Spesa pubblica. Riduzioni difficili se non si conoscono le origini dei costi
Spesa pubblica. Riduzioni difficili se non si conoscono le origini dei costi
Tagli, tutto parte dal Tesoro
di Vincenzo Visco *
«Datemi un bilancio di dimensioni adeguate, e vi garantisco che lo taglierò
del 10% senza che nessuno se ne accorga». Questa celebre frase dell'ex Ceo
della General Motors, Lee Iacocca, chiarisce molto bene il fatto che
all'interno dei bilanci di istituzioni di grandi dimensioni (private e
pubbliche) esistono inevitabilmente sprechi, inefficienze o lassismi
gestionali.
La ricetta Iacocca è stata adottata molte volte sia nel pubblico che nel
privato, ma per quanto semplice, ragionevole (e popolare) ha trovato scarsa
applicazione pratica nel nostro Paese, che in realtà è riuscito a compiere
un'unica riduzione robusta della spesa pubblica in occasione dell'ingresso
dell'Italia nella moneta unica quando, con un'operazione di grande abilità,
si riuscì a "scambiare" un aumento temporaneo dell'imposizione (l'eurotassa)
con la riduzione permanente della spesa per interessi pari a circa 3 punti
di Pil, operazione che consentì di portare l'indebitamento netto dell'Italia
sotto il 3% (2,7%). Successivamente l'eurotassa fu restituita, la pressione
fiscale ridiscese ai livelli abituali, ma l'unico risparmio di spesa
ulteriore che si riuscì a realizzare fu circa un punto di Pil di riduzione
della spesa per il personale derivante dal blocco del turnover.
Dopo il 2001 e fino al 2006 la spesa pubblica invece di continuare a ridursi
è aumentata (a netto degli interessi) di 2,5 punti di Pil, passando dal
37,6% del Pil al 40,2, e solo negli ultimi anni (2006-07-08) si è riusciti a
stabilizzarla. Secondo gli impegni assunti in sede europea, l'Italia
dovrebbe riportare il bilancio in pareggio entro il 2011, e dovrebbe quindi
eliminare il disavanzo attuale pari al 2,5% del Pil (vale a dire che il
disavanzo attuale coincide con l'incremento della spesa pubblica
realizzatosi nel periodo 2001-2005). La cifra corrisponde al 5% della spesa
pubblica complessiva, e quindi appare di modesta entità. In realtà, data la
composizione della spesa pubblica italiana, e se non si vogliono aumentare
le imposte, occorre agire sulla parte disponibile della spesa e cioè
escludere oltre ai 2,5 punti del deficit, 20-22 punti di Pil che
rappresentano in sostanza un pagamento di debiti assunti in passato:
interessi passivi e pensioni. I tagli quindi dovrebbero riguardare la spesa
residua: 25-26% del Pil, sicché riportare il bilancio in pareggio
comporterebbe un "taglio" della spesa pubblica del 10% circa. Taglio
impegnativo, ma certo non impossibile da realizzare in alcuni anni. Ma
allora perché i governi non riescono a realizzare risparmi di spesa
consistenti e duraturi? La risposta è semplice: perché non sanno dove
tagliare, perché non hanno le informazioni minime di base.
Questo è il motivo per cui si ricorre sistematicamente a ipotetici e
improbabili tagli lineari che spesso non sono realizzabili o creano problemi
politici esplosivi come ha potuto realizzare il ministro Gelmini nei giorni
passati. E la proposta di tagli lineari deriva dal fatto che gli uffici del
Tesoro non conoscono e non monitorizzano le singole spese delle singole
amministrazioni. Non controllano le spese degli enti decentrati e delle
Regioni (l'unico controllo sistematico che esiste riguarda la spesa
sanitaria e fu introdotto da chi scrive nel 2001, ma si limita alla spesa
aggregata). Non controllano l'efficienza della spesa, né degli standard di
spesa. Non hanno interesse né la formazione necessaria per una gestione
manageriale delle amministrazioni.
Con l'ultima manovra i tagli lineari sono stati associati a una maggiore
discrezionalità concessa alle amministrazioni sulle formulazioni dei propri
bilanci, proprio per fornire una qualche elasticità nella gestione dei
tagli. Si dà il caso però che la formazione, la professionalità dei
dirigenti pubblici (ma anche i poteri reali di cui dispongono) poco si
prestano a una effettiva capacità di riorganizzazione delle amministrazioni.
