanza
delle lobbies economicamente potenti e al minimo di rappresentanza dei
cittadini.

4. Un "errore" fondamentale. Anche ammesso -erroneamente, come abbiamo
visto- che (a) il referendum porti veramente a una struttura maggioritaria e
(b) che tale logica sia auspicabile, rimane comunque un errore logico
fondamentale nell'argomentazione dei promotori del referendum; talmente
evidente da far ritenere praticamente impossibile che sia stato commesso in
buona fede.


L'errore è il seguente: non c'è alcuna garanzia che la riduzione
nominalistica del numero dei partiti corrisponda a una riduzione effettiva
del numero delle fazioni e quindi dei decisori.
Al contrario, la possibilità
di condurre le trattative fondamentali prima delle elezioni, cioè al momento
di scegliere le candidature, e del tutto al riparo dall'opinione pubblica,
darebbe uno spazio enorme ai ricatti, ai do ut des delle diverse lobbies e
soprattutto alla pura e semplice corruzione. Come scrivono in uno studio del
2007 Persson, Roland e Tabellini (autori probabilmente non simpatetici con
le idee dell'autore di questo testo), "perché un partito che rappresenta
diversi gruppi presenti nella società dovrebbe comportarsi in modo diverso
da una coalizione che rappresenta gli stessi gruppi?" In effetti, i vari
gruppi di pressione avrebbero tutto l'interesse a mantenere, e anzi ad
aumentare, la propria autonomia, onde massimizzare il loro potere di
ricatto, sopratutto quello occulto. Anziché avere molti partiti avremo
insomma molte correnti; l'unica differenza è che oggi un elettore può
scegliere che partito votare all'interno della coalizione, mentre se vincono
i sì questo potere gli sarà sottratto. I promotori del referendum sono
coscienti di ciò; non a caso parlano di dare la maggioranza dei voti alla
lista che ha la maggioranza relativa, e sostengono che ciò porterà
"tendenzialmente" a un sistema bipartitico. In sostanza, assisteremo (o
meglio, non assisteremo, perché avverrà al riparo della vista degli
elettori) a una complicatissima rete di ricatti, manovre, accordi
sottobanco, ecc., al termine della quale agli elettori verrà presentato un
pacchetto "prendere o lasciare". La trattativa vera avverrà comunque prima
delle elezioni; in aperto contrasto con lo spirito della democrazia, per cui
gli elettori votano i loro rappresentanti e poi questi rappresentanti
trattano per formare una maggioranza.



Questo nel caso che i partiti si coalizzino; se non lo fanno lo scenario è
ancora peggiore.


5. Altri scenari. Sono infatti possibili tre scenari. Il più probabile, come
abbiamo visto, è che i diversi partiti si uniscano in coalizioni. Questo
scenario può facilmente evolvere in un secondo, molto più preoccupante. Le
potenti lobbies rappresentate dai e al comando nei grandi partiti-coalizioni
avranno tutto l'interesse a mettersi d'accordo per spartirsi il potere,
invece di rischiare a ogni elezione di perderlo. La grande coalizione
diventerà facilmente una coalizione di centro, che si identificherà sempre
più con lo stato, anche perché sarà facilmente in grado di cooptare le
frange necessarie a garantire la maggioranza. C'è quindi un rischio reale
che il sistema evolva verso un sistema a partito unico, qualcosa a metà fra
la Democrazia Cristiana e il PCUS.


Infine, è possibile che i partiti non si coalizzino, come auspicato da
Veltroni. In tal caso un partito col 30 % dei voti o anche meno governerà
con la maggioranza assoluta, grazie al voto di una maggioranza composta in
buona parte da parlamentari che nessuno ha eletto; una situazione che si
presta a ogni sorta di degenerazione, e sulla cui validità costituzionale è
lecito nutrire seri dubbi. Sull'aspetto della costituzionalità torneremo più
sotto.


6. Altri problemi. L'aspetto più propriamente liberticida di una possibile
vittoria dei sì è quindi la sottrazione agli elettori di gran parte del
potere di scelta dei loro rappresentanti. Ma ci sono altri elementi
pericolosi.

