Quando i clandestini eravamo noi
e la Romania non voleva gli italiani
Il ministero dell'Interno nel 1942 cercò di fermare gli espatri a Bucarest
dove i nostri connazionali erano malvisti.
A Bombay chi aveva a che fare con la prostituzione veniva chiamato
"italiano".
Documenti di un'epoca nella quale a varcare le frontiere erano i poveri del
nostro Paese, a volte criminali, spesso criminalizzati
di Stefania Parmeggiani
Quando i rumeni eravamo noi.
E le cose andavano più o meno come oggi, solo a ruoli invertiti.
Gli italiani andavano a Bucarest in cerca di fortuna, per lavorare come
falegnami, nelle miniere o nelle fabbriche.
Avevano un permesso di soggiorno in tasca, ma alla scadenza restavano oltre
confine.
Clandestini appunto.
Come erano molti rumeni in Italia prima del loro ingresso nell'Unione
Europea.
Non graditi, come lo sono oggi che vengono guardati con rabbia e sospetto.
A metà del '900 non erano gli italiani a considerare i rumeni criminali, ma
i rumeni a controllare le dogane per non essere invasi dagli italiani. I
nostri connazionali creavano non pochi problemi: violenti, indisciplinati.
La loro storia, fatta di stracci e pregiudizi, si è intrecciata con i
tentativi italiani di evitare che gli indesiderabili lasciassero i confini
nazionali e andassero a creare problemi alla dittatura amica del generale
Ion Antonescu.
Cancellati dalla memoria di un Paese, facile a rovesciare i pregiudizi su
altri, i problemi dell'emigrazione italiana in Romania escono dalla polvere
degli Archivi di Stato grazie alla mostra "Tracce dell'emigrazione parmense
e italiana fra il XVI e XX secolo".
Oltre cento documenti, molti gli inediti.
Tra questi una lettera con il timbro del ministero dell'Interno (Il
documento.tif) inviata il 28 agosto 1942 a tutti i questori del Regno, al
ministero degli Affari esteri, al Governo della Dalmazia, alla direzione di
polizia di Zara e all'alto commissario di Lubiana.
Diramava un ordine preciso: evitare che gli italiani espatriassero in
Romania.
Carmine Senise, uno dei partecipanti alla congiura del 25 luglio, l'uomo che
propose di fare arrestare Mussolini a Villa Savoia, fu anche il capo della
polizia che stigmatizzò il comportamento dei connazionali:
"La legazione in Bucarest segnala che alcuni connazionali, giunti in Romania
a titolo temporaneo, non lasciano il Paese alla scadenza del loro permesso
di soggiorno provocando inconvenienti con le autorità di polizia romene
anche per il contegno non sempre esemplare da loro tenuto e per l'attività
non completamente chiara dai predetti svolta".
La situazione lo preoccupava non poco:
"Stante il crescente afflusso di connazionali in Romania si dispone che le
richieste di espatrio colà vengano vagliate con particolare severità per
quanto riguarda in special modo la condotta morale o politica degli
interessati ed i motivi addotti, inoltrando a questo Ministero, Ufficio
Passaporti, soltanto quelle che rivestano carattere di assoluta e
inderogabile necessità".
D'altronde che tra gli emigrati non ci fossero solo lavoratori in cerca
dell'America,
ma anche avventurieri con pochi scrupoli è storia risaputa e testimoniata,
in questa mostra, da altre missive, denunce e lamentele.
La più antica è una lettera del console italiano in India che nel 1893
informava la madrepatria come a Bombay tutti coloro che sfruttavano la
prostituzione venissero chiamati "italiani".
Un'associazione di idee non certo lusinghiera.
I nostri connazionali, come tutti gli emigranti, non rappresentavano solo un
problema di sicurezza, ma anche una risorsa economica, tanto che Mussolini,
come testimonia una delle circolari esposte, vietò l'espatrio alla
manodopera specializzata.
Potevano partire solo operai semplici, braccia che rischiavano di finire nel
tritacarne dell'immigrazione clandestina.
Che esisteva allora come oggi.
La mostra documenta una serie di espatri irregolari avvenuti tra il 1925 e
il 1973:
gli italiani arrivavano in Francia e in Corsica, ma anche in altri paesi,
con permessi turistici e poi si fermavano ben oltre la scadenza, altri
entravano con in mano un visto di transito, ma non lasciavano il paese in
cui erano solo di passaggio.
