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  #1  
Vecchio 29-10-2008, 17.46.02
CatMan_
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Predefinito Pronti per un altro + 10% domani?

ve piacerebbe è?

traderucci de cartapesta :-))))



Alt 29-10-2008, 17.46.02
borsa-italia.net
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  #2  
Vecchio 29-10-2008, 17.46.56
ginopilotino
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Predefinito Re: Pronti per un altro + 10% domani?

CatMan_ ha scritto:
> ve piacerebbe è?
> traderucci de cartapesta :-))))


Avevo letto -10

Ciao ... Dino
  #3  
Vecchio 29-10-2008, 17.47.27
Passo di Giada
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Predefinito Re: Pronti per un altro + 10% domani?

On Wed, 29 Oct 2008 17:46:02 +0100, "CatMan_" <miaomiao
maooo@fuuuu.eu> wrote:

>ve piacerebbe è?
>traderucci de cartapesta :-))))

Prima che UCG ritorna a 6 e 7 euri hai voja a +12% che deve da fa

:-)
  #4  
Vecchio 29-10-2008, 17.50.29
CatMan_
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Predefinito Re: Pronti per un altro + 10% domani?


"Passo di Giada" <

> Prima che UCG ritorna a 6 e 7 euri hai voja a +12% che deve da fa
> :-)


caXXi de orsotrombolo :-)))
di la verità che ce li vorresti ave te quei problemi alla rocco siffredi

A Ziaaaaaaaa Giada :-


  #5  
Vecchio 29-10-2008, 17.52.45
C'è un GAP aperto a 0,22!!!!®
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Predefinito Re: Pronti? è ancora presto per comprare

> ve piacerebbe è?
> traderucci de cartapesta :-))))



Venerdì 24 Ottobre 2008, 12:46

La grande recessione. Qualunque forma assuma, è ancora presto per comprare
Di Alessandro Fugnoli


Il mondo dei gestori (che siano grandi istituzioni o piccoli privati, che ne
siano consapevoli o meno) può essere grosso modo diviso in due gruppi. Al
primo appartengono gli investitori orientati al valore, al secondo quelli
che cercano di individuare il momento giusto per comprare (o vendere)
indipendentemente dal valore. In realtà, nel secondo gruppo, solo i momentum
player (quelli che comprano quando il mercato sale e vendono quando sta
scendendo) non badano al valore. Gli altri, probabilmente la magioranza,
cercano di conciliare il momento migliore per agire con un valore
accettabile. Un obiettivo ambizioso.

Tra gli investitori orientati al valore il più celebre è Warren Buffett, che
nei giorni scorsi, sul New York Times (NYSE: NYT - notizie) , ha fatto una
pubblica dichiarazione di fiducia sull'esistenza di valore nell'azionario in
questo momento. Come è noto, negli ultimi due mesi Buffett ha acquistato
parecchio. Il suo appello “adesso comprate anche voi” non è dunque un
armiamoci e partite.

A sostegno della tesi che in questi mercati c'è del valore citiamo alcuni
numeri L'SP 500 è oggi più o meno sugli stessi livelli di altri due periodi
che oggi sembrano appartenere ad altre epoche storiche, eppure sono vicini
nel tempo. Il primo è la seconda metà del 1997, nei tempi felici della bolla
nascente di Internet, quando comunque le quotazioni avevano ancora i piedi
per terra. Il secondo periodo con un SP al livello medio di 900 va da metà
2002 alla primavera del 2003, nella fase finale del bear market iniziato tre
anni prima.

Se andiamo a vedere gli utili per azione (operativi) dei 500 titoli
dell'indice di questi due periodi (i numeri li prendiamo da Morgan Stanley
(NYSE: MS - notizie) ), vediamo che erano di 44 dollari a fine 1997 e di 48
a fine 2002 (utili trailing, per i pignoli). Se adesso guardiamo alle stime
degli utili 2009 e prendiamo non quelle di consenso ma quelle più
pessimistiche che abbiamo trovato (proposte da Rosenberg di Merrill Lynch
(NYSE: MER - notizie) e da Nouriel Roubini) vediamo un valore di 60 dollari.
Ricordiamo che Rosenberg parte da un'ipotesi di recessione profonda (con una
velocità annualizzata di decrescita del Pil tra meno tre e meno quattro per
cento per la prima metà del 2009). Quanto a Roubini, la sua idea è che la
recessione sarà severa e durerà due anni.

Con utili per azione a 60 dollari e lo stesso multiplo di 1997 e 2002, l'SP
dovrebbe stare oggi tra 1150 e 1250. Che ci sia valore nell'azionario,
quanto meno rispetto ai due periodi che stiamo considerando, lo dice anche
il valore di libro dei 500 titoli. Era di 247 dollari a fine 1997 e di 338 a
fine 2002. A fine 2007 (il dato più recente che abbiamo trovato) era di 528.
Da allora sarà anche sceso, ma è difficile credere che si sia dimezzato. Il
valore di libro, per inciso, era una metrica molto in voga alla fine
dell'estenuante bear market degli anni Settanta e non a caso. Si tratta
infatti del criterio di valutazione più prudenziale.

Naturalmente si può discutere sui multipli da applicare agli utili. I
multipli, per lo meno nel mondo ovattato della
teoria, dovrebbero essere funzione soprattutto dei tassi. Bene, i Fed Funds
a fine 1997 erano al 5.50 per cento e a fine 2002 stavano all'1 per cento. A
metà 2009 staranno verosimilmente all'1 o sotto. Anche da qui, quindi, una
segnalazione di possibile valore. Facciamo quindi gli auguri a Buffett e a
tutti i value player. In particolare Buffett, che è diventato una metrica
lui stesso, ha giocato perfettamente tutte le grandi tendenze a partire
dalla fine degli anni Settanta, ma con un anticipo medio di tre-sei mesi (se
aspettate le rondini la primavera sarà finita, ha scritto). Non possiamo
però non pensare che quelli fatti finora siano solo l'inizio di una serie di
acquisti che proseguirà nei prossimi mesi.


