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Vecchio 08-10-2008, 14.03.45
Saverio M.
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Predefinito taglio tassi

Ma se questo taglio concertato dei tassi ha giovato (per ora) in questo
modo, qual'è il rovescio della medaglia ? E per chi?


Alt 08-10-2008, 14.03.45
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  #2  
Vecchio 08-10-2008, 14.05.56
* Jack * ~DueHammer~
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Messaggi: n/a
Predefinito Re: taglio tassi


"Saverio M." <no> ha scritto nel messaggio
news:48eca19f$0$1082$4fafbaef@reader2.news.tin.it. ..
> Ma se questo taglio concertato dei tassi ha giovato (per ora) in questo
> modo, qual'è il rovescio della medaglia ? E per chi?


La situazione economica giapponese degli anni '90, le proposte neoliberali e
le condizioni oggettive del Giappone

Se alla fine degli anni '80 il Giappone appariva come una superpotenza
economica, all'inizio degli anni '90 le sue condizioni mutarono
improvvisamente e la nazione cadde nella più lunga e dura recessione del
dopoguerra. Lo shock che l'economia giapponese subì ha fatto sorgere dubbi
circa la capacità della nazione di competere sul mercato internazionale
nelle industrie a tecnologia avanzata e un riesame di una società
concentrata sulla burocrazia e sul valore del collettivismo, tanto da
indurre alcuni studiosi, soprattutto di matrice neoliberista, a parlare di
"lost decade". Il termine si riferisce in particolare agli anni di
recessione che vanno dal '92 agli inizi del 2000 e che si ritiene siano
stati causati dallo scoppio della bolla speculativa. Infatti, in risposta al
primo endaka, diretta conseguenza degli Accordi del Plaza del 1985 e al
clima di panico che si era venuto a creare nel paese, timoroso di perdere
quelle condizioni fino ad allora favorevoli per la sua economia, il governo
aveva adottato una serie di misure espansive, le quali, a loro volta,
favorirono gli investimenti nel settore finanziario e, soprattutto, nei beni
che in quel momento permettevano più di tutti gli altri di aumentare
speculativamente i propri profitti, ovvero i terreni. In tale processo però
si inserirono operatori scorretti che, approfittando della facilità di
accesso al prestito favorita dai bassi tassi d'interesse, cercarono di
lucrare attraverso la creazione di finanziarie di compravendita di terreni
chiamate junsen. Lo scoppio della bolla avvenne a causa dell'intervento
sulla tendenza speculativa, volto a invertire la crescita del valore dei
terreni, che ebbe inizio con l'aumento dei tassi d'interesse. Così nel
maggio del 1989 il governatore della Banca Centrale di Tokyo innalzò il
tasso di sconto ufficiale al 3,25%, che nel dicembre dello stesso anno
sarebbe poi passato al 6%. A frenare la spinta economica, oltre all'intervento
del governatore, che bloccava il credito e ridimensionava il valore dei
terreni e quello delle imprese in borsa, contribuiva il clima sfavorevole
creato dallo scoppio della Guerra del Golfo, che ebbe degli effetti
psicologici non trascurabili. Di conseguenza, la massiccia perdita di valore
dei profitti fece si che quell'economia "gonfiata" iniziasse a barcollare:
il PIL cadde dal 5,5% del 1990 allo 0,4% nel 1992, mentre il tasso di
bancarotta aumentava di mese in mese; le istituzione bancarie, che avevano
concesso credito troppo facilmente, ora si ritrovavano oppresse da un numero
enorme di debiti inesigibili, che ammontavano a non meno di 110 miliardi di
yen. Come se questo non bastasse, la crisi scatenò anche un'ondata di
scandali, in quanto le indagini rivelarono una stretta interconnessione tra
yakuza, mondo degli affari e politica. L'economia iniziò a rimettersi nel
1995, quando il tasso di crescita reale salì al 2% e rimase al 2,1% nel '96
grazie in parte ad un'operazione sul debito pubblico volta a stimolare l'economia
attraverso l'aumento della spesa pubblica. Il governo aveva cercato di
risanare l'economia tentando di far riassorbire le perdite finanziarie
evitando però che i grandi operatori finanziari andassero in bancarotta, in
modo tale da preservare i posti di lavoro e mantenere quel contratto
sociale, basato su un'offerta di lavoro eccedente la domanda, instauratosi a
partire dagli anni '60. L'inizio della ripresa fu però bruscamente
interrotto dallo scoppio della crisi finanziaria asiatica, che colpì nel
profondo il Giappone, soprattutto alla luce dell'opera di delocalizzazione
delle imprese nipponiche che era stata intrapresa a seguito degli Accordi
del Plaza. Se il mercato asiatico era diventato un importante sbocco per le
esportazioni di un Giappone che tentava di rialzarsi, ora anche quello
sbocco veniva a mancare, e le drammatiche conseguenze per l'economia non
mancarono a farsi sentire: il problema dei debiti inesigibili tornò
inevitabilmente alla ribalta, tutta una serie di banche iniziò a fallire ed
i consumi si contrassero, tanto che nel 1998 la situazione economica tornò
ad essere vicina a quella del '92.
Gli avvenimenti di questi anni hanno scisso l'opinione degli analisti in
varie interpretazioni, le quali seguono fondamentalmente tre filoni
principali. Ad un primo gruppo appartengono gli esponenti della corrente
neoliberale, i quali ritengono che il Giappone non sia stato in grado di
approfittare della crisi per effettuare, a livello economico, una
trasformazione sistemica volta al superamento di un'economia sviluppista e,
a livello politico, un effettivo passaggio di leadership che si liberasse
del dominio del partito liberal democratico. Ad un secondo gruppo
appartengono invece coloro che accusano il paese di aver risposto in ritardo
