L'ISTAT: 1,5 MILIONI DI FAMIGLIE NON ARRIVA A 800 EURO AL MESE
L'ISTAT: 1,5 MILIONI DI FAMIGLIE NON ARRIVA A 800 EURO AL MESE
ROMA - Povertà stabile (7,6 milioni gli indigenti) negli ultimi
otto anni in Italia che resta però fra i paesi europei con più alto
grado di sperequazione dei redditi. Questo vale soprattutto al
Mezzogiorno, dove le famiglie percepiscono circa 3/4 del reddito delle
famiglie che vivono al Nord. Lo rileva l'Istat nel rapporto annuale
presentato oggi. Pur con molta variabilità, una famiglia su due ha un
reddito mensile netto inferiore a 1.670. Ma ben un milione e mezzo di
persone percepisce un reddito mensile basso, mediamente meno 783 euro,
e vive in contesti familiari economicamente disagiati.
DISUGUAGLIANZE, ITALIA QUASI PRIMA IN EUROPA - L'indice di
concentrazione dei redditi (pari a 0,30) colloca in basso l'Italia,
insieme a Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia. Il mezzogiorno è il
più fragile in questo contesto non solo rispetto al nord ma anche
all'interno delle proprie regioni. I fattori individuali che
influenzano la distribuzione dei redditi sono il livello di
istruzione, il genere, l'età. Le famiglie del 20% più ricco detengono
il 40% del reddito totale.
COME SONO I REDDITI - Nel 2003 il reddito medio per famiglia è
stato di 24.950 euro, circa 2.079 euro al mese. Il reddito è composto
per il 43,1% da lavoro dipendente e per il 32,9% da trasferimenti
pubblici (il 92% riguarda pensioni). Le famiglie che hanno come fonte
principale il reddito da lavoro autonomo possono contare, in media, su
entrate maggiori. Al sud di solito c'é un solo percettore di reddito,
mentre al nord due o più.
CHI PERCEPISCE REDDITI BASSI - Il 28,2% delle donne contro il
12,3% degli uomini; il 36% dei giovani con meno di 25 anni; il 32% di
chi ha un basso titolo di studio; il 21% delle persone che lavorano
nel settore privato; il 40% dei lavoratori a tempo determinato. Ruolo
importante è assunto anche dal numero di ore lavorate durante la
settimana: è a basso reddito il 46,7% di chi lavora meno di 30 ore
contro il 13% di quelli che ne lavorano almeno 30. Le donne con basso
reddito vivono spesso in famiglie dove ci sono altri percettori di
reddito. Oltre il 50% dei lavoratori a basso reddito opera
nell'agricoltura, nella caccia e pesca e il 42% svolte professioni non
qualificate.
POVERE 2 MILIONI 600 MILA FAMIGLIE - Sono l'11,7% del totale per
complessivi 7,6 milioni di poveri. Si riferisce alla povertà relativa,
quella misurata sulla base dei consumi, che dal 1997 al 2004 è rimasta
invariata, pur essendo strettamente legata alla mancanza di lavoro e
registrando negli anni un minimo del 10,8% ed un massimo del 12,3%.
L'emergenza riguarda il Sud dove una famiglia su 4 è povera e dove le
persone povere nell'ultimo anno, un record, sono aumentate di circa
900 mila persone interessando oltre 1.800.000 famiglie. La povertà
interessa per lo più i nuclei con tre o più figli minori, le famiglie
dove il riferimento è pensionato o donna, sia anziana o comunque sola.
MOBILITA' SOCIALE RIGIDA, ULTIMI POSTI PER L'ITALIA - Il nostro
paese si trova fra i paesi europei con minore mobilità sociale
(Francia, Germania, Irlanda) a differenza di Norvegia, Paesi Bassi e
Svezia. E' difficile passare da una classe sociale all' altra. Le
donne hanno una probabilità maggiore di quella maschile di permanere
nella classe di origine: è il caso delle figlie della classe operaia
agricola e della borghesia.
