Ogni volta che penso al prozio Ennio, mi viene in mente una
stanza dell'appartamento di mio nonno Manlio Carando, in via
Millefonti a Torino, dove ho trascorso molto tempo durante l'infanzia.
Mi piaceva chiudermi in quella stanza e sfogliare tutti i libri che
trovavo. Ricordo le guide del Touring Club degli anni '20, scritte in
un italiano un po' antiquato: le aprivo e incominciavo a volare col
pensiero, a viaggiare con la fantasia. Arrivavano poi dei libri tutti
gialli e consumati. “Quelli sono i libri di zio Ennio”, erano solite
dire mia madre e mia nonna. Per anni ed anni davanti a quei libri sono
rimasto bloccato. Avevo voglia di aprirli e leggerli, ma titoli come
“La metafisica dei costumi” o “L'unico argomento possibile per una
dimostrazione di Dio” mi spaventavano. E così per molto tempo zio
Ennio rimase avvolto nel mistero, tanto erano misteriosi i suoi volumi
un po' malandati.
Gli anni passarono e di colpo, dopo le prime lezioni di
filosofia al liceo classico “Luciano Manara” di Roma, mi venne voglia
di tornare nella casa di via Millefonti e di aprire tutti quei libri
giallognoli per leggerne annotazioni e commenti. Alla prima occasione,
ne portai molti con me e cominciai a cercare un filo conduttore che
chiarisse il pensiero del mio antenato e desse una risposta alla
seguente domanda: Ennio Carando era un filosofo? In una raccolta di
scritti sulla sua figura fatta dal Comune di La Spezia nel 1955,
Ludovico Geymonat afferma: “Risponderei di no; oppure sì, ma filosofo
in senso socratico, cioè essenzialmente un educatore. Educatore non
solo dei giovani, ma di quanti avevano la fortuna di avvicinarlo”1.
Dalle annotazioni fatte su ogni suo libro, emerge questa vocazione
etico-educativa, virtù che lo rese molto amato dai suoi studenti:
“Le sue lezioni di filosofia greca erano certo alla portata di
una prima liceo ma piene di idee, e rivelano un uomo col quale sarebbe
stato bello parlare, un uomo che sarebbe potuto diventare un amico,
diverso e assai più intimo di quanto fossero i compagni di scuola.
(...) Il suo punto debole si era ben presto rivelato, quando cercò per
la prima volta i nostri nomi nel registro. Portava un paio di occhiali
cerchiati d'oro, ma evidentemente non bastavano. Calò la testa fino a
toccare il registro col naso, cavò da un taschino una lente, cerchiata
d'oro anche quella, se la mise tra un occhiale e il registro e
cominciò a navigare su e giù, a destra e sinistra, strusciando il naso
sulla carta. Dapprima impietositi, dopo un paio di lezioni ci tornò la
baldanza. Marcello Craveri inventò alcuni spassi, come quello di
aprire e chiudere ombrelli non appena Carando cominciava le sue
faticose ricerche, oppure di alzarsi e abbassarsi ritmicamente e
alternativamente, sollevando enormi vocabolari e pronunciando
solennemente: Abracadabra. Questo sembra mostrare che noi lo
credessimo anche sordo, oltre che cieco; ma sordo Carando non era, e
stupido neppure; anzi, io credo, si rivelò molto intelligente nel non
far caso a noi, e difatti in un paio di giorni ci stufammo di queste
alzate d'ingegno. Con suo fratello e un altro partigiano, Carando fu
fucilato dai fascisti nel febbraio '45 a Villafranca Piemonte, due
mesi prima della fine della guerra; morì stoicamente, fedele ai suoi
principi. Vive nelle tracce che lasciò nei suoi studenti e questi nei
loro; vive nel mio cuore e mi è grato ricordarlo qui, nel caso che a
qualcuno capiti di leggere queste storie, sperando che altri ne
parlino un po' e che la sua breve vita serva d'esempio”2.
Educatore, dunque, ma prima di tutto un empirista, seguace di
Locke, Hume e Kant. I suoi maestri furono Erminio Juvalta e Piero
Martinetti che in quel periodo, all'interno del mondo filosofico
italiano, erano vicini al positivismo e del neokantismo. Si trattava
di due movimenti filosofici minoritari rispetto a quello prevalente,
il neoidealismo di matrice hegeliana, rappresentato soprattutto da
Croce e Gentile. Ennio Carando aveva frequentato diverse lezioni di
Gentile e, come ricorda Geymonat3, ne era rimasto colpito, ma “quando
più tardi si rese conto del divario esistente fra le parole di Gentile
e la sua condotta, si staccò definitivamente da lui”4. Impostando il
pensiero sull'empirismo e sul neokantismo, egli aveva fatto la prima
scelta anti-fascista e quindi distante da Gentile. Infatti, tutti i
movimenti filosofici anti-idealisti condannano ogni forma di
assolutismo, sia dal punto di vista morale che politico. Basti pensare
che il sacerdote che si recò a confessare i Fratelli Carando prima
della morte si vide rispondere da Ennio: “Reverendo, ognuno ha la sua
metafisica; non insista”5. Questa semplice affermazione dice molto.