Altri ancora ottenevano passaporti falsi o raggiungevano l'America tramite
biglietti inviati, ufficialmente, da parenti e amici. In realtà, una volta
dall'altra parte dell'Oceano, ad attenderli erano agrari che li
costringevano a turni di lavoro massacranti perché ripagassero, senza
stipendio, il costo di quel viaggio della speranza.
Anche questo "racket",
documentato con materiale del 1908 (Ministero degli Esteri pag. 1/2/3.tif),
contribuisce all'affresco di un'epoca, non troppo lontana, in cui i rumeni -
criminalizzati, non graditi o sfruttati - eravamo noi.
(15 aprile 2009)
Re: [OT] Quando i magnacci erano chiamati "italiani"
pirex ha scritto:
> Quando i clandestini eravamo noi
> e la Romania non voleva gli italiani
> Il ministero dell'Interno nel 1942 cercò di fermare gli espatri a Bucarest
> dove i nostri connazionali erano malvisti.
> A Bombay chi aveva a che fare con la prostituzione veniva chiamato
> "italiano".
> Documenti di un'epoca nella quale a varcare le frontiere erano i poveri del
> nostro Paese, a volte criminali, spesso criminalizzati
> di Stefania Parmeggiani
> Quando i rumeni eravamo noi.
> E le cose andavano più o meno come oggi, solo a ruoli invertiti.
> Gli italiani andavano a Bucarest in cerca di fortuna, per lavorare come
> falegnami, nelle miniere o nelle fabbriche.
> Avevano un permesso di soggiorno in tasca, ma alla scadenza restavano oltre
> confine.
> Clandestini appunto.
> Come erano molti rumeni in Italia prima del loro ingresso nell'Unione
> Europea.
> Non graditi, come lo sono oggi che vengono guardati con rabbia e sospetto.
> A metà del '900 non erano gli italiani a considerare i rumeni criminali, ma
> i rumeni a controllare le dogane per non essere invasi dagli italiani. I
> nostri connazionali creavano non pochi problemi: violenti, indisciplinati.
> La loro storia, fatta di stracci e pregiudizi, si è intrecciata con i
> tentativi italiani di evitare che gli indesiderabili lasciassero i confini
> nazionali e andassero a creare problemi alla dittatura amica del generale
> Ion Antonescu.
> Cancellati dalla memoria di un Paese, facile a rovesciare i pregiudizi su
> altri, i problemi dell'emigrazione italiana in Romania escono dalla polvere
> degli Archivi di Stato grazie alla mostra "Tracce dell'emigrazione parmense
> e italiana fra il XVI e XX secolo".
> Oltre cento documenti, molti gli inediti.
> Tra questi una lettera con il timbro del ministero dell'Interno (Il
> documento.tif) inviata il 28 agosto 1942 a tutti i questori del Regno, al
> ministero degli Affari esteri, al Governo della Dalmazia, alla direzione di
> polizia di Zara e all'alto commissario di Lubiana.
> Diramava un ordine preciso: evitare che gli italiani espatriassero in
> Romania.
> Carmine Senise, uno dei partecipanti alla congiura del 25 luglio, l'uomo che
> propose di fare arrestare Mussolini a Villa Savoia, fu anche il capo della
> polizia che stigmatizzò il comportamento dei connazionali:
> "La legazione in Bucarest segnala che alcuni connazionali, giunti in Romania
> a titolo temporaneo, non lasciano il Paese alla scadenza del loro permesso
> di soggiorno provocando inconvenienti con le autorità di polizia romene
> anche per il contegno non sempre esemplare da loro tenuto e per l'attività
> non completamente chiara dai predetti svolta".
> La situazione lo preoccupava non poco:
> "Stante il crescente afflusso di connazionali in Romania si dispone che le
> richieste di espatrio colà vengano vagliate con particolare severità per
> quanto riguarda in special modo la condotta morale o politica degli
> interessati ed i motivi addotti, inoltrando a questo Ministero, Ufficio
> Passaporti, soltanto quelle che rivestano carattere di assoluta e
> inderogabile necessità".
> D'altronde che tra gli emigrati non ci fossero solo lavoratori in cerca
> dell'America,
> ma anche avventurieri con pochi scrupoli è storia risaputa e testimoniata,
> in questa mostra, da altre missive, denunce e lamentele.
> La più antica è una lettera del console italiano in India che nel 1893
> informava la madrepatria come a Bombay tutti coloro che sfruttavano la
> prostituzione venissero chiamati "italiani".