Il primo è l'ulteriore distacco che si creerebbe fra classe politica (o
"casta"; il termine è sempre meno improprio) e popolo. Abbiamo visto che la
segretezza delle trattative sulla formazione delle liste spiana la strada al
controllo delle lobbies (fra cui quelle criminali) sulla politica. Ma un
altro risultato sarebbe l'apertura di un abisso fra la società civile e i
maneggi della politica. Si tratta di qualcosa di molto pericoloso per la
democrazia. Come risulta dai sondaggi, fra tutti i paesi dell'Europa
Occidentale l'Italia è già adesso quello in cui la democrazia gode del
minore appoggio popolare. E' facile prevedere che quando le alleanze fra i
partiti si faranno interamente all'oscuro oppure governerà da solo un
partito col 30% dei voti questo prestigio scenderà ulteriormente.

L'abolizione del voto di preferenza (che, è bene ricordare, non verrebbe
reintrodotto se vincessero i "si")
ha tolto agli elettori la possibilità di
scegliere il loro candidato preferito, e ciò, a giudizio unanime, ha
contribuito potentemente a far sì che i candidati vengano "calati
dall'alto", e che vengano sentiti come estranei.

Se vincono i "si", agli
elettori verrà tolto anche il diritto di scegliere il partito preferito.
E' ovvio che ciò farà ulteriormente aumentare il distacco fra elettori e
candidati.

Nel breve periodo, un corollario di quanto sopra è l'ulteriore
indebolimento dell'opposizione; infatti è ovvio che la battaglia che il
partito democratico avrà combattuto contro la democrazia gli farà perdere
ulteriormente consenso. E un paese senza opposizione è un paese in cui la
democrazia non funziona tanto bene.


Il secondo è la coerenza fra la proposta del referendum e la strategia
berlusconiana. Berlusconi afferma che chi ha la maggioranza deve governare
da solo, senza lacci e lacciuoli; i sostenitori del referendum dicono la
stessa cosa: a chi ha la maggioranza relativa, anche molto limitata, bisogna
dare la maggioranza assoluta, in modo che possa governare da solo. Il
sostegno del "si" porta insomma molta acqua al mulino di Berlusconi;
l'incoerenza fra l'appoggio al "si" e la critica al personalismo di
Berlusconi è palese. Ciò tra l'altro rende la posizione del Partito
Democratico nella migliore delle ipotesi incomprensibile.


Infine, a seguito della scomparsa del premio di maggioranza alle coalizioni,
le soglie di sbarramento risulterebbero alzate: 4% alla camera e addirittura
8% al senato. La soglia al senato è ovviamente troppo alta, sia rispetto
alla necessità di mantenere un'effettiva rappresentatività sia rispetto agli
standard mondiali. Inoltre, questa differenza di soglie aggraverebbe il
principale difetto della legge attuale, e cioè la possibilità di una
maggioranza diversa fra le due camere.


7. Un po' di economia. Ma allora, perché? Perché c'è chi è favorevole al sì?
Naturalmente c'è chi lo è perché gli conviene: a molte lobbies politiche,
economiche e mafiose conviene che ci sia meno democrazia.
E ciò è ovvio:
democrazia vuol dire in primo luogo "una testa un voto", e quindi in linea
di principio, se funziona bene, è in contrasto con gli interessi di chi
preferirebbe "un euro un voto".
Ma credo che ci sia anche chi crede in buona
fede che sia meglio ridurre (e di molto, come abbiamo visto) la democrazia
per motivi non egoistici. Questi motivi sono economici; l'idea è che un
sistema più decisionista contribuirebbe a togliere molti degli impedimenti
che ostacolano la crescita economica del nostro paese.