Osservando le annotazioni fatte sul volume di Hume “La conoscenza e la
morale”6, si capisce come Carando fosse lontano dalla morale
gentiliana, e neoidealista in genere, che identificava l'eticità con
lo Stato e con l'identità nazionale. In lui era sicuramente forte
l'influenza di Juvalta, per il quale “la filosofia morale non doveva
consistere soltanto in dissertazioni astratte intorno al problema del
bene e del male, ma di uno studio scrupoloso e impegnato della reale
condizione umana”7. Nel rifiutare la confessione in nome della
“propria metafisica”, Carando volle semplicemente affermare che ogni
uomo è in grado di intuire i principi morali ed applicarli, a
prescindere dalle influenze esterne. Dunque, non una morale
alternativa a quella religiosa, ma autonoma e indipendente da essa. In
questo suo “intuizionismo etico”, egli è sicuramente un seguace di
quel filone morale che parte da Hume ed attraverso John Stuart Mill
arriva fino a Kant: l'uomo non compie il bene perché prescritto dalla
religione; l'uomo non si astiene dal male perché vietato dalle leggi.
L'uomo è in grado da solo di intuire quale sia il male e quale sia il
bene e quando sceglie uno piuttosto che l'altro lo fa autonomamente e
ne è responsabile nei confronti di sé stesso e degli altri uomini.
Come diceva Kant, due cose sono chiare ed evidenti: “Il cielo stellato
sopra di me, la legge morale dentro di me”8. Così come siamo in grado
di osservare il cielo, altrettanto facilmente possiamo conoscere la
legge morale.
La necessità di insegnare agli altri, soprattutto ai giovani,
questo tipo di morale avversata dal fascismo, è alla base della sua
personalità e della sua azione politica. Ricorda Geymonat9: Ennio
Carando “era infatti convinto che bastasse illuminare obiettivamente
(i giovani) sulla reale natura del fascismo per riuscire a dissolvere
la loro fede mal collocata”. Per questo, e per raggiungere anche chi
non riusciva ad essere in diretto contatto con lui, scrisse alcuni
brani, in cui sono evidenti i temi humiani e kantiani:
“Il dirigente che inizia una riforma morale si assume una
tremenda responsabilità. Se non sa condurla a termine, non solo egli
non avvantaggia la causa del bene, ma la compromette anche per il
futuro. Nessun fatto è più utile al trionfo dei malvagi che il
fallimento degli onesti. Il vero riformatore deve sapersi meritare con
la sua spiritualità la fiducia che esige dai subordinati.
Non bastano i bei programmi... sui programmi generali l'uomo
comune non è in grado di pronunciare un giudizio filosoficamente
fondato; sul carattere invece, sull'integrità della vita morale di un
individuo chiunque può giudicare con competenza.(....) il distacco dal
denaro, il disprezzo degli onori e di ogni esteriorità, la forza
d'animo, la sincerità della propria fede politica, sono caratteri che
nessun malvagio può fingere. Il vero riformatore deve sentirsi così
unito alla propria causa, da preferire di morire piuttosto che
assistere alla sua rovina. Né abbia paura che, morto lui, la causa si
trovi senza difensori: nessuno è indispensabile. Dubitare di chi dovrà
succedergli è segno di scarsa intelligenza. L'importante, se si deve
morire, è saperlo fare con dignità e per un ideale che meriti un sì
grande sacrificio”10.
Da queste brevi riflessioni emerge anzitutto il senso di
responsabilità che una morale di tipo autonomo infonde in chi la
pratica: il riformatore è colui che sceglie il bene e lo insegna agli
altri e deve essere cosciente di questo compito che può portare anche
all'incontro con la morte, come avvenne proprio ad Ennio Carando. La
moralità non consiste in freddi ed astratti programmi, ma in una
pratica di vita altamente etica, che non coincide certo con denaro ed
onore, ma con la ricerca continua del bene e con l'insegnamento del
bene agli altri. Proprio perché la morale si fonda sulla coscienza di
ognuno, occorre individuare quei principi etici che vivono da sempre e
sopravvivranno anche a noi, in quanto nessun uomo è indispensabile,
mentre la morale lo è. Ecco perché Carando era solito trascrivere in
diversi punti dei libri che leggeva la “legge morale” di Kant: “Agisci
in modo tale che il principio della tua azione sia estendibile a
legislazione universale”11.