> Un'associazione di idee non certo lusinghiera.
> I nostri connazionali, come tutti gli emigranti, non rappresentavano solo un
> problema di sicurezza, ma anche una risorsa economica, tanto che Mussolini,
> come testimonia una delle circolari esposte, vietò l'espatrio alla
> manodopera specializzata.
> Potevano partire solo operai semplici, braccia che rischiavano di finire nel
> tritacarne dell'immigrazione clandestina.
> Che esisteva allora come oggi.
> La mostra documenta una serie di espatri irregolari avvenuti tra il 1925 e
> il 1973:
> gli italiani arrivavano in Francia e in Corsica, ma anche in altri paesi,
> con permessi turistici e poi si fermavano ben oltre la scadenza, altri
> entravano con in mano un visto di transito, ma non lasciavano il paese in
> cui erano solo di passaggio.
> Altri ancora ottenevano passaporti falsi o raggiungevano l'America tramite
> biglietti inviati, ufficialmente, da parenti e amici. In realtà, una volta
> dall'altra parte dell'Oceano, ad attenderli erano agrari che li
> costringevano a turni di lavoro massacranti perché ripagassero, senza
> stipendio, il costo di quel viaggio della speranza.
> Anche questo "racket",
> documentato con materiale del 1908 (Ministero degli Esteri pag. 1/2/3.tif),
> contribuisce all'affresco di un'epoca, non troppo lontana, in cui i rumeni -
> criminalizzati, non graditi o sfruttati - eravamo noi.
> (15 aprile 2009)
> http://parma.repubblica.it/dettaglio/rumeni/1617963
allora se dobbiamo ricambiare le cortesie secondo te l'Italia dovrebbe
invadere la Germania e deportare migliaia di Tedeschi nei campi di
concentramento italiani visto che anche questo è accaduto nel 1940.
Re: [OT] Quando i magnacci erano chiamati "italiani"
Che paragone del cazzo!
Queste vicende, unite alle stesse considerazione che fecero gli americani
agli italiani, dovrebbero farci capire che da qualcunque parte venga
l'immigrazione questa risulta sempre sgradita.
Ma il bello di questi articoli che mostrano come noi italiani all'estero non
eravamo tanto diversi dei rumani o degli africani di oggi - di alcuni tra la
maggiorazana - dedicti ad attività illecita.
Dovrebbe farci riflettere, ma gli idioti possono al massimo fare
considerazione come quelal che hai fatto.
"Riccio" <wwross@tele2.it> ha scritto nel messaggio
news:UXONl.14545$4b.6914@twister2.libero.it...
> allora se dobbiamo ricambiare le cortesie secondo te l'Italia dovrebbe
> invadere la Germania e deportare migliaia di Tedeschi nei campi di
> concentramento italiani visto che anche questo è accaduto nel 1940.
Re: [OT] Quando i magnacci erano chiamati "italiani"
"pirex" <mokena@pakita.sus> ha scritto
bravo!
peccato che non leggi quello che scrivi:
> La situazione lo preoccupava non poco:
> "Stante il crescente afflusso di connazionali in Romania si dispone che
le
> richieste di espatrio colà vengano vagliate con particolare severità per
> quanto riguarda in special modo la condotta morale o politica degli
> interessati ed i motivi addotti, inoltrando a questo Ministero, Ufficio
> Passaporti, soltanto quelle che rivestano carattere di assoluta e
> inderogabile necessità".
mentre oggi qualunque richiesta alle autorità rumene di impedire l'afflusso
di indesiderabili vengono troncate con la risposta "siamo in europa, cazzi
vostri"
Re: [OT] Quando i magnacci erano chiamati "italiani"
"Ulysses" <ulysses@noptovider.it> ha scritto
> Ma il bello di questi articoli che mostrano come noi italiani all'estero
non
> eravamo tanto diversi dei rumani o degli africani di oggi - di alcuni tra
la
> maggiorazana - dedicti ad attività illecita.
c'è una piccola differenza, la quasi totalità dell'emigrazione italiana in
nord-sud america, europa o australia, era legale, e nonostante ciò ....
Re: [OT] Quando i magnacci erano chiamati "italiani"
"l'orsoYoghi" <l'orsoypghi@yellowstone.park> ha scritto nel messaggio
news:4a07e09f$1@newsgate.x-privat.org...
> "pirex" <mokena@pakita.sus> ha scritto
> bravo!
> peccato che non leggi quello che scrivi: