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Vecchio 09-07-2007, 12.00.44
Silvio
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Predefinito Io Daniela e Gianfranco

Io, Daniela e Gianfranco
di Marco Damilano
Le nozze. Il tradimento. L'emarginazione all'interno del Msi e di
Alleanza nazionale. Parla il primo marito della signora Fini.
Colloquio con Sergio Mariani

La vicenda tra me, Gianfranco e Daniela dovrebbe avere lui il
coraggio
di raccontarla. Io ho sempre avuto la dignità di viverla... Dieci
giorni fa la separazione tra Gianfranco Fini e la moglie Daniela Di
Sotto. Un passo politico, annunciato con un comunicato, l'ennesimo
strappo del leader di An dal suo passato. E dal passato oggi riemerge
il terzo lato del 'triangolo nero': Sergio Mariani, il primo marito
di
Daniela, all'epoca grande amico di Gianfranco. Protagonista di un
episodio oscuro: il 10 marzo 1980 si sparò all'addome mentre Daniela
stava andando dall'avvocato per ufficializzare la separazione e la
sua
relazione con Gianfranco. Da allora Mariani non ha mai parlato: rompe
per la prima volta un silenzio lungo decenni perché, spiega, "mi
ritrovo a vivere impotente uno scenario molto simile a quello di
allora per colpa della protervia altrui". In questi anni Mariani,
coinvolto in numerose vicende giudiziarie, è stato dirigente di An, è
membro dell'Assemblea nazionale del partito e non ha mai smesso di
frequentare Fini. Nel 2006 i rapporti si sono interrotti: "Fini sta
rovinando la vita dei miei figli, delle persone che amo, di quelli
con
cui ho lavorato. So quanto mi può costare quello che dico, ma non ci
sto. Non uscirò mai con i miei piedi dal partito".


Quando ha conosciuto i due Fini?
"Daniela l'ho vista nella sezione Msi del Quadraro, a Roma, dove
c'era
una forte presenza dei rossi. Una ragazza molto determinata, in
realtà
esprimeva una grande femminilità. Era, come si dice, da bosco e da
riviera. Gianfranco l'ho incontrato nel '73 nella sede del Fronte
della gioventù di via Sommacampagna. Vestiva in trench o con un
cappotto di pelle nera. Frequentava la corporazione studentesca di
cui
era responsabile Maurizio Gasparri. Aveva una penna brillante,
fiorivano i giornaletti, servivano persone che sapessero scrivere".


Lei era invece un uomo d'azione, diciamo così. La chiamavano
Folgorino...
"Avevo partecipato al XXIX corso della Folgore ed ero molto rapido.
Ma
il mio vero soprannome era il Legionario, sono stato nella Legione
straniera. A Roma sono arrivato nel 1972, dopo un mandato di cattura:
a Milano avevo picchiato un ragazzo, gli avevo fatto parecchio male.
Il Msi era monolitico, stretto attorno a Giorgio Almirante. Una volta
le sue segretarie, le sorelle Ornella e Gila, ex combattenti della
Rsi, mi chiesero davanti a lui: 'Se ti desse uno schiaffo, tu che
faresti?'. E io: 'Glielo ridarei'. Almirante sorrise: capiva il
carattere delle persone".


Chi c'era allora nel Fronte della gioventù?
"Tutti gli attuali dirigenti di An. Ero a fianco di Teodoro
Buontempo,
con lui nel '72 aprimmo la sede di via Sommacampagna 29, ho la
residenza ancora lì, mai cambiata. Il partito per me è una comunità.
Del fascismo mi piaceva il nome: le individualità unite per un
obiettivo comune".


E Fini? Che ruolo aveva?
"Fini era emarginato, distaccato. E poi raccontava cose false: che
proveniva dalla Giovane Italia di Bologna, che abitava in piazza di
Torre Argentina e invece stava a Monteverde, che era figlio di un
alto
dirigente di una multinazionale del petrolio. Alcuni di noi
sospettarono che fosse un infiltrato della polizia. Una sera decidono
di dargli una lezione, bastonarlo. Salgo anch'io in macchina. Lui si
accorge del pedinamento, scappa, si infila in un palazzo. Io lo seguo
da solo, entro, scendo giù. Trovo Gianfranco rannicchiato in un
sottoscala. Mi prende le gambe e mi dice: 'Sergio, che colpa ne ho se
non ho il vostro coraggio?'. Mi sembrò un atto di sincerità. Ho visto
il Fini sempre ingessato che si apriva. Diventammo amici".


Vi vedevate anche con Daniela?
"Mi sono sposato con lei nel 1976. Una volta andammo in tre a vedere
'Apocalypse Now' e Gianfranco e Daniela applaudirono la scena della
cavalcata delle valchirie e degli elicotteri. Nella scena successiva,
quando la vietnamita fa saltare in aria gli americani, in sala
esplose
un applauso contro di noi. Si accesero le luci, alcuni poliziotti ci
protessero, ci allontanammo di corsa, mestamente".