PREZZI A RISCHIO CON ASPETTATIVE SALARIALI - L'inflazione, che
si è mantenuta sotto controllo negli ultimi mesi, potrebbe risalire a
causa delle pressioni salariali dal mondo del lavoro. E' l'allarme
lanciato da Luigi Biggeri, presidente dell'Istat, nella presentazione
del rapporto annuale. "L'accumularsi di aspettative di recupero
salariale, in parte rese probabili dai ritardi dei rinnovi
contrattuali e dall'incompleto recupero della perdita di potere
d'acquisto - ha sottolineato Biggeri - può avere effetti
destabilizzanti sulla dinamica dei prezzi e sul quadro
macroeconomico". Il presidente dell'Istat ha anche ricordato i rischi
sull'inflazione che possono derivare dall'aumento del prezzo del
petrolio e da un possibile rafforzamento dell'euro rispetto al
dollaro.
ITALIA NON AGGANCIA RIPRESA, POTENZIALE DIMEZZATO - "L'economia
italiana non ha agganciato la ripresa mondiale perché esprime un
potenziale di crescita inferiore, che dipende da fattori strutturali,
pari a circa la metà dell'euro". Lo ha detto il presidente dell'Istat,
Luigi Biggeri, presentando il rapporto annuale sulla situazione del
Paese nel 2005. Il sistema economico italiano è costellato da
"elementi di debolezza" ai quali "si aggiungono fattori di
vulnerabilità più specifici, quali le esposizioni ai rischi di
ulteriore perdita di competitività - ha sottolineato Biggeri - e
l'elevata dimensione del debito pubblico, che ci portiamo dietro da
decenni". Biggeri ha sottolineato anche la graduale riduzione negli
anni dell'avanzo primario che "pone limiti molto forti alla
possibilità di contribuire alla crescita attraverso la leva della
spesa pubblica, e rende necessarie misure strutturali per riportare il
debito pubblico dentro un sentiero di sostenibilità".
SISTEMA ECONOMICO RESTA VULNERABILE E FRAMMENTARIO - Se i primi
mesi del 2006 l'economia italiana ha cominciato a girare in positivo
il sistema resta strutturalmente "vulnerabile" e "frammentario". E'
quanto evidenzia l'Istat nel Rapporto annuale che fotografa la
situazione del Paese nel 2005. "Nel primo trimestre del 2006 -
sottolinea l'istituto di statistica - l'espansione riprende forza". Ma
alle spalle c'é un 2005 "stagnante" in cui la crescita in Italia ha
segnato "una battuta d'arresto" a fronte di un'economia mondiale dove
invece "la crescita nel 2005 si è mantenuta vigorosa". Meno drastico
il divario di crescita, che comunque permane, se si fa il confronto
tra l'Italia e gli altri Paesi dell'area euro. "Il nuovo episodio di
arresto della crescita dell'economia del nostro Paese - rileva
l'Istat - si è inserito all'interno di un quadro di indebolimento
dell'attività diffuso tra i Paesi dell'area dell'euro. Il
differenziale negativo del nostro Paese rispetto all'insieme dell'Uem,
che aveva già raggiunto 0,9 punti percentuali nel 2004, si è
ulteriormente allargato, salendo a 1,3 punti percentuali".
LAVORO, DONNE SEMPRE PIU' FUORI. MAI COSI' DA ANNI '90 - Nel
2005 il mercato del lavoro ha perso una quota di lavoro femminile
determinando ''un ulteriore ampliamento del divario con l'Unione
europea". Lo rileva l'Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del
Paese. Nel 2005 "per la prima volta dalla metà degli anni Novanta il
contributo delle donne all'aumento dell'occupazione - sottolinea
l'Istat - è stato inferiore a quello degli uomini". La quota delle
lavoratrici sul totale degli occupati è scesa dal 39,2% del 2004 al
39,1% del 2005. Nella Ue a 25 il trend è invece opposto: "l'incidenza
dell'occupazione femminile è infatti aumentata di due decimi di punto
rispetto a un anno prima, portandosi nel 2005 al 44,2%". Le donne
hanno contribuito alla diminuzione nel 2005 (del 3,7% pari a 72.000
unità) delle persone in cerca di lavoro. "Il contemporaneo forte
incremento del numero di donne inattive residenti nel Sud e nelle
Isole e di giovani che proseguono gli studi - evidenzia l'istituto di
statistica - indica il diffondersi di fenomeni di rinuncia a
intraprendere concrete azioni di ricerca di un impiego". Più
complessivamente "continua a rallentare la crescita dell'occupazione",
che invece era stata sostenuta a partire dal '95. E aumenta il tasso
di disoccupazione, soprattutto tra i giovani (nel 2005 al 24%, con un
incremento sul 2004 dello 0,4%). Sostanzialmente ''le forze di lavoro
risultano in crescita grazie agli stranieri regolarizzati".
