Le tasse e il gettito fiscale aumentano. Nei primi sei mesi lo Stato
ha incassato 179,9 miliardi di euro con un incremento di 13,4 miliardi
sullo stesso periodo dell'anno precedente.
Più soldi allo Stato dovrebbero diminuire il debito pubblico, che
invece aumenta. E' arrivato a 1.626,316 miliardi di euro a maggio
2007. In un mese è aumentato di 17 miliardi di euro. Pari in un anno a
204 miliardi di euro, otto finanziarie.
L'equazione aumento delle tasse = aumento del debito pubblico è una
pratica sadomaso sul contribuente. Più paga, più si indebita. Il
debito non si chiama pubblico per caso, è infatti a carico dei
cittadini. E' come se avessimo affidato il nostro conto corrente a
Prodi e ad ogni aumento delle nostre entrate corrispondesse un
incremento delle uscite. Più versiamo, meno soldi abbiamo, più
indebitiamo i nostri figli. L'incremento del debito è dovuto ai
maggiori costi della Pubblica amministrazione. Pubblico ergo debito.
Il debito una volta si curava con l'inflazione, ma Padoa Schioppa non
può svalutare l'euro. Rimangono i titoli di Stato, i BOT e i CCT. Il
debito pubblico offerto al cittadino che lo compra e lo aumenta. Gli
interessi pagati sui titoli infatti incrementano il debito dello
Stato. Queste sono perversioni, non economia. Orge di gruppo al buio
in cui non si fanno prigionieri.
E' immorale aumentare le tasse e incrementare il debito. Un qualunque
amministratore di condominio sarebbe defenestrato. La prossima
finanziaria deve eliminare i costi, non aumentare le entrate,
altrimenti sarà una presa per i fondelli. Una finanziaria da meno
cento miliardi euro di costi dello Stato.
Il ri-sa-na-mento, questa parola magica sillabata dalla trimurti
ProdiSchioppaVisco, è aria fritta. Per conferme verificate il (vostro)
debito pubblico. http://www.beppegrillo.it/
Ho ritrovato quest'articolo del CdS di inizio mese......
L’ultima frontiera dei privilegi: un' indennità contro le tentazioni
Onorevoli spesso lontani da casa? Le sedute sono in media 3 alla settimana
E l'«indennità tentazioni»? La pensata di Lorenzo Cesa spalanca ai già
vezzeggiati politici nostrani nuovi orizzonti. Per evitare che un
parlamentare in trasferta a Roma ceda ai pruriti e metta le corna alla
moglie con una squillo, come Cosimo Mele, gli italiani si dovrebbero far
carico di aumentare il suo stipendio per il «ricongiungimento familiare».
Un’idea, diamogliene atto, fantastica. Che darebbe vita a un frizzante
dibattito d’aula. Questo diritto al ricongiungimento, concetto in genere
utilizzato per gli immigrati che dopo anni di lavoro in Italia vorrebbero
essere raggiunti da moglie e figli rimasti in un’isola delle Filippine o
sulla peruviana Cordillera Negra, vale per tutti o solo per chi ha la
famiglia che abita oltre Viterbo e Frosinone? Vale per le mogli regolarmente
sposate o anche per le compagne more uxorio? Possono bastare altri 4.190
euro (4.678 a Palazzo Madama) come quelli dati per stipendiare i portaborse
o sono pochi? È dura, vivere a Roma! Chi potrebbe mai negare a queste spose
e conviventi (per i parlamentari i Dico ci sono già) deportate nella
capitale un appartamento in cui vivere dignitosamente in centro storico?
Mobili e lampadari su misura dei propri gusti? L’abbonamento a Sky per le
lunghe giornate di seduta assembleare? I viaggi in treno o in aereo anche,
eventualmente, per la diletta prole? Una domestica per dare una mano in
casa, un reparto di pronto intervento elettro-idraulico per i guasti, una
baby-sitter per i pargoletti, una tessera per andare al cinema gratis?