Se si desidera risolvere il problema, almeno in prospettiva, è necessaria
una profonda riorganizzazione di settori importanti della nostra
amministrazione, a partire dal ministero del Tesoro. Occorre innanzitutto
standardizzare i bilanci delle Regioni e degli enti locali in modo da
renderli confrontabili tra loro e compatibili con quella del settore statale
che a sua volta dovrebbe diventare finalmente più simile a quella degli
altri Paesi Ocse. È necessario conoscere e poter controllare le società ed
enti collegati a Comuni e Regioni, e spesso creati proprio per eludere i
vincoli di spesa. È necessario poter disaggregare le voci di bilancio in
specifiche e analitiche voci merceologiche in modo da verificare spese e
costi standard sull'intero territorio nazionale. Sarebbe necessario creare
un unico sistema informativo in grado di gestire in tempo reale tutte le
informazioni necessarie a un effettivo controllo della spesa pubblica. Un
progetto di questo genere fu impostato da chi scrive nel 2001, ma non ha
avuto seguito successivamente (salvo il sistema Siope che gestisce solo dati
di cassa ed è limitato). Sarebbe necessario, infine, suddividere i compiti
attuali della Ragioneria generale dello Stato in due funzioni distinte, la
prima dedicata alla formazione del bilancio, alla previsione eccetera. E la
seconda dedicata ai controlli sia nei confronti delle amministrazioni
centrali che di quelle periferiche, svolgendo più o meno il ruolo, che
Eurostat esercita nei confronti dei Stati membri nel contesto del patto di
stabilità. Senza riforme sulla direzione indicata non saranno possibili
risparmi di spesa che non risultino traumatici o irrealizzabili, non sarà
possibile realizzare un federalismo fiscale accettabile, e continueremo a
perdere inutilmente tempo prezioso.
*Ex viceministro dell'Economia del Governo Prodi
--
__________________________________
Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto,
l'ultimo fiume avvelenato,
l'ultimo pesce pescato,
l'ultimo animale libero ucciso...
Vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.
(Nativi Cree).
Re: Spesa pubblica. Riduzioni difficili se non si conoscono le originidei costi
C'èra un GAP aperto a 1,1!!!!® ha scritto:
> Spesa pubblica. Riduzioni difficili se non si conoscono le origini dei costi
> Tagli, tutto parte dal Tesoro
> di Vincenzo Visco *
> «Datemi un bilancio di dimensioni adeguate, e vi garantisco che lo taglierò
> del 10% senza che nessuno se ne accorga». Questa celebre frase dell'ex Ceo
> della General Motors, Lee Iacocca, chiarisce molto bene il fatto che
> all'interno dei bilanci di istituzioni di grandi dimensioni (private e
> pubbliche) esistono inevitabilmente sprechi, inefficienze o lassismi
> gestionali.
> La ricetta Iacocca è stata adottata molte volte sia nel pubblico che nel
> privato, ma per quanto semplice, ragionevole (e popolare) ha trovato scarsa
> applicazione pratica nel nostro Paese, che in realtà è riuscito a compiere
> un'unica riduzione robusta della spesa pubblica in occasione dell'ingresso
> dell'Italia nella moneta unica quando, con un'operazione di grande abilità,
> si riuscì a "scambiare" un aumento temporaneo dell'imposizione (l'eurotassa)
> con la riduzione permanente della spesa per interessi pari a circa 3 punti
> di Pil, operazione che consentì di portare l'indebitamento netto dell'Italia
> sotto il 3% (2,7%). Successivamente l'eurotassa fu restituita, la pressione
> fiscale ridiscese ai livelli abituali, ma l'unico risparmio di spesa
> ulteriore che si riuscì a realizzare fu circa un punto di Pil di riduzione
> della spesa per il personale derivante dal blocco del turnover.
