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  #1  
Vecchio 05-10-2003, 15.50.28
=?ISO-8859-1?Q?R=B8=D8=B8=DF=B8j=B8=F1=B8_H=B8=D8=B8=D8=B8d=B8=B9=B0?=
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Predefinito A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI

A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI

di Benedetto Della Vedova

Un filo rosso lega la questione della flessibilità del lavoro e
dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori da una parte e la riforma
delle pensioni dall'altra: lo scontro generazionale. Se ne parla poco o
nulla, si preferiscono formule ambigue come la tutela dei "diritti
acquisiti" o slogan retorici del tipo "vogliamo libertà di assumere, non
di licenziare". Ma, se andassimo al fondo delle questioni, scopriremmo
inevitabilmente il conflitto di interessi tra le vecchie e le nuove
generazioni di lavoratori e di cittadini che cova sotto le ceneri del
dibattito politico estivo. E ci accorgeremmo che, ancora una volta, le
giovani e le future generazioni stanno per perdere l'ennesimo round
autunnale della riforma - mancata - del Welfare state italiano.

Partiamo dalla flessibilità del lavoro e da quello che resta il suo tabù:
l'articolo 18. Difficile negare che la rigidità in uscita che caratterizza
il mercato del lavoro nel nostro Paese sia alla base della crescente
"precarizzazione" dell'occupazione, denunciata con grande scandalo da
buona parte del sindacato. Negli ultimi tre anni circa i tre quarti dei
nuovi avviamenti al lavoro sono avvenuti attraverso contratti atipici, in
particolare a termine.

Nulla in contrario al lavoro a termine, ci mancherebbe. Ma, in un contesto
così fortemente distorto dalle asimmetrie nella tutela tra le varie forme
contrattuali, è chiaro che il mix tra le varie forme di occupazione
resterà ben lontano da quello di massima efficienza, a scapito tanto delle
imprese quanto, soprattutto, dei nuovi assunti. Ciò che accade, in
definitiva, è che la difesa a oltranza delle vecchie rigidità scarica
sulle spalle dei soli nuovi assunti tutto l'onere della necessaria e
urgente ricerca di un più elevato grado di flessibilità del sistema
occupazionale. Soluzione inefficiente e palesemente iniqua.

Anche il pur generoso tentativo del ministro delle Attività produttive
Antonio Marzano di superare in maniera soft l'opposizione sindacale alla
flessibilità in uscita per i soli nuovi assunti non farebbe che sanzionare
la vittoria politica dei lavoratori anziani, senza ristabilire né
condizioni di efficienza (in caso di difficoltà per l'impresa
necessariamente pagherebbero i giovani, anche quando più produttivi), né
di equità.

Sul fronte previdenziale lo scontro generazionale è di un'evidenza
accecante: sui lavoratori attivi lontani da una pensione sempre più
distante e incerta nell'importo gravano contributi previdenziali del 33%,
destinati in misura rilevante al finanziamento del ritiro anticipato di
schiere di arzilli cinquantenni, molti dei quali diverranno concorrenti
temibili sul fronte occupazionale grazie al lavoro nero.

Neppure qui la soluzione paventata (comunque lontana) comporta alcuna
riduzione dell'iniquità intergenerazionale: come si può chiedere ai
giovani di "farsi" una pensione privata integrativa - che qualcuno
vorrebbe pari ai due quinti del totale - mettendo ulteriormente mano al
portafoglio, magari raggiungendo un'aliquota complessiva di risparmio
previdenziale del 40%, solo perché nessuno ha la forza politica di
chiedere qualche sacrificio ai più anziani (magari quello di restare
lavoratori attivi tre anni in più: nulla al confronto di quasi tutti gli
altri lavoratori europei)? Si aboliscano le pensioni di anzianità, si
elevi rapidamente e in modo generalizzato l'età del pensionamento, si
riducano così le aliquote obbligatorie e allora si potrà chiedere ai più
giovani - molti dei quali ne sarebbero felicissimi - di affidare sempre
meno all'Inps la serenità della propria vecchiaia.