Direte: che razza di idea! Attenzione: c’è chi vi accuserebbe di
qualunquismo. Preso atto che la capacità di resistere alla carenza di sesso
di un deputato del suo partito cattolico è molto più ridotta di quella di
Sharon Stone e non supera una manciata di giorni (l’ha detto il Mele in un’intervista:
«Questa storia non c’entra niente coi valori della fami glia. Non posso
essere un buon padre e un buon marito solo perché dopo cinque giorni fuori
casa mi capita un’occasione?») Lorenzo Cesa ha detto proprio così. Testuale:
«Si parla tanto di costi della politica, ma al parlamentare bisognerebbe
dare di più e consentire il ricongiungimento familiare. Perché la vita del
parlamentare è dura, la solitudine è una cosa molto seria». Certo, c’è chi
dirà che, come denunciò Giulio Andreotti tre anni fa, «si lavora in aula
solo tre giorni la settimana, dal martedì al giovedì».
Chi ricorderà che un mucchio di volte, in questi anni, è capitato che la
maggioranza andasse sotto o che provvedimenti importanti saltassero per
mancanza di numero legale solo perché, al giovedì sera o al venerdì, troppi
deputati e senatori avevano già preso l’aereo per tornarsene a casa. Chi
sottolineerà che nell’ultima legislatura, per fare un esempio, le sedute a
Montecitorio sono state 749 in 1.735 giorni: tre alla settimana. Chi
calcherà la mano precisando che nei primi sei mesi del 2005, per prendere un
periodo a campione, le sedute tenute di venerdì si contano sulle dita di una
mano. Chi noterà infine, come dice un’inchiesta dei radicali diffusa ieri da
Ugo Magri, che gli eletti alla Camera dell’Udc marcano mediamente visita a
una votazione su quattro. Insomma: se l’irredentista irlandese Bobby Sands
riuscì a resistere 66 giorni senza mangiare, prima di morire in carcere a
Belfast, un deputato nostrano non può resistere in astinenza tre giorni la
settimana?
Nella strepitosa sortita del segretario neo-democristiano, che deve essersi
morso la lingua davanti alle reazioni sarcastiche non solo degli avversari
ma perfino di qualche amico, c’è tuttavia da prendere atto di una novità. In
altri tempi, altri democristiani avrebbero proposto all’incontinenza erotica
soluzioni diverse. Il mitico Matteo Tonengo, un contadino piemontese eletto
per lo scudocrociato, arrivò nei primi anni del dopoguerra a chiedere ai
questori della Camera di usare il tesserino parlamentare anche per andare
gratis al bordello. Altri tempi. Il caso «sex&coca» che vede oggi come
protagonista Mele, tuttavia, non è affatto una novità di questa seconda
repubblica.
Basti ricordare lo scandalo intorno alla morte di Wilma Montesi, la ragazza
trovata senza vita nel 1953 sulla spiaggia di Capocotta, vittima (così si
disse) di un festino a base appunto di sesso e di droga, scandalo che vide
il coinvolgimento di Piero Piccioni (figlio di Attilio, allora
vice-presidente del consiglio) e sul quale l’Unità arrivò a infierire con
botta-risposta come questo: «A Capocotta poca coca cape». «Non poca coca
cape a Capocotta». Ecome dimenticare Mary Fiore, la parrucchiera siciliana
che, venuta a Roma decisa a far fortuna e diventata proprietaria d’un famoso
salone di bellezza («Jeunesse», vicino a largo del Tritone) venne arrestata
nel 1961 perché, come ha scritto Filippo Ceccarelli nel libro «Il letto e il
potere », aveva «messo su un’agenzia di prostituzione d’alto bordo,
frequentata da uomini ricchi e potenti», molti dei quali politici?
Per non dire dell’«affaire» che troncò la carriera di Ettore Santi, un
deputato umbro che nel 1947 fu beccato dagli agenti in una pensione nel
quartiere dietro la Fontana di Trevi con una signorina disponibile e un
grammo di cocaina posato sul comodino. Non era democristiano ma apparteneva
a un partito, quello repubblicano di Ugo La Malfa, che aveva un forte senso
del decoro. Non cercò, lui, di scusarsi sbuffando polemicamente come il
nostro onorevole di oggi «quanti parlamentari vanno a letto con le
donnine?». Non invocò «ricongiungimenti familiari». E non si dimise dal
partito: fu cacciato. E bollato col marchio di «on. Cocò». Un po’ di senso
dell’onore, però, gli era rimasto. E nella convinzione di avere tradito chi
lo aveva eletto si dimise da parlamentare. Dimissioni vere. Non da teatrino.