> Dopo il 2001 e fino al 2006 la spesa pubblica invece di continuare a ridursi
> è aumentata (a netto degli interessi) di 2,5 punti di Pil, passando dal
> 37,6% del Pil al 40,2, e solo negli ultimi anni (2006-07-08) si è riusciti a
> stabilizzarla. Secondo gli impegni assunti in sede europea, l'Italia
> dovrebbe riportare il bilancio in pareggio entro il 2011, e dovrebbe quindi
> eliminare il disavanzo attuale pari al 2,5% del Pil (vale a dire che il
> disavanzo attuale coincide con l'incremento della spesa pubblica
> realizzatosi nel periodo 2001-2005). La cifra corrisponde al 5% della spesa
> pubblica complessiva, e quindi appare di modesta entità. In realtà, data la
> composizione della spesa pubblica italiana, e se non si vogliono aumentare
> le imposte, occorre agire sulla parte disponibile della spesa e cioè
> escludere oltre ai 2,5 punti del deficit, 20-22 punti di Pil che
> rappresentano in sostanza un pagamento di debiti assunti in passato:
> interessi passivi e pensioni. I tagli quindi dovrebbero riguardare la spesa
> residua: 25-26% del Pil, sicché riportare il bilancio in pareggio
> comporterebbe un "taglio" della spesa pubblica del 10% circa. Taglio
> impegnativo, ma certo non impossibile da realizzare in alcuni anni. Ma
> allora perché i governi non riescono a realizzare risparmi di spesa
> consistenti e duraturi? La risposta è semplice: perché non sanno dove
> tagliare, perché non hanno le informazioni minime di base.
> Questo è il motivo per cui si ricorre sistematicamente a ipotetici e
> improbabili tagli lineari che spesso non sono realizzabili o creano problemi
> politici esplosivi come ha potuto realizzare il ministro Gelmini nei giorni
> passati. E la proposta di tagli lineari deriva dal fatto che gli uffici del
> Tesoro non conoscono e non monitorizzano le singole spese delle singole
> amministrazioni. Non controllano le spese degli enti decentrati e delle
> Regioni (l'unico controllo sistematico che esiste riguarda la spesa
> sanitaria e fu introdotto da chi scrive nel 2001, ma si limita alla spesa
> aggregata). Non controllano l'efficienza della spesa, né degli standard di
> spesa. Non hanno interesse né la formazione necessaria per una gestione
> manageriale delle amministrazioni.
> Con l'ultima manovra i tagli lineari sono stati associati a una maggiore
> discrezionalità concessa alle amministrazioni sulle formulazioni dei propri
> bilanci, proprio per fornire una qualche elasticità nella gestione dei
> tagli. Si dà il caso però che la formazione, la professionalità dei
> dirigenti pubblici (ma anche i poteri reali di cui dispongono) poco si
> prestano a una effettiva capacità di riorganizzazione delle amministrazioni.
> Se si desidera risolvere il problema, almeno in prospettiva, è necessaria
> una profonda riorganizzazione di settori importanti della nostra
> amministrazione, a partire dal ministero del Tesoro. Occorre innanzitutto
> standardizzare i bilanci delle Regioni e degli enti locali in modo da
> renderli confrontabili tra loro e compatibili con quella del settore statale
> che a sua volta dovrebbe diventare finalmente più simile a quella degli
> altri Paesi Ocse. È necessario conoscere e poter controllare le società ed
> enti collegati a Comuni e Regioni, e spesso creati proprio per eludere i
> vincoli di spesa. È necessario poter disaggregare le voci di bilancio in
> specifiche e analitiche voci merceologiche in modo da verificare spese e
> costi standard sull'intero territorio nazionale. Sarebbe necessario creare
> un unico sistema informativo in grado di gestire in tempo reale tutte le
> informazioni necessarie a un effettivo controllo della spesa pubblica. Un
> progetto di questo genere fu impostato da chi scrive nel 2001, ma non ha
> avuto seguito successivamente (salvo il sistema Siope che gestisce solo dati
> di cassa ed è limitato). Sarebbe necessario, infine, suddividere i compiti
> attuali della Ragioneria generale dello Stato in due funzioni distinte, la
> prima dedicata alla formazione del bilancio, alla previsione eccetera. E la
> seconda dedicata ai controlli sia nei confronti delle amministrazioni
> centrali che di quelle periferiche, svolgendo più o meno il ruolo, che
> Eurostat esercita nei confronti dei Stati membri nel contesto del patto di
> stabilità. Senza riforme sulla direzione indicata non saranno possibili
> risparmi di spesa che non risultino traumatici o irrealizzabili, non sarà
> possibile realizzare un federalismo fiscale accettabile, e continueremo a
> perdere inutilmente tempo prezioso.
> *Ex viceministro dell'Economia del Governo Prodi
basta tagliare le tangenti, gli sperperi, e ogni cosa deve essere
acquistata con bando di concorso (e i concorsi fatti)