È vero che dal Governo è arrivata la proposta di ridurre del 10%
l'aliquota contributiva obbligatoria per i lavoratori dipendenti. Ma
nessuno ha capito come questo potrebbe essere possibile senza la riforma o
la bancarotta dell'Inps. Mentre tutti hanno capito con terrore che
potrebbe divenire facilmente esecutiva l'altra proposta, quella di portare
subito al 19% l'aliquota per i parasubordinati, nella quasi totalità
giovanissimi lavoratori "flessibili".
Chi difende gli interessi dei lavoratori più anziani e garantiti? Il
sindacato. Basta analizzare la composizione della base di iscritti di
Cgil, Cisl e Uil per capire quanto pesino giovani, disoccupati e precari.
Nessuno, invece, irresponsabilmente, sembra rappresentare gli interessi
dei giovani, cioè del futuro.

Non c'è da stupirsi, del resto: è già accaduto in passato, con la crescita
tumultuosa e vergognosa del debito pubblico, causato da effimeri
trasferimenti di reddito e non da investimenti duraturi sul patrimonio del
Paese.

La scomparsa dall'agenda politica dell'emergenza debito pubblico - quasi
che fosse la stessa cosa, per la competitività di un Paese, avere un
debito del 60% o del 110% del Pil! - è un ulteriore segno della sconfitta
delle giovani generazioni nell'impari partita sulle riforme economiche.

Anni fa l'attuale commissario Ue alla Concorrenza Mario Monti evocava la
necessità dello "sciopero generazionale". Ma gli anni sono passati invano.
È ora di una radicale ripresa del tema del conflitto intergenerazionale
sui temi della finanza pubblica, dello Stato sociale e del mercato del
lavoro.

--

questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad abuse@newsland.it


Alt 05-10-2003, 15.50.28
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  #2  
Vecchio 05-10-2003, 15.54.22
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Predefinito Re: A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI

commento apparso sul sole 24 ore del 4.9.01in materia all'eterno dibattito
sulle pensioni.



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  #3  
Vecchio 05-10-2003, 15.54.22
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Predefinito Re: A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI

commento apparso sul sole 24 ore del 4.9.01in materia all'eterno dibattito
sulle pensioni.



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  #4  
Vecchio 05-10-2003, 15.55.40
R¸Ø¸ß¸¡¸ñ¸ H¸Ø¸Ø¸d¸¹°
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Predefinito Re: A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI


"Brutto Bagarozzo " <Shaerwood@Forest.gb> nel frugare nella
spazzatura ha oggi trovato questo news:blp7ee$cs9$1@news.

> A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI
>
> di ...




ecco l'imbecille clone del partito radicale, che rabbioso
e stanco di dire cazzate a suo nome, tenta di accreditare
quello che copia incolla col nome mio.

rh.
____________________________

"C'è una tale assenza di misura da spingerci non più
alla commiserazione o all'indignazione ma alla
mobilitazione.





  #5  
Vecchio 05-10-2003, 15.55.40
R¸Ø¸ß¸¡¸ñ¸ H¸Ø¸Ø¸d¸¹°
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"Brutto Bagarozzo " <Shaerwood@Forest.gb> nel frugare nella
spazzatura ha oggi trovato questo news:blp7ee$cs9$1@news.

> A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI
>
> di ...




ecco l'imbecille clone del partito radicale, che rabbioso
e stanco di dire cazzate a suo nome, tenta di accreditare
quello che copia incolla col nome mio.

rh.
____________________________

"C'è una tale assenza di misura da spingerci non più
alla commiserazione o all'indignazione ma alla
mobilitazione.





  #6  
Vecchio 05-10-2003, 20.15.34
fibonaccio
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"R¸Ø¸ß¸¡¸ñ¸ H¸Ø¸Ø¸d¸¹°" <Shærwööd@Förest.gß> ha scritto nel messaggio
news:wpVfb.228775$R32.7373481@news2.tin.it...
>
> "Brutto Bagarozzo " <Shaerwood@Forest.gb> nel frugare nella
> spazzatura ha oggi trovato questo news:blp7ee$cs9$1@news.
>
> > A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI

si i giovani italiani restano in casa dei genitori fino
acinquantanni razza di sbafatori si magnano tutto pensioni dei genitori e
dei nonni e non vogliono fA UN CAZZO
> >

> ecco l'imbecille clone del partito radicale, che rabbioso
> e stanco di dire cazzate a suo nome, tenta di accreditare
> quello che copia incolla col nome mio.
>
> rh.
> ____________________________
>
> "C'è una tale assenza di misura da spingerci non più
> alla commiserazione o all'indignazione ma alla
> mobilitazione.
>
>
>
>
>