Gian Antonio Stella
31 luglio 2007
(da Corriere.it)
.....che bisogna fargli a questi?
Tassano di qua....tassano di la....aumentano a te....incrementano a
me.....regalano per se...e ci pigliano per il culo!
20 parlamentari e 20 senatori (1 per ogni regione) così da conoscerli ognuno
per nome.
E il primo partito che avrà ricevuto più voti potrà schierare i propri
ministri.
Così avremo 20 parlamentari regionali + 20 senatori regionali + tot ministri
(in base ai ministeri che non dovranno essere più di quelli attuali) e il
PdC che deciderà cosa fare.
Tagliare...tagliare...tagliare...!
E bisogna cominciare dall'alto! Come in Gran Bretagna (vedi post al seguito)
Dai dipendenti ai giardini. I costi del Colle
Spese cresciute del 61% in 10 anni, fermo lo «stipendio» del Presidente
ROMA — Giorgio Napolitano non ha mai messo i cappellini della regina
Elisabetta. Dio lo benedica. Non ha un marito gaffeur come il principe
Filippo che a una donna cieca col cane guida che vedeva per lei disse: «Lo
sa cara che ci sono cani che mangiano per le anoressiche?». E Dio lo
benedica. Preferisce i babà del caffè Gambrinus alle cakes di patate, frutta
secca e pancetta affumicata. E Dio lo benedica. Sulla trasparenza, però, Dio
salvi la regina. La quale ha messo on line tutti i suoi conti: tutti.
Precisando quanto spende per questo e quanto spende per quello fin nei
dettagli. Fino all'ultimo centesimo. Da noi no: segreto. Il bilancio del
Quirinale è vietato ai cittadini. (…) O meglio, alcuni dati generici il
Colle li ha dati. Per la prima volta, come se volesse farsi britannicamente
carico dei nomignoli di «Sir George» e di «Lord Carrington» che si trascina
da una vita, il presidente ha deciso, nel gennaio del 2007, di render note
le «fondamentali scelte contenute nel bilancio interno». (…) La fitta coltre
di nebbia sui costi della Presidenza, però, è stata appena scalfita. (…)
Tutto pubblico, in Gran Bretagna.
Su Internet: www.royal.gov.uk/output/page3954.asp. Con 33 pagine ricche di
dettagli sulle tabelle entrate-uscite dedicate alla prima voce, 54 alle
residenze, 33 ai viaggi. Sei un cittadino? Hai diritto di sapere che i
dipendenti a tempo indeterminato a carico della Civil List alla fine del
2005 erano 310, cioè 3 in più rispetto all'anno prima. Che la regina ha
avuto regali ufficiali per 152.000 euro. Che nelle cantine reali sono
stoccati vini e liquori «in ordine di annata», per un valore stimato in
608.000 euro. Che le uniformi del personale sono costate 152.000 euro e
«catering e ospitalità» 1.520.000. Che sul volo di Stato numero tale, il
giorno tale, in viaggio da qui a lì c'erano i passeggeri Tizio, Caio e
Sempronio. La convinzione democratica che chi sta ai vertici del potere
abbia il dovere (non la facoltà: il dovere) di rendere conto del pubblico
denaro è talmente radicata che una tabellina indica, con nome e cognome, lo
stipendio dei massimi dirigenti. Sappiamo quindi che la busta paga di Lord
Chamberlain (Richard Luce fino all'11 ottobre del 2006, poi William Peel) è
stata di 97.000 euro, quella del segretario particolare della regina Robin
Janvrin di 253.000, quella del responsabile del Portafoglio privato Alain
Reid di 276.000, quella del Maestro di Casa David Walker 191.000 euro. E da
noi? Boh... (…)
Certo è che i costi, stando all'unica fonte a disposizione (la comunicazione
annuale con cui il Quirinale informa il governo di aver bisogno di «tot
soldi» senza spiegare nulla su come vengano spesi) hanno continuato
inesorabilmente a lievitare senza che mai sia stato segnalato un taglio e
senza che mai sia stata fornita una risposta alle richieste di aggiornamento