OGNI ANNO NASCONO MIGLIAIA IMPRESE, NE MUOIONO DI PIU' - Anche
il mondo delle imprese ha il suo indice demografico che registra "il
declino della natalità, sistematico a partire dal 2000" e, al
contrario, "un andamento ascendente del tasso di mortalità ". Lo
rileva l'Istat che snocciola al proposito gli ultimi dati a
disposizione, quelli del 2002: "il bilancio demografico delle imprese
italiane si è chiuso con un passivo di circa 21.000 imprese (circa
304.000 cessazioni contro circa 283.000 nascite)". Si tratta delle
nascite e cessazioni reali di attività, al netto dunque di quello che
l'Istat definisce il "rumore amministrativo", ovvero la registrazione
di eventi che comportano solo formalmente la nascita o la cessione di
un'azienda, come le fusioni, le scissioni, i cambiamenti di forma
giuridica. Nel periodo 1999-2002 "il saldo del movimento demografico è
risultato positivo e pari a circa 40.000 imprese". Il più alto tasso
di turn-over riguarda le ditte individuali, che però restano stabili.
Tengono invece le società di capitali, nelle quali "si rilevano la
natalità più elevata (9,5%) e una bassa mortalità (6,0%)". In declino
invece le società di persone e le cooperative che chiudono il
quadriennio 1999-2002 con un saldo negativo di 31.000 imprese e 10.000
addetti in meno.
IMPRENDITORI IN ECCESSO MA PRODUTTIVITA' E' MODESTA - Il nostro
sistema produttivo è caratterizzato da "un eccesso di
imprenditorialità " e da un tasso di produttività "modesto", più basso
di dieci punti percentuali rispetto alla media europea. Lo sottolinea
l'Istat nel Rapporto annuale. Il modello produttivo resta dunque
legato alle micro-imprese dove la specializzazione è "debole" proprio
nei settori ad alta tecnologia ed elevata intensità di conoscenza, che
risultano più forti rispetto alle pressioni concorrenziali
internazionali, soprattutto dall'Asia, rispetto a quelli più
tradizionali del made in Italy. Se si guarda, per esempio, al settore
manifatturiero, a fronte di una produttività del lavoro (cioé il
valore aggiunto per addetto) pari a 57,6 mila euro (rpt mila euro) del
Regno Unito e a 56,5 mila (rpt mila) in Germania, in Italia è solo a
42,3 mila (rpt. mila). "Nonostante la bassa produttività il costo del
lavoro contenuto - rileva l'istituto di statistica - mantiene la
redditività delle imprese italiane in linea con quelle europee".
L'impresa italiana "sopporta un costo del lavoro per dipendente
decisamente più basso, in particolare nella manifattura, dove la
differenza è pari a circa 9.000 euro con la Francia e 14.000 euro con
la Germania". La conclusione, dunque, è che la redditività di
un'impresa resta tutta ancorata ai "vulnerabili", così li definisce lo
stesso istituto di statistica, equilibri contrattuali.
TAGLIO CUNEO: BENE A COMPETITIVITA', NO A INNOVAZIONE -
L'annunciata misura del taglio del cuneo fiscale può essere salutare
ai fini della competitività delle imprese, ma "rischia di fornire un
disincentivo all'innovazione". Lo ha detto il presidente dell'Istat
Luigi Biggeri, nella presentazione del rapporto annuale. "Le misure in
discussione sulla riduzione del cuneo contributivo - ha sottolineato
Biggeri - forniscono segnali solo parzialmente coerenti con le
esigenze di trasformazione del sistema delle imprese. La riduzione
proposta di 5 punti percentuali dei contributi sociali, con un costo
netto per il bilancio pubblico pari a circa 10 miliardi di euro -
spiega il presidente dell'Istat - avrebbe l'effetto di ridurre il
costo del lavoro e aumentare la redditività lorda di circa 2-3 punti
percentuali se l'intero risparmio andasse a favore delle imprese. Ciò
rappresenterebbe uno choc positivo in termini di competitività,
ancorché una tantum. Questa misura rischia però - avverte Biggeri - di
fornire un disincentivo all'innovazione di prodotto e di processo e al
passaggio verso tecnologie più capital-intensive e, in assenza di
meccanismi di selezione virtuosa, premerebbe sostanzialmente le
imprese meno produttive". Per Biggeri anche "se una parte dei benefici
fosse trasferita ai lavoratori, l'impatto sui redditi disponibili
delle famiglie sarebbe comunque modesto, senza concentrarsi su quelle
in condizioni di disagio a meno che non si limiti il provvedimento a
gruppi target selezionati".