Questo argomento ha apparentemente qualche fondamento, ma in realtà è
sbagliato, per due motivi fondamentali. Il primo è che la democrazia è un
valore in sé, anche economico. Come diceva a suo tempo Sylos Labini, e senza
assolutamente volere denigrare i ragionieri, la differenza fra l'economia e
la ragioneria è che la ragioneria considera solo i costi e i guadagni
monetari, mentre l'economia considera anche quelli non monetizzabili. Ora,
la pesante riduzione della democrazia che conseguirebbe alla vittoria dei
"si" avrebbe ovviamente effetti deleteri sulla qualità della vita di tutti,
in termini di emarginazione, di immiserimento, di corruzione diffusa, di
perdita di cultura, di asservimento ai potenti. Questi sono tutti costi, per
evitare i quali vale la pena pagare qualche decimo di punto di crescita del
PIL.


Ammesso che lo si paghi; e vengo al secondo errore di chi pensa che meno
democrazia equivalga a più ricchezza. E' vero che esistono esempi in cui la
dittatura (al netto dei costi di cui sopra) ha portato a una maggiore
crescita del Pil, come la Germania di Hitler, ma ce ne sono altri, come
l'Argentina e la Grecia, in cui è avvenuto il contrario. Non esiste una
letteratura conclusiva su quando l'autoritarismo conviene e quando no
(parliamo sempre solo del punto di vista ragionieristico); o forse esiste ma
io non la conosco. E' certo però che molto dipende dalla capacità con cui i
vari potentati economici e le varie mafie riuscirebbero a impossessarsi di
quote di potere per usarle per i propri interessi, e da quanto questi
interessi sono in contrasto con gli interessi dell'economia nazionale. Oggi
in Italia entrambi i fattori opererebbero molto probabilmente contro lo
sviluppo dell'economia. E' possibile che qualcuno, penso soprattutto nel PD,
voglia in buona fede allontanarsi da un sistema bene o male democratico per
avvicinarsi a un sistema più fascista (dando a questo termine il significato
tecnico che esso ha), onde avere un miglioramento dell'economia; ma molto
probabilmente si sbaglia.


8. Un po' di geografia e un po' di storia. E' utile ricordare che la
maggioranza dei paesi democratici adotta un sistema proporzionale; che in
Europa solo tre paesi adottano un sistema maggioritario, e cioè il Regno
Unito, la Bielorussia e la Francia (quest'ultima però a doppio turno); e che
la maggioranza degli studiosi di scienza della politica ritiene che il
sistema proporzionale sia preferibile a quello maggioritario. (Chi fosse
eventualmente interessato ai dati a suffragio di queste affermazioni li
troverà in un mio articolo apparso nel settembre del 2007 sulla rivista
elettronica Costituzionalismo, scaricabile dal sito
http://www.costituzionalismo.it/articolo.asp?id=251). Soprattutto, è
interessante notare che il premio di maggioranza è pochissimo usato; oltre
che in Italia esiste solo in Grecia e a Malta. A Malta tuttavia il premio
viene concesso solo quando un partito ha già la maggioranza assoluta dei
voti, ma non dei seggi; e in Grecia per avere diritto al premio di
maggioranza un partito o una coalizione di partiti deve avere almeno il
41.5% dei voti. La possibilità che si avrebbe in Italia di passare dal 30%
dei voti o meno al 55% dei seggi non ha riscontro nella geografia
elettorale.


Ha però riscontro nella storia. La legge elettorale che risulterebbe dalla
vittoria dei "si" ricorda abbastanza da vicino la legge Acerbo del 1923,
pensata per garantire una larga maggioranza a Mussolini;
essa infatti prevedeva che per avere il premio di maggioranza (che avrebbe
portato ai due terzi dei seggi) sarebbe stato sufficiente il 25% dei voti.


9. Un po' di diritto costituzionale.
Il testo che risulterebbe dal
referendum suscita fondati dubbi di costituzionalità; vedremo che la sua
ammissione da parte della Corte Costituzionale non li inficia. L'articolo 56
per la Camera e gli articoli 57 e 58 per il Senato stabiliscono infatti che
i deputati e i senatori sono eletti a suffragio universale diretto. Non si
parla di parlamentari non eletti (ovviamente con l'eccezione dei senatori a
vita) e quindi non sembra vi sia spazio per un premio di maggioranza. Il
problema esiste anche con la legge attuale, ma se vincessero i "si"
aumenterebbe il numero di parlamentari non eletti. Custodire la costituzione
è un dovere anche dei politici, e quindi i politici che favoriscono il "si"
tradiscono probabilmente il loro mandato.