Sergio Mariani e Maurizio Gasparri
a un comizio nel 1972In quegli anni Fini si dichiarava fascista?
"Fini non è mai stato fascista. Allora diceva di essere mussoliniano.
Ma lui non è né fascista né mussoliniano. È una persona che ha un
profondo culto della personalità: la propria. È il suo limite. Un
uomo
che non è all'altezza della libertà degli altri".


Mariani, lei è stato più volte condannato per atti di violenza.
Mentre
Fini oggi è uno statista. Non le pare di esagerare?
"Sì, è vero, ho praticato, anzi, ho vissuto la violenza. Il mio
avversario era il nemico, quello dello slogan 'Uccidere un fascista
non è reato'. Avevo accettato le regole del gioco. Dopo ho capito che
erano condotte da organismi superiori, il sistema, ma nel 1974-75 si
alza il livello dello scontro con la sinistra: dai cazzotti si passa
ai bastoni - io usavo il manico di piccone, segato nell'ultima parte
perché si spaccava con i colpi - poi le spranghe, i coltelli e infine
le armi. Ci segnò la morte di Mario Zicchieri, 'Cremino', ucciso
barbaramente a sedici anni. Il giorno prima aveva comprato un disco
di
Lucio Battisti, Daniela glielo aveva chiesto in prestito. Si era
creata una organizzazione interna, il Msi per la lotta popolare, per
condizionare il partito in una difesa più convinta dei suoi ragazzi e
accettare la logica dello scontro. La maggioranza dei giovani aderì,
anche Fini firmò il loro manifesto".


Fini estremista? Impossibile.
"Lo spinse il desiderio di essere accettato. Lo stesso che lo porta a
proporre il Corano nelle scuole. La verità è che non è mai stato
considerato da quelle frange, esattamente come oggi non lo accettano
fino in fondo alcuni settori economici, finanziari, religiosi. Si
dice
che Fini sia una persona fortunata, ma in realtà è un utilizzatore
del
gratta-e-vinci della politica. Non si può non avere un progetto. Non
si può passare da un estremo all'altro, con indifferenza. Quando a
Fiuggi nacque An, volle spegnere la luce come simbolo del nuovo
corso:
l'ultimo dei messaggi che avremmo dovuto dare. Per lui, invece, si
trattava di allontanare ogni cosa che avesse fatto parte del suo
passato".


Quando seppe che Fini aveva una relazione con sua moglie Daniela?
"La loro conoscenza si approfondì in una visita alla tomba del Duce
con un pullman di camerati romani nel 1979. Vivevamo insieme sotto lo
stesso tetto, ma Daniela e Gianfranco avevano cominciato una
relazione
clandestina nella casa di una dipendente del 'Secolo', collega di
Daniela. Venni a sapere qualcosa, chiesi spiegazioni e lei mi
rispose:
non è vero, te lo giuro sul nostro bambino morto. Ebbi uno scontro
fisico con chi mi aveva raccontato quella cosa e aveva messo in
dubbio
la parola della mia donna. Io ho creduto a Daniela, in ogni caso".


Cosa successe il giorno della sparatoria?
"Non ricordo. È una rimozione. La vicenda si è svolta come tutti e
tre
sappiamo bene. Se sono arrivato a spararmi è perché Fini ha inciso
pesantemente. Mi aveva portato di fronte al fatto di essere
responsabile del fallimento del mio matrimonio. La colpevolizzazione
mi ha messo in un profondo stato depressivo rispetto al quale non
avevo possibilità di ritorno né di perdono di me stesso".


Prova rancore, odio nei loro confronti?
"Se Daniela quando eravamo ancora sposati si è innamorata di Fini non
ha nessuna colpa, il sentimento non si può gestire. Il problema non
sta nel tradimento dell'amore, ma nell'errore di Fini: il tradimento
dell'amicizia, di un vincolo di comunità. Ma Fini ha già il potere e
lo esercita. Chi si mette di traverso viene esautorato dagli
incarichi
politici. Il dopo fu ancora più imbarazzante: restai nel partito, non
volevo andarmene per responsabilità che non avevo. Mi chiesero di
trasferirmi al Nord, Fini non vedeva l'ora di allontanarmi da Roma.
Almirante lo bloccò: 'Mariani non si muove '".


Lo ha mai affrontato?
"Sono cose che deve raccontare Fini. Il personaggio pubblico è lui.
Oggi sono rabbioso per l'ingiustizia che sto subendo. Alcuni
colonnelli sono affascinati dalla capacità di Fini di raggiungere gli
obiettivi, forse sperano di vincere sulla ruota della fortuna. Sono
l'unico dirigente dell'epoca che non è diventato parlamentare".