alla crisi mentre esiste, infine, un terzo gruppo che, a differenza dei
primi due, ritiene che in realtà non si possa parlare di decennio perduto.
In particolare per quanto riguarda il primo gruppo di analisti, questi
asseriscono che lo scoppio della bolla, lo sconvolgimento politico dovuto
alla sconfitta del PLD alle elezioni della Camera Bassa nel '93 e l'imperativo
di superare una politica di catching up con l'occidente, visto che ormai era
un obiettivo da tempo raggiunto, imponevano al paese una modifica nel suo
sistema politico-economico. Principali esponenti di questa corrente sono
Aoki Masahiko, Robert Feldman, Nakatami Iwao, Edward Lincoln, Noguchi Yukio,
Kosai Yutama, Morita Akio, Richard Katz, i quali, seppur con sfumature
diverse, danno un'interpretazione orientata verso la convergenza delle
economie dei paesi mondiali: questi ritengono che, in risposta alla
pressione della finanza globale e alla mobilità del capitale e del lavoro,
le nazioni gradualmente iniziano ad avere obiettivi, istituzioni politiche
ed economie simili, per cui sarebbero proprio queste forze globali che
spingerebbero nazioni come il Giappone a convergere con altre nazioni
industrializzate in termini di obiettivi e di organizzazione dell'economia.
Questo punto di vista presuppone quindi che il Giappone necessiti sviluppare
un sistema basato sul mercato, uno in cui le risorse sono allocate secondo
il criterio della massimizzazione dell'efficienza e del benessere dei
consumatori, per diminuire costi e prezzi e incoraggiare attività innovative
ed imprenditoriali e in tal modo stimolare la crescita economica. I principi
di questa ricetta sono quindi radicati in una visione neoclassica dell'economia,
per cui causa di ogni male per il Giappone è la persistenza di un sistema
peculiare, che è diretto da regole non confacenti con il sistema economico
angloamericano e pertanto da modificare nella sua struttura più intima.
Secondo uno degli esponenti di questo filone, Noguchi Yukio, tale sistema
non sarebbe neanche qualcosa di insito nella cultura giapponese, ma
piuttosto qualcosa di artificiale, un "sistema di guerra"(senji taisei)
venutosi ad instaurare negli anni '40 per creare quel senso di comunità
funzionale per l'epoca e mai più abbandonato. Gettate sul sistema quindi
tutte le colpe, la soluzione sta in poche fondamentali parola chiave:
deregolamentazione, competizione, mutamento della gestione d'impresa e
abbandono di istituzioni come l'impiego a vita e l'avanzamento di carriera
in base all'età, abbandono del sistema di welfare, implementazione dello
small government e così via. Concludendo quindi Nakatani e gli altri
auspicano il superamento di politiche sviluppiste che, seppur servite per un
determinato lasso di tempo per conseguire un strategia del cach up, allo
stato attuale delle cose non sono più perseguibili.
Per quanto riguarda la situazione attuale del paese e le politiche poi
concretamente perseguite possiamo dire che i maggiori esponenti dello stato
e degli affari giapponesi stanno cercando di creare un sistema ibrido, cioè
uno in cui la competizione va aumentando ma è ancora controllata, uno che
tiene conto della maggiore mobilità di lavoro e capitali e di un modo di
pensare creativo, ma che ancora minimizza ciò che viene vista come un'eccessiva
competizione che porterebbe ad una "confusione nel mercato". Certo vengono
discussi punti di vista neoliberali come quelli di Noguchi o Morita, ma
sembra che non venga lontanamente presa in considerazione la possibilità di
convertire il sistema in uno basato sul mercato come quello statunitense e,
al contrario, molti problemi che affliggono gli Stati Uniti ( dalla
disoccupazione ai senzatetto, dalla criminalità alla droga) sono attribuiti
proprio ad un'eccessiva deregolamentazione. Per ciò che concerne il mondo
del lavoro vediamo i leader giapponesi organizzare le istituzioni economiche
in modo tale da incoraggiare la creatività e lo spirito imprenditoriale, ma
non può essere ravvisata nessuna convergenza di mercato, politica o
economica verso una direzione tale da rendere le imprese un luogo di
massimizzazione di profitti ed efficienza a discapito della forza lavoro.
In conclusione, ammettendo che ci sono stati dei cambiamenti che hanno
avvicinato il Giappone ai paesi occidentali, si potrebbe dire che questi
siano avvenuti più nella forma che nella sostanza


  #3  
Vecchio 08-10-2008, 14.23.06
Marino
Guest
 
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Predefinito Re: taglio tassi

On Wed, 8 Oct 2008 14:03:45 +0200, "Saverio M." <no> wrote:

>Ma se questo taglio concertato dei tassi ha giovato (per ora) in questo
>modo, qual'è il rovescio della medaglia ? E per chi?


A questo punto un taglio ai tassi non serve assolutamente a niente. E'
la solita tachipirina come le iniezioni di liquidità per chi ha una
grave malattia.
Non è neanche detto che diminuiscano gli interssi sui mutui variabili
con lo spread che c'è tra euribor e tasso ufficiale di sconto.
Il problema è che il credito è bloccato, le banche non prestano denaro
alle altre banche, non lo prestano alle imprese anche se sane. E
cercano di rientrare dove sono esposte. Un'economia senza credito
soprattutto quella americana non funziona.
L'unica soluzione è che le banche centrali diventino esse stesse
banche commerciali, come si appresta a fare la fed, e che i governi
nazionalizzino le banche assolutamente da salvare e facciano fallire
quelle che possano fallire. Altrimenti si prospetta la giaponizzazione
dell'intera mondo con crisi decennali e banche zombie.
 

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taglio, tassi
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