Uccidere è male non perché lo dica la religione o lo vietino
le leggi. Uccidere è ingiusto perché non è estendibile ad azione
universale: se tutti uccidessero l'umanità finirebbe. Una dittatura è
immorale in quanto se tutti gli uomini aspirassero a prendere il
potere e ad imporlo agli altri, la società civile sarebbe distrutta.
Un'etica, dunque, di stampo marcatamente illuminista e in contrasto
con l'autoritarismo fascista che negava libertà individuale e
principio di giustizia.
Se, dunque, l'uomo è in grado da solo di individuare la legge
morale e perseguire il bene, non è necessaria nessuna imposizione
esterna, sia a livello morale che a livello politico. Fermi questi
pochi ma forti principi, è facile comprendere e condividere la scelta
antifascista.
Non so se il mio prozio abbia letto gli scritti di Hannah
Arendt. Probabilmente no, visto che conquistarono notorietà solo nel
primo dopoguerra, ma come la Arendt egli dà un'enorme importanza
all'azione. Come ricorda Norberto Bobbio: “Ennio Carando è ben degno
di essere onorato (...). Mi parve sempre che una delle caratteristiche
della sua forte personalità fosse la ferrea coerenza del suo pensiero
a cui si aggiungeva la convinzione che la coerenza di un pensiero si
rivelasse principalmente nella capacità di promuovere l'azione
(...)12”. La teoria, senza l'azione, è nulla. L'uomo si differenza
dall'animale nel lasciare il segno con l'azione, un segno che rimane
nel tempo e fa sì che ognuno di noi si distingua dagli altri e non sia
un mero “replicante” la specie. In questo egli fu sicuramente più
vicino al materialismo storico marxiano che al neokantismo, laddove il
pensiero di Marx ha come principio fondamentale la necessità da parte
dell'uomo di modificare la realtà per migliorarla. Per questo non
poteva limitarsi alle sole ore di insegnamento scolastico, ma si
dedicò, come abbiamo già sottolineato, ad educare i suoi allievi
all'antifascismo. Ricorda il dirigente del PCI. Giuseppe Noberasco:
“Il Prof. Carando si proponeva (...) di 'curare' particolarmente
alcuni allievi dopo le ore di scuola. La fortuna di essere tra questi
mi ha consentito, da una parte, di compiere i primi passi sicuri sulla
strada dell'antifascismo militante e dall'altra di conoscere
profondamente l'amico Carando”13. Questo impegno gli costò vari
problemi: ovunque si recasse veniva segnalato dalle autorità e della
polizia fascista. Per evitare che le sue idee si diffondessero veniva
trasferito ogni due anni: da Savona ad Aosta, poi a Rovigo, La Spezia,
ecc. ecc.
Durante la guerra si avvicinò sempre di più al Partito
Comunista, che dopo l'8 settembre del 1943 lo nominò rappresentante
nel CLN della provincia di Spezia. Gli fu riconosciuto il forte
impegno, nonostante la cecità che fin da piccolo lo aveva colpito in
un occhio, il destro. Divenuto troppo riconoscibile proprio a casa di
questo difetto, Carando (il cui nome di battaglia era Silvio) riparò
in Piemonte, dove combatté nelle formazioni partigiane miste di
Barbato, ovvero Pompeo Colajanni, Ufficiale di Cavalleria, nel
dopoguerra divenuto deputato regionale del PCI in Sicilia. A Silvio fu
affidato il compito dirigere i gruppi di “Polizia partigiana” della
zona. Questo compito lo entusiasmò, ma al tempo stesso lo pose
quotidianamente di fronte al pericolo di essere catturato. Doveva
percorrere ogni giorno chilometri e chilometri a piedi o in
bicicletta, superando diversi posti di blocco. Sulla sua strada
incontrò purtroppo il fascista Spirito Novena, che, come ricordano
Ludovico Geymonat e Maurizio Milan, era un vero e proprio bandito “che
terrorizzava la zona di Pinerolo con i suoi sgherri”14, “un sadico
criminale di guerra che ha insanguinato quelle contrade e le cui
imprese furono di tale nefandezza” che fu detenuto per molti anni15.
Una spiata tradì Ennio Carando, suo fratello Ettore e Leo Lanfranco,
operaio della Fiat mentre si trovavano alla locanda “Il Delfino” di
Villafranca Piemonte. Prima di ucciderli, i fascisti diedero sfogo a
tutta la loro sete di violenza. Il più attivo in questo senso fu
proprio Novena, che non appena vide Ennio Carando gli strappò gli
occhiali, li pestò e gridò: “Non ti servono più e non ti sono mai
serviti. Non hai capito nulla; sei sempre stato cieco ed inutile!”.