dei dati conosciuti e mai smentiti. Ci sono ancora 71 alloggi a disposizione
dei massimi dirigenti e dei collaboratori più stretti? I cavalli della ex
Guardia del re sono ancora 60? (…) Dall'altra parte, in Inghilterra, la
regina ha deciso di fornire ai cittadini non solo tutti i particolari del
bilancio ma di far certificare questo bilancio dalla Kpmg. (…) Altra
cultura. Un giorno di qualche anno fa, per dire, il governo inglese si
accorse che la Civil List aveva calcolato un'inflazione (7,5%) più alta di
quella poi effettivamente registrata, col risultato che la famiglia reale
aveva ricevuto 45 milioni di euro in più. Bene: Tony Blair e il cancelliere
dello Scacchiere Gordon Brown, come riportarono tutti i giornali, decisero
il congelamento dell'appannaggio per andare al recupero dei soldi. Invitata
a «dimagrire», Elisabetta II ha preso l'impegno molto sul serio. Taglia di
qua e taglia di là, per fare un solo esempio, a Buckingham Palace ci sono
oggi 6 centralinisti a tempo pieno. La metà di quelli assunti dalla Asl di
Frosinone nella tornata del dicembre del 2002. (…) Gli operai (falegnami,
tappezzieri, orologiai...) impegnati nelle manutenzioni di Buckingham Palace
sono in tutto 15, compreso il supervisore. Va da sé che la situazione
finanziaria è letteralmente rifiorita. (…) Nel 1991-1992 la spesa pubblica
per la Corona era di 132 milioni di euro, oggi è sotto i 57 milioni. Un
taglio radicale. E il Quirinale? Negli ultimi anni, una sola voce è rimasta
uguale: la busta paga del capo dello Stato. Che a partire da Enrico De
Nicola, che non toccava gli 11 milioni di lire l'anno di indennità, è ancora
praticamente la stessa. (…)
Intorno a lui, però, il Palazzo si è gonfiato e gonfiato e gonfiato negli
anni senza che neppure Ciampi, che del risanamento dei conti pubblici e
della sobrietà aveva fatto una ragione di vita riuscisse a fare argine.
Eppure il nostro amatissimo Carlo Azeglio, già nel febbraio del 2001, aveva
sotto gli occhi una fotografia nitida della situazione. Il rapporto del
comitato che lui stesso aveva voluto subito dopo l'insediamento e guidato da
Sabino Cassese. Le 49 pagine, allegati compresi, non furono mai rese note. E
si capisce: le conclusioni, fra le righe, non erano lusinghiere. Nonostante
i paragoni non fossero fatti con la monarchia inglese ma con la presidenza
francese e quella tedesca. Al 31 agosto del 2000 il personale in servizio da
noi era composto da 931 dipendenti diretti più 928 altrui avuti per
«distacco», per un totale di 1.859 addetti. Tra i quali i soliti 274
corazzieri, 254 carabinieri (di cui 109 in servizio a Castelporziano!), 213
poliziotti, 77 finanzieri (64 della Tenenza di Torvajanica, che è davanti
alla tenuta presidenziale sul mare sotto Ostia, e 14 della Legione Capo
Posillipo), 21 vigili urbani e 16 guardie forestali, ancora a
Castelporziano. Numeri sbalorditivi. Il solo gabinetto di Gaetano Gifuni era
composto da 63 persone. Il servizio Tenute e Giardini da 115, fra cui 29
giardinieri (…) e 46 addetti a varie mansioni. Quanto ai famosi 15 craftsmen
di Elisabetta II, artigiani vari impegnati nella manutenzione dei palazzi
reali, al Quirinale erano allora 59 tra i quali 6 restauratrici al
laboratorio degli arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti
e 2 doratori. (…) Nel rapporto si sottolineava che la presidenza tedesca,
dai compiti istituzionali simili, aveva dimensioni molto più contenute: 50
addetti alle tre direzioni organizzative, 100 ai servizi logistici e di
supporto e 10 agli uffici degli ex presidenti. Totale: 160. Cioè 29 in meno
dei soli addetti alla sicurezza di Castelporziano.