LAVORO, BOOM FLESSIBILITA'ORARI,SOLO 1/3 IMPIEGATO 9-18 - Sempre
più italiani lavorano con orari flessibili: il film "Dalle 9 alle
cinque orario continuato" vale solo per otto milioni di lavoratori,
circa un terzo del totale mentre per gli altri sono sempre più
frequenti i turni, il lavoro nel week end e quello notturno. Grazie
alla crescita dell'impiego nei servizi e alla liberalizzazione degli
orari nel commercio è aumentato anche il numero degli addetti
impiegati di sabato (il 48,8% del totale) e della domenica (18,8% del
totale) mentre il 22,1 è impegnato di sera e l'11,2% di notte. Il
13,3% degli occupati fa i conti con i turni. Il lavoro "full time
standard" riguarda quindi il 36,1% della popolazione ed è più alto tra
i dipendenti (41%) che tra gli autonomi (22,6%) mentre lavorano full
time ma a volte anche nei week end il 26,9% degli italiani (22,8 dei
dipendenti e il 38,3 degli autonomi).
12 MILA IMPRESE CONTROLLO ESTERO, FANNO BENE A SISTEMA - Le
imprese che operano in Italia ma che hanno un controllo estero hanno
conquistato "un ruolo importante nella diffusione di nuove conoscenze
e competenze, non solo di tipo scientifico ma anche di tipo
organizzativo e manageriale, nonché di stimolo a una maggiore
concorrenzialità nei mercati". Lo sottolinea l'Istat ricordando che
queste imprese in Italia sono circa 12.000 e che occupano un milione
di addetti. "Di notevole interesse - sottolinea l'Istat nel Rapporto
annuale - sono anche le informazioni sui trasferimenti di conoscenze e
competenze dall'Italia verso l'estero, che consentono di qualificare
come investimento potenzialmente strategico una quota significativa
delle imprese a controllo estero operanti in Italia".
PREZZI ALTI, 30% FAMIGLIE COMPRA MENO CARNE - L'aumento dei
prezzi fa stringere la cinghia degli italiani anche quando si tratta
di cibo: il 25% delle famiglie compra meno pane e pasta mentre oltre
il 30% meno carne, frutta e verdura; il 37,2% riduce l'acquisto di
pesce; il 41,9% fa minori compere per l'abbigliamento e le scarpe. Il
15% opta per alimenti di qualità più bassa. Emerge dal rapporto
annuale dell'Istat che per la prima volta analizza il reddito e le
condizioni di vita relativi al 2004.
DIDATTICA UNIVERSITA' NON RISPONDE A RICHIESTA MERCATO - La
riforma dell'università ha puntato "troppo sull'attività didattica che
non sempre corrisponde alla richiesta del mercato" del lavoro. E'
quanto rileva l'Istat nel rapporto annuale sulla situazione del paese
nel 2005, aggiungendo che è anche "fondamentale puntare sulla ricerca,
motore dello sviluppo delle conoscenze e dell'economia". In generale,
aumentano gli iscritti nell'anno accademico 2004/2005 che sono 1,8
milioni contro i 1,7 del 1999/2000 (+8,7%) e le immatricolati (quasi
332 mila con un +20,4% rispetto al 1999/2000). Aumentano anche gli
studenti in corso, "anche se gli abbandoni - rileva l'Istat -
continuano a rappresentare un problema: circa uno studente su cinque
non si iscrive al secondo anno". Tra le notizie positive, l'aumento
dei laureati, passati da 152 mila del 1999 a quasi 269 mila del 2004
(+92 mila nei nuovi corsi triennali, +4 mila circa nei nuovi corsi
biennali).