A causa delle condanne per violenza?
"No: era stato rotto un braccio a un ragazzo di Sommacampagna, corsi
al liceo Plinio e picchiai il responsabile, fui preso dai
carabinieri.
Alemanno stava da quelle parti, fu arrestato anche lui e quando
arrivai in caserma era legato con le manette al termosifone e lo
stavano picchiando selvaggiamente. Poi è diventato ministro. Ai
dirigenti di An chiedo: oggi tocca a me, quando toccherà a voi, per
quello che rappresentiamo? Io pago per lesa maestà, per aver offeso
questo imperatore che brilla di luce propria".


Perché esce allo scoperto?
"Sono di fronte al fallimento delle mie attività, senza colpa. Lavoro
come intermediatore editoriale, per assicurarmi al minor costo
possibile la stampa di manifesti, volantini, altre attività, per
conto
del partito. An mi deve 750 mila euro per quanto riguarda la
Federazione romana, per le campagne elettorali provinciali del 2003 e
europee 2004, più 90 mila per la campagna europea di Adolfo Urso. Ho
attaccato un manifesto in cui denunciavo tutto. Ho sperato che Fini
facesse qualcosa. Con lui ho continuato ad avere rapporti corretti
fino all'estate 2006, quando vengono da me i carabinieri che indagano
su Marco Buttarelli, segretario amministrativo di An di Roma.
Buttarelli mi aveva dato il 10 per cento di quanto mi deve An: 70
mila
euro, senza Iva, e non 84 mila che sarebbero state regolarmente
fatturate da una delle società beneficiarie ed esecutrici del lavoro.
La mia colpa è che non dico ai carabinieri a chi li ho dati. Faccio
sapere a Fini che ho agito in modo corretto. Da questo momento si
interrompe ogni rapporto".


Perché non li ha denunciati?
"I panni sporchi si lavano in famiglia. Di recente li ho citati in
giudizio. Questi soldi mi sono dovuti non solo perché ho eseguito il
lavoro, ma perché esisto. Dichiarerò ai quattro venti cosa è
diventata
An, quali ricatti governino il vivere sociale di un partito
assolutamente non democratico. Non do la responsabilità solo a Fini.
All'indomani del manifesto vengo chiamato da Donato La Morte, che mi
chiede di mettere a posto la vicenda. Mi dicono che se ne occuperà
l'avvocato Bongiorno. Giulia Bongiorno è persona spiritosa, cambiale
in scadenza al partito: una che diventa deputata, ma non prende la
tessera quasi che la nostra sia la storia di un branco di imbecilli.
Ma la transazione è una colossale presa in giro".


Sergio Mariani oggiLa Bongiorno è il legale di Fini e signora nella
separazione. Perché si lasciano oggi?
"La separazione è una tappa nel percorso di onnipotenza di
quest'uomo.
Lui l'aveva già lasciata negli anni Ottanta, ma Daniela non lo
accetta. Se questo oggi avviene è per altri motivi. Chi ne deve
trarre
lezione sono gli altri dirigenti di partito: il fatto è di uno
squallore terrificante, una violenza che questa donna sta subendo,
con
una vicenda giudiziaria ridicola che vede coinvolta Daniela, il
fratello di Fini, la cognata di Fini, il segretario di Fini Checchino
Proietti. Cosa farà ora Fini? Andrà all'anagrafe a cancellare il
cognome del fratello? Licenzierà Checchino?".


Con Daniela oggi che rapporti ha?
"Due anni fa in un'intervista ha raccontato che ordinai una
spedizione
punitiva contro Fini. Ma ero in coma, non potevo ordinare nulla. Mi
amareggia l'ignavia di un partito che non difende un suo dirigente
dalle accuse perché provengono dalla donna del capo. Daniela ha anche
rivelato la nascita del nostro figlio che ha vissuto dieci minuti in
incubatrice. Non è così: purtroppo il bambino nacque morto. Ma non ho
nessun odio nei suoi confronti. Vorrei solo che Daniela fosse più se
stessa, che interpretasse una politica con lo stile che lei definiva
borgataro e che non è denigrante: è un modo schietto di vivere".

Che cosa si aspetta ora da Fini?
"Si vuole dimostrare che talmente insignificante è il mio ragliare
che
il problema è solo avere la pazienza che io muoia. Io muoio, ma il
mio
ragliare lo farò pesare come il rullo di mille tamburi. Non sono una
persona che capitola di fronte alla forza. Sono uno che combatte fino
alla morte, e anche dopo. A questa violenza, questa sì non so dove
Fini l'abbia imparata, io reagisco con la violenza che sapevo
esprimere. Una volta si diceva: allo sfidante la scelta delle armi.
Io
non le ho scelte, le accetto. Quali che esse siano".
(05 luglio 2007)

da: http://espresso.repubblica.it/dettag...anfranco/16745...




Alt 09-07-2007, 12.00.44
borsa-italia.net
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Vecchio 09-07-2007, 14.36.41
* Jack * ~DueHammer~
Guest
 
Messaggi: n/a
Predefinito Re: Io Daniela e Gianfranco

cose che pochi sapevano.........strano solo
che folgorino puntò l'arma contro se stesso
non era da lui.....

grande folgorino.......


 

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daniela, gianfranco
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