  #7  
Vecchio 05-10-2003, 20.15.34
fibonaccio
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"R¸Ø¸ß¸¡¸ñ¸ H¸Ø¸Ø¸d¸¹°" <Shærwööd@Förest.gß> ha scritto nel messaggio
news:wpVfb.228775$R32.7373481@news2.tin.it...
>
> "Brutto Bagarozzo " <Shaerwood@Forest.gb> nel frugare nella
> spazzatura ha oggi trovato questo news:blp7ee$cs9$1@news.
>
> > A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI

si i giovani italiani restano in casa dei genitori fino
acinquantanni razza di sbafatori si magnano tutto pensioni dei genitori e
dei nonni e non vogliono fA UN CAZZO
> >

> ecco l'imbecille clone del partito radicale, che rabbioso
> e stanco di dire cazzate a suo nome, tenta di accreditare
> quello che copia incolla col nome mio.
>
> rh.
> ____________________________
>
> "C'è una tale assenza di misura da spingerci non più
> alla commiserazione o all'indignazione ma alla
> mobilitazione.
>
>
>
>
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  #8  
Vecchio 06-10-2003, 14.23.10
-MANDRAKE
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"R¸Ø¸ß¸j¸ñ¸ H¸Ø¸Ø¸d¸¹°" <Shaerwood@Forest.gb> ha scritto nel messaggio
news:blp7ee$cs9$1@news.newsland.it...
> A PAGARE SONO SOLO I GIOVANI
>
> di Benedetto Della Vedova
>
> Un filo rosso lega la questione della flessibilità del lavoro e
> dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori da una parte e la riforma
> delle pensioni dall'altra: lo scontro generazionale. Se ne parla poco o
> nulla, si preferiscono formule ambigue come la tutela dei "diritti
> acquisiti" o slogan retorici del tipo "vogliamo libertà di assumere, non
> di licenziare". Ma, se andassimo al fondo delle questioni, scopriremmo
> inevitabilmente il conflitto di interessi tra le vecchie e le nuove
> generazioni di lavoratori e di cittadini che cova sotto le ceneri del
> dibattito politico estivo. E ci accorgeremmo che, ancora una volta, le
> giovani e le future generazioni stanno per perdere l'ennesimo round
> autunnale della riforma - mancata - del Welfare state italiano.
>
> Partiamo dalla flessibilità del lavoro e da quello che resta il suo tabù:
> l'articolo 18. Difficile negare che la rigidità in uscita che caratterizza
> il mercato del lavoro nel nostro Paese sia alla base della crescente
> "precarizzazione" dell'occupazione, denunciata con grande scandalo da
> buona parte del sindacato. Negli ultimi tre anni circa i tre quarti dei
> nuovi avviamenti al lavoro sono avvenuti attraverso contratti atipici, in
> particolare a termine.
>
> Nulla in contrario al lavoro a termine, ci mancherebbe. Ma, in un contesto
> così fortemente distorto dalle asimmetrie nella tutela tra le varie forme
> contrattuali, è chiaro che il mix tra le varie forme di occupazione
> resterà ben lontano da quello di massima efficienza, a scapito tanto delle
> imprese quanto, soprattutto, dei nuovi assunti. Ciò che accade, in
> definitiva, è che la difesa a oltranza delle vecchie rigidità scarica
> sulle spalle dei soli nuovi assunti tutto l'onere della necessaria e
> urgente ricerca di un più elevato grado di flessibilità del sistema
> occupazionale. Soluzione inefficiente e palesemente iniqua.
>
> Anche il pur generoso tentativo del ministro delle Attività produttive
> Antonio Marzano di superare in maniera soft l'opposizione sindacale alla
> flessibilità in uscita per i soli nuovi assunti non farebbe che sanzionare
> la vittoria politica dei lavoratori anziani, senza ristabilire né
> condizioni di efficienza (in caso di difficoltà per l'impresa
> necessariamente pagherebbero i giovani, anche quando più produttivi), né
> di equità.
>
> Sul fronte previdenziale lo scontro generazionale è di un'evidenza
> accecante: sui lavoratori attivi lontani da una pensione sempre più
> distante e incerta nell'importo gravano contributi previdenziali del 33%,
> destinati in misura rilevante al finanziamento del ritiro anticipato di
> schiere di arzilli cinquantenni, molti dei quali diverranno concorrenti
> temibili sul fronte occupazionale grazie al lavoro nero.
>