Poi ci sono altri problemi. Il processo di riduzione della leva in corso a
livello globale è a dir poco imponente ed è ben lontano dall'essere
terminato. Quando è in gioco il valore più grande della sopravvivenza come
soggetto investitore si può ben sacrificare il valore più piccolo dei titoli
che si liquidano forzatamente con l'acqua alla gola per pagare i margini e
rientrare nelle linee di credito ridotte dalle banche a loro volta nel
panico.
Certo, alla riduzione della leva da parte degli operatori privati
corrisponde l'aumento da parte delle banche centrali. La leva della Fed,
stabile da anni, è raddoppiata nell'ultimo mese e può raddoppiare ancora in
tempi brevi. Tutte le banche centrali, più o meno direttamente, prestano
ormai soldi ai privati per i mutui, alle banche, ai fondi monetari e alle
imprese. Sul prestare ai fondi hedge c'è riluttanza, perché non sta bene, ma
si troverà qualche sistema indiretto per aggirare l'ostacolo. Se le cose
dovessero continuare a deteriorarsi si arriverà a un targeting della parte
lunga della curva governativa, con acquisti infiniti fino al raggiungimento
del tasso obiettivo. Secondo fonti di stampa ci sono già stati interventi di
sostegno alle borse con acquisti diretti. Se è vero, altri ne seguiranno.

Se tutti vendono tutto, le banche centrali (previa sterilizzazione) possono
comprare il mondo senza creare per questo inflazione. Chi parla a sproposito
del rischio d'inflazione di questa pratica dovrebbe anche parlare del
rischio di deflazione, uguale e contrario, creato da chi vende alle banche
centrali. Il Giappone degli anni Novanta, dove si è arrivati a un debito
interno del 160 per cento del Pil e a una banca centrale allargatasi a un
terzo del Pil, è lì a dimostrare che si possono prendere misure estreme
senza produrre nemmeno l'ombra dell'inflazione.
Detto questo, registriamo che gli interventi delle banche centrali, per
quanto coraggiosi, mantengono la loro natura reattiva. Vengono decisi, in
altre parole, un minuto dopo la creazione del buco, non un minuto prima. Per
questo è ben possibile che l'erosione del valore degli asset continui.

La ferocia del processo in corso conferma una tesi cara a Greenspan, per cui
i processi di aggiustamento dei mercati sono veloci e molto efficienti. Il
petrolio dimezzato in tre mesi e l'euro passato da 1.60 a 1.28 nello stesso
arco di tempo fanno pensare che l'aggiustamento che in Giappone ha richiesto
più di 10 anni questa volta sarà molto più rapido. La rapidità, però,
continuerà a produrre danni collaterali rilevanti in luoghi non sempre
facilmente prevedibili.

Per quanto si voglia essere ottimisti sulla durata della recessione, due
fatti vanno tenuti presenti.

1) Non ci sono precedenti storici di minimi di mercato realizzati a inizio
recessione. Nassim Taleb e i suoi cigni neri ci insegnano che ci può essere
sempre una prima volta, ma è rischioso contarci troppo. Al momento la stessa
Fed parla di forti venti contrari (il suo modo di parlare di recessione)
almeno fino a metà 2009.

2) Anche nell'ipotesi che questi fossero i minimi, fra sei-nove mesi
difficilmente saremmo molto più in alto. In compenso la visibilità sarà
sicuramente maggiore. Alcuni dei soggetti oggi in circolazione fra sei-nove
mesi avranno fatto default, altri saranno stati acquisiti per un piatto di
lenticchie. A dire il vero, la massima concentrazione di default non è
nemmeno a fine recessione, ma addirittura nel primo anno di ripresa.
Chi deciderà di aspettare, ovviamente, dovrà rinunciare ai bear market rally
che riusciranno a infilarsi in questo quadro così grigio da qui a fine 2009.
I pretesti potranno essere numerosi.

1) Fine anno. Con mercati a meno 40 (per adesso) da gennaio non è
impossibile un certo recupero

2) Tagli dei tassi di policy. Il primo, da parte della Fed e forse anche di
altre banche centrali, potrebbe già essere il 29 ottobre

3) Un avvicinamento ulteriore alla normalità negli spread tra tassi di
policy e tassi interbancari

4) Il secondo pacchetto fiscale americano, che sarà di dimensioni più ampie
di quello dell'estate scorsa. Sarà varato probabilmente in febbraio, ma sarà
annunciato nella sua struttura già in novembredicembre, in modo da fornire
un supporto ai mercati e alle attese degli operatori dell'economia reale. Il
primo pacchetto ha impedito la recessione tra giugno e agosto, il secondo
mitigherà la recessione del primo e del secondo trimestre 2009.

5) Un momentaneo allentamento del processo di riduzione della leva, che
procede più a ondate che in modo lineare.

Pur con tutta questa varietà di possibili temporanei rialzi facciamo nostro
un commento di un gestore che abbiamo ascoltato sulla Cnbc. Con una
situazione come questa è meglio essere fuori dal mercato e desiderare di
esserci dentro piuttosto che essere dentro e invidiare quelli che ne sono
fuori.

da Il Rosso e Il Nero, settimanale di strategia. Alessandro Fugnoli è
strategist di Abaxbank, Banca d'Investimento del Gruppo Credem
(www.abaxbank.com).


 

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domani, pronti
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