Ma allora perché la corte costituzionale ha dichiarato il referendum
ammissibile? Leggiamo nella sentenza (punto 6): "Questa corte può spingersi
soltanto sino a valutare un dato di assoluta oggettività, quale la
permanenza di una legislazione elettorale applicabile, a garanzia della
stessa sovranità popolare, che esige il rinnovo periodico degli organi
rappresentativi. Ogni ulteriore considerazione deve seguire le vie normali
di accesso al giudizio di costituzionalità delle leggi" (sottolineatura
aggiunta). Questo passo è la conclusione di un lungo ragionamento che in
sostanza significa: la Corte può solo verificare che la eventuale
abrogazione non crei dei "buchi" nella legislazione. Non può invece valutare
nel merito la costituzionalità della struttura risultante; perché possa fare
ciò la legge risultante dovrà essere impugnata nelle forme dovute.


10. E' giusto non andare a votare. Bisogna quindi che i "si" non vincano.
L'elettore contrario al "si" può scegliere se votare no o non andare a
votare. Come è noto, se i contrari possono comportarsi in modo unanime
conviene non andare a votare. Curiosamente, tuttavia, è diffusa l'idea che
non andare a votare sia immorale. Questo penultimo paragrafo è volto a
sfatare questa idea. Porto quattro argomenti.


a) Essendo in gioco la democrazia -perché questa è la posta in palio- non
bisogna andare tanto per il sottile.

b) In uno stato di diritto esistono il lecito e l'illecito, non il "vale" e
"non vale". Se la legge consente di trarre vantaggio dal non andare a
votare, non c'è motivo di non farlo.

c) Se i contrari non vanno a votare, ciò equivale a dire che il "si" per
vincere deve avere la maggioranza non dei votanti ma degli aventi diritto.
Poiché il referendum è una garanzia per il caso che il Parlamento deliberi
contro la volontà della maggioranza degli elettori, ciò non sembra
sbagliato.

d) Non andare a votare non costituisce necessariamente una scelta tattica.
Io per esempio sono molto contrario a che una norma così importante per la
democrazia come una riedizione della legge Acerbo venga approvata da una
platea di elettori disinformati sulla base di un testo elaborato a colpi di
bianchetto. In altri termini, il rifiuto di votare può benissimo essere una
scelta politica, di pari dignità che l'essere per il sì o per il no. Stando
così le cose, non è vero che la possibilità di non votare dia un indebito
vantaggio al "no"; è invece vero che l'esistenza di due gruppi di contrari
al "sì" fa sì che se questi gruppi non si coordinano siano i "sì" ad avere
un vantaggio indebito. Mi spiego con un esempio numerico. Supponiamo che ci
siano quattro gruppi di elettori: quelli che non vanno a votare perché si
disinteressano, che sono il 24.9% degli elettori; quelli che non vanno a
votare perché sono contro il referendum (e quindi a fortiori sono contro il
"si"), che sono il 25%; quelli che sono per il no, che sono il 25%; e quelli
che sono per il sì, che sono il 25.1%. Se i due ultimi gruppi vanno a votare
il "si" vince, nonostante che il "no" abbia l'appoggio di quasi due terzi
degli elettori che hanno operato una scelta, e il "si" solo di appena più di
un quarto degli elettori totali. Un risultato di questo tipo, palesemente
ingiusto, può essere evitato solo se i contrari al referendum, in contrasto
con la loro preferenza reale, vanno a votare per il "no", oppure se i
fautori del "no", in contrasto con la loro preferenza reale, non vanno a
votare. Non c'è alcun motivo per cui la prima alternativa sia più giusta
eticamente della seconda.

