Secondo i fondi Pioneer, che detengono lo 0,35% di Eni, "appariva
fondamentale puntare sulla continuita' del management aziendale perche' in
un'azienda di vertice come Eni e' un elemento fondamentale per garantire
l'efficacia temporale e la coerenza strategica, tanto piu' che gli obiettivi
strategici sono ambiziosi". Per questo "non possiamo dire che in questa
vicenda sia stata scritta una pagina positiva della storia della corporate
governance in Italia" non per "le persone scelte ma per le modalita' e i
motivi delle scelte". Viene anche sottolineata l'esigenza di una "ferrea e
logica razionalita' economica", che non porti alla "rimunerazione delle
azioni troppo puntata sul breve periodo a discapito della crescita nel
lungo" sollevando timori sull'uso futuro della cassa.
Non c'e' "l'intenzione di mettere in discussione la figura" dell'a.d.
entrante, Paolo Scaroni, ne' di "mettere in discussione il ruolo
dell'azionista pubblico" ma il rappresentante Giordano Lombardosi chiede
comunque come si possano conciliare gli interessi di azionisti di
maggioranza e minoranza sugli obiettivi: "lo Stato azionista potrebbe essere
orientato a perseguire interessi di diversa portata, come quelli geopolitici
o di politica sociale".
La difesa dell'operato dell'a.d. uscente, Vittorio Mincato, da parte dei
fondi si accompagna anche all'elencazione dei risultati raggiunti nella
precedente gestione, che "ha portato una crescita del 250% degli utili e da
0,31 a 0,9 euro dei dividendi dal 1998 al 2004", con una crescita media dei
dividendi del 19,5% all'anno ed un rendimento medio annualizzato delle
azioni Eni, legato alla performance borsistica ed al pagamento dei
dividendi, del 16% dal 2000 al 2004. bac