SCUOLA: SEMPRE PIU'STRANIERI IN AULA, +152% IN 5 ANNI - La aule
italiane sono sempre più affollate di alunni stranieri. In cinque anni
il numero degli studenti con cittadinanza non italiana è aumentato del
152%, passando da 147 mila del 2000/2001 ai 372 mila del 2004/2006,
con un incremento degli extracomunitari europei e del continente
americano. E' quanto rileva l'Istat nel rapporto annuale con la
situazione del paese nel 2005. Il numero di stranieri ogni cento
alunni è salito, sempre in cinque anni, da 1,7 a 4,2, con una punta di
5,3 stranieri per cento iscritti nella scuola primaria. La presenza
maggiore è di cittadini europei extra Ue (in totale 176 mila): di
questi, il 90% vengono da Albania, Romania ed ex-Jugoslavia. Il 25%
viene dai paesi africani (in diminuzione 2000/2001 quando erano il
29%) specie dal Marocco. Gli asiatici, in gran parte cinesi, sono il
15%, il 12% sud americani (Ecuador e Perù). Gli alunni stranieri sono
presenti in netta maggioranza nelle scuole del Nord e del Centro e
soltanto il 7% studia in istituti del Sud e il 3% in Sicilia e
Sardegna. La Lombardia è la regione con più alunni non italiani (90
mila) ma è l'Emilia Romagna quella con maggiore incidenza : più di 8
studenti stranieri ogni cento iscritti, dieci nelle scuole primarie.
Al Sud, Basilicata, Campania, Sicilia e Sardegna sono sotto l'1%.
SPESA SOCIALE REGIONI PARI A 1/4 SPESA PUBBLICA - Nel 2003 la
spesa delle Amministrazioni pubbliche destinata agli interventi
sociali (per le funzioni sanità, istruzione, assistenza e beneficenza)
é stata pari a circa 3.000 euro pro-capite, in crescita di oltre 900
euro nell'arco 1996-2003. Nello stesso periodo, la crescita di questa
voce di spesa è stata superiore in termini nominali alla crescita del
Pil. Sono alcuni dei dati che si ricavano dal Rapporto Istat 2005, più
esattamente dal capitolo dedicato alla spesa sociale nelle Regioni. Le
dimensioni della crescita non sono omogenee nelle diverse aree
geografiche e nei diversi settori in esame. La stessa incidenza della
spesa sociale sul complesso della spesa pubblica é cresciuta in
termini percentuali, nel periodo 1996-2003, dal 21,9 a quasi il 25%
del totale.
SPESA PIU' ALTA NEL NORD-OVEST, PIU' BASSA IN SUD E ISOLE - Gli
incrementi maggiori della spesa sociale hanno riguardato il
Nord-Ovest, circa 1.300 euro; i più bassi le regioni del Sud con 685
euro. Per quanto riguarda l'istruzione sono TRENTINO-ALTO ADIGE e
VALLE D'AOSTA le Regioni che hanno registrato gli incrementi maggiori
di spesa pro-capite, mentre per la sanità il primato spetta alla
LOMBARDIA con un incremento di spesa quasi doppio rispetto al sistema
delle Regioni. Per quanto riguarda l'assistenza l'incremento maggiore
di spesa è stato del LAZIO, mentre SARDEGNA e ABRUZZO sono maglie
nere, avendo registrato un decremento della spesa pro-capite anche in
termini nominali. Il Rapporto Istat ha trovato una forte correlazione
tra la spesa sociale media pro-capite e il Pil pro-capite: la spesa
più alta è stata registrata nelle Regioni del nord e quella più bassa
nel Mezzogiorno.