Quanto all'Eliseo, il confronto era almeno altrettanto imbarazzante:
nonostante il presidente francese abbia poteri infinitamente superiori a
quello italiano, aveva allora (compresi 388 militari) 923 dipendenti. La
metà del Quirinale. E infatti costava pure quasi la metà: 86 milioni e mezzo
di euro in valuta attuale, contro 152 e mezzo. Per non dire del confronto,
umiliante, con la presidenza tedesca che sulle casse pubbliche pesava per 18
milioni e mezzo di euro: un ottavo della nostra. (…) Eppure, dopo quella
denuncia interna sull'elefantiasi della struttura, non solo sono aumentati
perfino i corazzieri ma il personale di ruolo è salito (…) a 1.072 persone.
E ancora più marcato è stato l'aumento sul versante del «personale militare
e delle forze di polizia distaccato per esigenze di sicurezza del presidente
e dei compendi»: poliziotti, carabinieri e uomini di scorta vari sono 1.086.
Cioè 382 in più rispetto a dieci anni fa. Con un balzo del 54%. Fatte le
somme: nelle tre sedi rimaste in dotazione alla presidenza dopo la cessione
alla Regione Toscana della tenuta di San Rossore, e cioè il Colle,
Castelporziano e Villa Rosebery a Napoli, lavorano oggi 2.158 persone. Il
doppio, come abbiamo visto, di quelle impiegate dalla corte inglese o
dall'Eliseo. (…) Col risultato che il solo personale costa oltre 160 milioni
di euro. Pari, grossolanamente, a una busta paga pro capite di oltre 74.000
euro. Il doppio dello stipendio di uno statale medio. E il doppio di un
dipendente della regina. I numeri più ustionanti, tuttavia, sono quelli
assoluti. La «macchina» del Quirinale costava nel 1997 «solo» 117 milioni di
euro. Dieci anni dopo ne costa 224 (più altri 11 milioni che arrivano al
Colle da «entrate proprie quali gli interessi attivi sui depositi e le
ritenute previdenziali»). Un'impennata del 91%. Si dirà: c'è stata
l'inflazione. Giusto. Fatta la tara, però, l'aumento netto resta del 61%.
Per non dire del paragone con vent'anni fa. Sapete quanto costava la
presidenza della Repubblica nel 1986? In valuta attuale meno di 73 milioni e
mezzo di euro. Il che significa che in vent'anni la spesa reale, depurata
dall'inflazione, è triplicata. Mentre lassù in Gran Bretagna veniva più che
dimezzata. Col risultato che oggi Buckingham Palace costa un quarto del
Quirinale.
E poi mettiamoci anche loro....che non sono da meno.....
L'altra casta: i sindacati
Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio
immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo
Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta
perfino dai partiti
Non trattiamo con la calcolatrice... Così, nei giorni scorsi, il grande capo
della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese
rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero
uno di corso d'Italia non è l'unico ad essere allergico ai moderni derivati
del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado
di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta
di affrontare l'annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a
promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero
su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei
lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi
più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi.
Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e
spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende
proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato
a spese della collettività: se c'è un problema di costi della politica,
allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.
Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza
Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti
insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare
chiarezza sui loro conti. Dev'essere che nessuno gli aveva ricordato come
solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di
ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la
possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il
reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che,
puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l'approvazione
del primo articolo con soli quattro voti di scarto. "È antisindacale", tuonò
con involontario umorismo l'ex capo cislino Sergio D'Antoni, oggi vice
ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra
azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100
milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è
rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa
legislatura. "È il sindacato che detta tempi e modalità", titolava del resto
nei giorni scorsi il confindustriale 'Sole 24 Ore', all'indomani
dell'accordo sullo scalone pensionistico.
Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti
dai cassetti dei loro segretari. "Il giro d'affari di Cgil, Cisl e Uil
ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire", sparò nell'ottobre del
2002 il radicale Daniele Capezzone, "e il nostro è un calcolo al ribasso".
Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico
Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il
fatturato consolidato di corso d'Italia abbia raggiunto il tetto del
miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non
paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004,
esclusi Caf, patronati e quant'altro. Fare i conti in tasca alle
organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre
dell'ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti
di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali
meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.
Il sostituto d'incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil ("I tre porcellini", come
ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D'Alema) sono le quote
pagate ogni anno dagli iscritti: in media l'1 per cento della paga-base; di
meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro
all'anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista
di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell'Inps, parla di
almeno un miliardo l'anno. Secondo quanto risulta a 'L'espresso', il solo
sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella
cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica
dell'esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s'intende. Nel caso dei
lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende,
che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati
provvedono invece gli enti di previdenza: solo l'Inps nel 2006 ha girato 110
milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò
di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che
aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con
lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo
è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei
contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono
volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano
Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al
decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica,
la delega con cui il pensionato autorizza l'ente previdenziale a effettuare
la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto
bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl
e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato
parere contrario. E l'emendamento è colato a picco.
Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile
business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati
dagli enti previdenziali. Solo l'Inps per il 2006 verserà ai 74 caf
convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di
Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta.
Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per
ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il
ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso,
secondo i conti che 'L'espresso' ha potuto esaminare, la fetta più grande
della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763
mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco,
considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una
media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione
del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme
un'altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri
per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in
ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il
giocattolo. Nel 2005, sotto l'incalzare della Corte di Giustizia europea,
convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati
comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a
commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente
timida che la Commissione europea ha inviato all'Italia una seconda lettera
di messa in mora. Sull'argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e
ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso,
naturalmente, con un niente di fatto.
Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati,
le strutture (quelle convenzionate con l'Inps sono 25) che assistono i
cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa
integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall'Africa
al Nordamerica passando per l'Australia, che alcuni sospettano abbia un
ruolo non indifferente anche nell'indirizzare il voto degli italiani
all'estero. Nel 2000 i radicali hanno lanciato l'ennesimo referendum
abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più
di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani,
di liberalizzare il settore. Se l'armata berlusconiana non fosse stata
respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I
patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti
tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre
la delega per le trattenute: "Con i patronati e gli altri servizi nel 2005
la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni", sostiene Cazzola. Non
bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare
via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale
dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa
cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per
l'ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l'assegno le ha
sempre curate l'amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro
sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione
del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi
sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra
ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006.
Solo l'Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si
occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914
mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a 'L'espresso',
l'Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l'Inas-Cisl 66 milioni
e 150 mila euro e l'Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.
Forza lavoro gratuita
È quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che
continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire
perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali
dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e
oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2
milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i
dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo
stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i
contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico
dell'intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le
assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.
Business formazione
Dall'Europa piove ogni anno sull'Italia circa un miliardo e mezzo di euro
per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa
700 milioni dell'ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del
monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo,
non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di
emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano
comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la
concorrenza s'è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l'osso. Dieci dei
14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti
nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.
Casa mia, casa mia
L'assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull'immenso
patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali,
cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni
dell'epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere
direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge
che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio
di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di
avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di
proprietà delle strutture territoriali o di categoria. "Non so stimare il
valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma", afferma
l'amministratore della Cgil, "deve trattarsi di una cifra davvero
impressionante". La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra
confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati
compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l'unica che ha concentrato il
grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata
al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35
milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte
superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo
stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni
di euro.
Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però,
nessuno lo sa davvero. "Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente
trasparenti", ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva
allo scandalo del calcio.
Il cuore della finanza....se la finanza ha un cuore...
=?iso-8859-1?Q?l'orsotoro=AE?=: - Risveglio -
Apro gli occhi
mentre l'altra metà
si sta addormentando.
Uomini di ghiaccio
tengono in pugno
gioie e dolori
rialzi, ribassi,