> Neppure qui la soluzione paventata (comunque lontana) comporta alcuna
> riduzione dell'iniquità intergenerazionale: come si può chiedere ai
> giovani di "farsi" una pensione privata integrativa - che qualcuno
> vorrebbe pari ai due quinti del totale - mettendo ulteriormente mano al
> portafoglio, magari raggiungendo un'aliquota complessiva di risparmio
> previdenziale del 40%, solo perché nessuno ha la forza politica di
> chiedere qualche sacrificio ai più anziani (magari quello di restare
> lavoratori attivi tre anni in più: nulla al confronto di quasi tutti gli
> altri lavoratori europei)? Si aboliscano le pensioni di anzianità, si
> elevi rapidamente e in modo generalizzato l'età del pensionamento, si
> riducano così le aliquote obbligatorie e allora si potrà chiedere ai più
> giovani - molti dei quali ne sarebbero felicissimi - di affidare sempre
> meno all'Inps la serenità della propria vecchiaia.
>
> È vero che dal Governo è arrivata la proposta di ridurre del 10%
> l'aliquota contributiva obbligatoria per i lavoratori dipendenti. Ma
> nessuno ha capito come questo potrebbe essere possibile senza la riforma o
> la bancarotta dell'Inps. Mentre tutti hanno capito con terrore che
> potrebbe divenire facilmente esecutiva l'altra proposta, quella di portare
> subito al 19% l'aliquota per i parasubordinati, nella quasi totalità
> giovanissimi lavoratori "flessibili".
> Chi difende gli interessi dei lavoratori più anziani e garantiti? Il
> sindacato. Basta analizzare la composizione della base di iscritti di
> Cgil, Cisl e Uil per capire quanto pesino giovani, disoccupati e precari.
> Nessuno, invece, irresponsabilmente, sembra rappresentare gli interessi
> dei giovani, cioè del futuro.
>
> Non c'è da stupirsi, del resto: è già accaduto in passato, con la crescita
> tumultuosa e vergognosa del debito pubblico, causato da effimeri
> trasferimenti di reddito e non da investimenti duraturi sul patrimonio del
> Paese.
>
> La scomparsa dall'agenda politica dell'emergenza debito pubblico - quasi
> che fosse la stessa cosa, per la competitività di un Paese, avere un
> debito del 60% o del 110% del Pil! - è un ulteriore segno della sconfitta
> delle giovani generazioni nell'impari partita sulle riforme economiche.
>
> Anni fa l'attuale commissario Ue alla Concorrenza Mario Monti evocava la
> necessità dello "sciopero generazionale". Ma gli anni sono passati invano.
> È ora di una radicale ripresa del tema del conflitto intergenerazionale
> sui temi della finanza pubblica, dello Stato sociale e del mercato del
> lavoro.
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  #9  
Vecchio 06-10-2003, 14.23.10
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>
> di Benedetto Della Vedova
>
> Un filo rosso lega la questione della flessibilità del lavoro e
> dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori da una parte e la riforma
> delle pensioni dall'altra: lo scontro generazionale. Se ne parla poco o
> nulla, si preferiscono formule ambigue come la tutela dei "diritti
> acquisiti" o slogan retorici del tipo "vogliamo libertà di assumere, non
> di licenziare". Ma, se andassimo al fondo delle questioni, scopriremmo
> inevitabilmente il conflitto di interessi tra le vecchie e le nuove
> generazioni di lavoratori e di cittadini che cova sotto le ceneri del
> dibattito politico estivo. E ci accorgeremmo che, ancora una volta, le
> giovani e le future generazioni stanno per perdere l'ennesimo round
> autunnale della riforma - mancata - del Welfare state italiano.
>
> Partiamo dalla flessibilità del lavoro e da quello che resta il suo tabù:
> l'articolo 18. Difficile negare che la rigidità in uscita che caratterizza
> il mercato del lavoro nel nostro Paese sia alla base della crescente
> "precarizzazione" dell'occupazione, denunciata con grande scandalo da
> buona parte del sindacato. Negli ultimi tre anni circa i tre quarti dei
> nuovi avviamenti al lavoro sono avvenuti attraverso contratti atipici, in
> particolare a termine.
>
> Nulla in contrario al lavoro a termine, ci mancherebbe. Ma, in un contesto