SANITA': DA SUD A NORD PER CURE, 7% RICOVERI FUORI CASA - Non
accenna a diminuire il fenomeno della mobilità ospedaliera,
soprattutto dalle regioni meridionali verso quelle del Nord. E nella
maggior parte dei casi, alla base della scelta di 'migrare' per farsi
curare vi è la mancanza di centri adeguati nella propria regione,
specie nel settore dei trapianti. A fotografare il fenomeno è l'Istat,
nel Rapporto annuale 2005. Tra il 1999 e i 2003, sottolinea infatti
l'Istat, la mobilità ospedaliera interregionale non diminuisce: la
percentuale di dimissione di residenti ricoverati in un'altra regione
passa dal 6,7% al 7,1%. Così, nel 2003 quasi 600.000 ricoveri, il 7%
del totale di quelli ordinari per acuti, sono avvenuti in una regione
diversa da quella di residenza del paziente. Le cause di questi
'viaggi'? Possono essere varie: "La mobilità - spiega l'Istat - può
essere analizzata secondo due componenti: una 'fisiologica', dovuta
alla prossimità di strutture ospedaliere in una regione limitrofa o
per la temporanea presenza in un luogo diverso da quello di residenza
(per lavoro, turismo ecc.) e una motivata da fattori sanitari". E
quest'ultima, si legge nel Rapporto, "può essere espressione sia di
un'offerta non adeguata di strutture, sia di un'insoddisfazione del
cittadino verso la qualità dei servizi erogati dalla specifica
regione, sia infine dalla necessità di rivolgersi a centri
specializzati per determinate patologie".
FORTE RITARDO NELLE TECNOLOGIE, SIAMO COME 20 ANNI FA - Il
nostro sistema economico resta antiquato e "la situazione dell'Italia
è caratterizzata dal permanere di un forte ritardo nella produzione di
tecnologie e nel loro impiego nel sistema economico". Lo rileva
l'Istat aggiungendo che "qualche miglioramento relativo si è invece
manifestato per quanto riguarda la formazione di risorse umane, sia
pure in maniera non uniforme". In ricerca e sviluppo la spesa
dell'Italia "é rimasta intorno a un livello poco superiore all'1% del
Pil, come a metà degli anni Ottanta". In Germania si spende il 2,5%,
in Francia il 2,2% e nel Regno Unito l'1,8-1,9%. "Un divario notevole"
con il resto d'Europa emerge anche nell'ambito delle tecnologie
dell'informazione.(ANSA).
LAVORO: IN 10 ANNI 2,7 MILIONI OCCUPATI IN PIU' - Tra il 1995 e
il 2005 l'occupazione in Italia è cresciuta di 2,7 milioni di persone
raggiungendo quota 22.563.000 unità: è quanto si legge nel Rapporto
annuale dell'Istat secondo il quale però la percentuale di occupati
tra i 15 e i 64 anni pur crescendo dal 53% al 57,5% resta molto al di
sotto della media europea del 2005 (64,6%). Il tasso di disoccupazione
nella media 2005 era del 7,7% in calo rispetto al 9,1% del 2001 ma
l'Istat segnala come questa riduzione sia stata possibile anche grazie
alla crescita della popolazione inattiva dovuta alla rinuncia alla
ricerca di occupazione soprattutto al Sud.
Quando arriva lo storno ?? arriva
Jackal: quando il petrolio sarà tra 45 e 42 alla linea del collo dello s t s in
formazione.......quindi terminata la testa partirà la spalla e lì avremo lo
storno.........poi giu' dalla spalla.....e...
I prezzi salgono ? E l'Istat?
Pointbreak: Come fa Berlusconi a imputare all'Euro l'aumento dei prezzi, e dall'altra
parte utilizzare l'Istat che dice che i prezzi sono saliti quasi nulla, del
2%circa/anno?
Ma allora è vero che i prezzi...
Borsa
20
25-01-2004 07.21.11
Parmalat, prestito da 150 milioni arriva il via libera del governo
Bart67: L'annuncio del gruppo, a guidare il pool la Banca Popolare di Lodi
E' un primo intervento per la gestione corrente della società
ROMA - Via libera a Parmalat dal ministero
delle Attività...
Borsa
10
22-01-2004 21.25.33
ARRIVA ARRIVA l'ondata tanto attesa !
PAULETTO: Ul nostro fanmtastico FIB30 anricipa il DAX !!!
e VAI maledetto DAX, segui il fantastico FIB30, la vera lokomotiva
delle Borse Europee.
!!
Speriamo che non sia un fuoco di paglia !!!
Mannaggia...