La legge attuale è fatta male: contiene una grossa ambiguità, e cioè appunto
che non considera che ci sono due tipi di elettori contrari alla proposta,
quelli che sono per il no e quelli che sono contro il referendum. Fino a
quando non sarà modificata -per esempio imponendo che il "si" per vincere
debba avere il voto del 50% più uno degli aventi diritto, oppure che debba
avere il 50% più uno dei voti espressi ma anche il voto di almeno il 25% più
uno degli aventi diritto (che è la condizione minima attuale per la vittoria
del sì)- non c'è alcun motivo, né morale, né politico, né legale per
lasciare che questa ambiguità avvantaggi i "sì".

11. Conclusioni. la vittoria del "sì" al referendum creerebbe un serio
pericolo per la democrazia.

Il raggiungimento del quorum è improbabile, ma possibile; molto dipenderà
da quanto i partiti principali e i mezzi di informazione che a loro fanno
riferimento si impegneranno.

La strategia migliore per chi sia contrario al "sì" è non andare a votare;
non c'è alcun motivo per non farlo.


Commenti e suggerimenti sono benvenuti.

guido.ortona@sp.unipmn.it






http://www.sbilanciamoci.info/Archiv...-la-democrazia

La scelta del sistema elettorale: Cosa fanno gli altri? E cosa dicono gli
esperti?
http://www.costituzionalismo.it/articolo.asp?id=251

Guido Ortona
Professore ordinario di Scelte Collettive, facoltà di Scienze Politiche,
Università del Piemonte Orientale, già coordinatore nazionale dei Progetti
di Ricerca di Interesse Nazionale Confronto quantitativo di sistemi
elettorali (2003-2005) e Uso di metodologie simulative per la scelta del
sistema elettorale (2005-2007). Aprile 2009.

guido.ortona@sp.unipmn.it.

Tutti gli articoli pubblicati su Sbilanciamoci.info


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Vecchio 20-06-2009, 03.47.32
Diavolinux
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Messaggi: n/a
Predefinito Re: UN REFERENDUM PERICOLOSO PER LA DEMOCRAZIA

pirex ha scritto:
> Un referendum contro la democrazia
> di Guido Ortona
> 15/05/2009


cut

> 1. Su cosa si vota. Come non è abbastanza noto, si voterà per tre
> referendum.
> Uno è un referendum civetta, finalizzato al raggiungimento del
> quorum per gli altri due;
> in esso si chiede di proibire le candidature di
> una stessa persona in più circoscrizioni.


Se questo è il referendum civetta...
Significa proprio che i ns politici hanno totalmente perso il senso
della realtà..

Sai quanto cazzo glene frega agli italiani delle pippe menteli di
camera, senato, circoscrizioni e vaccate varie...

La gente fatica ad arrivare a fine mese, ha paura di perdere il posto di
lavoro, non esce di casa perché le città sono piene di negri (in senso
lato, anche se hanno gli occhi a mandorla e tirano al giallino sempre
negri sono giusto per non essere tacciati di razzismo, "par condicio")

Questi sono i problemi della gente comune, degli elettori a cui non
gliene frega un cazzo di chi ricoprirà questo o quell'incarico in RAI, o
di quale culo (inteso come fondo schiena) siederà a questa o quella
poltrona del CSM, ne tanto meno di quanto dura lo schiopero della fame e
della sete di questo o quel paraculo..

Evidentemente una parte dei politici nostrani è troppo presa nel vano ed
inutile tentativo di scalzare Berlusconi, mentre l'altra è troppo presa
a farsi i cazzi suoi per accorgersi che sta andando tutto a puttane

<!-- inizio battuta !--Pure il premier a quanto pare!
<!-- fine battuta !--
I problemi reali degli italiani, ma potremmo dire pure degli europei in
generale sono altri, e finché non si comincerà a pensare a delle
soluzioni concrete dubito fortemente che a qualcuno venga voglia di
andare a votare per questo o quel referendum.
 

Tags
democrazia, pericoloso, referendum
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