> così fortemente distorto dalle asimmetrie nella tutela tra le varie forme
> contrattuali, è chiaro che il mix tra le varie forme di occupazione
> resterà ben lontano da quello di massima efficienza, a scapito tanto delle
> imprese quanto, soprattutto, dei nuovi assunti. Ciò che accade, in
> definitiva, è che la difesa a oltranza delle vecchie rigidità scarica
> sulle spalle dei soli nuovi assunti tutto l'onere della necessaria e
> urgente ricerca di un più elevato grado di flessibilità del sistema
> occupazionale. Soluzione inefficiente e palesemente iniqua.
>
> Anche il pur generoso tentativo del ministro delle Attività produttive
> Antonio Marzano di superare in maniera soft l'opposizione sindacale alla
> flessibilità in uscita per i soli nuovi assunti non farebbe che sanzionare
> la vittoria politica dei lavoratori anziani, senza ristabilire né
> condizioni di efficienza (in caso di difficoltà per l'impresa
> necessariamente pagherebbero i giovani, anche quando più produttivi), né
> di equità.
>
> Sul fronte previdenziale lo scontro generazionale è di un'evidenza
> accecante: sui lavoratori attivi lontani da una pensione sempre più
> distante e incerta nell'importo gravano contributi previdenziali del 33%,
> destinati in misura rilevante al finanziamento del ritiro anticipato di
> schiere di arzilli cinquantenni, molti dei quali diverranno concorrenti
> temibili sul fronte occupazionale grazie al lavoro nero.
>
> Neppure qui la soluzione paventata (comunque lontana) comporta alcuna
> riduzione dell'iniquità intergenerazionale: come si può chiedere ai
> giovani di "farsi" una pensione privata integrativa - che qualcuno
> vorrebbe pari ai due quinti del totale - mettendo ulteriormente mano al
> portafoglio, magari raggiungendo un'aliquota complessiva di risparmio
> previdenziale del 40%, solo perché nessuno ha la forza politica di
> chiedere qualche sacrificio ai più anziani (magari quello di restare
> lavoratori attivi tre anni in più: nulla al confronto di quasi tutti gli
> altri lavoratori europei)? Si aboliscano le pensioni di anzianità, si
> elevi rapidamente e in modo generalizzato l'età del pensionamento, si
> riducano così le aliquote obbligatorie e allora si potrà chiedere ai più
> giovani - molti dei quali ne sarebbero felicissimi - di affidare sempre
> meno all'Inps la serenità della propria vecchiaia.
>
> È vero che dal Governo è arrivata la proposta di ridurre del 10%
> l'aliquota contributiva obbligatoria per i lavoratori dipendenti. Ma
> nessuno ha capito come questo potrebbe essere possibile senza la riforma o
> la bancarotta dell'Inps. Mentre tutti hanno capito con terrore che
> potrebbe divenire facilmente esecutiva l'altra proposta, quella di portare
> subito al 19% l'aliquota per i parasubordinati, nella quasi totalità
> giovanissimi lavoratori "flessibili".
> Chi difende gli interessi dei lavoratori più anziani e garantiti? Il
> sindacato. Basta analizzare la composizione della base di iscritti di
> Cgil, Cisl e Uil per capire quanto pesino giovani, disoccupati e precari.
> Nessuno, invece, irresponsabilmente, sembra rappresentare gli interessi
> dei giovani, cioè del futuro.
>
> Non c'è da stupirsi, del resto: è già accaduto in passato, con la crescita
> tumultuosa e vergognosa del debito pubblico, causato da effimeri
> trasferimenti di reddito e non da investimenti duraturi sul patrimonio del
> Paese.
>
> La scomparsa dall'agenda politica dell'emergenza debito pubblico - quasi
> che fosse la stessa cosa, per la competitività di un Paese, avere un
> debito del 60% o del 110% del Pil! - è un ulteriore segno della sconfitta
> delle giovani generazioni nell'impari partita sulle riforme economiche.
>
> Anni fa l'attuale commissario Ue alla Concorrenza Mario Monti evocava la
> necessità dello "sciopero generazionale". Ma gli anni sono passati invano.
> È ora di una radicale ripresa del tema del conflitto intergenerazionale
> sui temi della finanza pubblica, dello Stato sociale e del mercato del
> lavoro.
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