Tra di loro c'era anche un bambino di circa dieci anni. Era il figlio
di Novena: “Vieni qui – gli gridò il padre e, presolo in spalla, lo
spinse verso Carlo (Leo Lanfranco) dicendo al bambino: - Prendilo a
calci. Tratta questo lurido partigiano come si merita!. Il bambino
allungò una gamba e colpì la testa di Carlo con frenesia. Il padre
sorrise e lo aiutò a colpire con più foga”16. Così, senza un processo,
i tre furono torturati dalle cinque del mattino alle due del
pomeriggio, ininterrottamente. Non parlarono neanche quando Novena
arroventò sul fuoco della stufa un pezzo di ferro che piantò sulla
testa di Leo Lanfranco, bruciandogli pelle e capelli. Affrontarono i
loro assassini con coraggio e determinazione. Ennio Carando in quelle
ore mise in pratica ciò che aveva sempre insegnato ai suoi allievi:
“Bisogna saper morire da forti per la propria idea”. Alle tre
pomeridiane il plotone d'esecuzione era pronto nella piazza centrale
di Villafranca, sotto il porticato. Le brigate nere portarono i tre
uomini di peso perché per le violenze subite non erano più in grado di
camminare. Faceva freddo, quel 5 febbraio di sessanta anni fa, la neve
caduta per giorni e giorni si macchiò di sangue. Morirono da uomini
“quali erano. Il professore, miope, quasi cieco (...), era morto senza
dire una parola come il lupo di de Vigny: seul le silence est grand,
tout le reste est faiblesse; l'anziano operaio comunista Leo Lanfranco
aveva gridato in faccia ai miserabili nemici la sua fede politica;
infine il capitano aveva affrontato fieramente per la sua Patria e per
il suo giuramento di fedeltà la fine oscura, livida davanti al
plotone. (...) Non così tali uomini sarebbero dovuti morire! Un nemico
in cui fosse rimasta una scintilla di umanità li avrebbe almeno
rispettati nell'attimo supremo: ma non la bieca banda di assassini cui
erano stati consegnati nel più vile dei modi dal più spregevole degli
individui: un delatore!17”
Violenza ed odio possono portare la morte, ma niente può
vincere la fierezza, l'orgoglio, il coraggio e la consapevolezza di
morire per una causa giusta.
Nei ricordi infantili delle due nipoti, Ennio è legato alle
passeggiate e ai dolci della famosa pasticceria Converso di Bra.
Ettore, invece, al suo carattere severo, tipico di un ufficiale
dell'Esercito in servizio permanente. Se l'uno era amante dei piaceri
quotidiani e quindi disposto a viziare le sue nipotine, l'altro aveva
nei loro confronti un senso di paternità, che lo portava ad essere più
rigido ed austero.
Il significato più profondo della lotta partigiana dei
Fratelli Carando è la loro stessa unione nella Resistenza. Silvio
(Ennio), un progressista che aveva aderito al PCI e che voleva
riformare la società in base a nuovi principi morali, trovava al suo
fianco Arturo (Ettore), un monarchico conservatore. A distanza di sei
decenni dalla loro morte questo è il principale messaggio che la lotta
antifascista lascia ai posteri: a Villafranca Piemonte il 5 febbraio
1945 sono morti un professore di filosofia comunista, un operaio ed un
capitano dell'esercito di fede monarchica. Tre uomini diversi, di
estrazioni sociali e culturali diverse, ma con un unico ideale di
lotta: la libertà e l'affrancamento da un regime dittatoriale. Oggi i
detrattori della Resistenza tentano quotidianamente di rompere l'unità
di allora. Sempre più antifascisti di ieri si avvicinano ai
postfascisti di oggi per scelta politica, spesso strumentale. Agli
occhi dei giovani a rimetterci sono l'immagine e il significato della
lotta partigiana. La Resistenza non è stata un fatto circoscritto a
poche persone. La Resistenza è stata un fatto di popolo, prima di
tutto. Perché quando a combattere si trovano dalla stessa parte un
Professore comunista ed un Capitano dell'Esercito la cosa non è
casuale. Dietro c'è una società che si muove e si riconosce in un solo
valore, al di là delle differenze politiche. E non si pensi che il
caso dei Fratelli Carando sia stato estemporaneo e conseguente al loro
rapporto di parentela. Le formazioni di Pompeo Colajanni, detto
Barbato, erano miste come mista fu la Resistenza tutta, capace di
accomunare monarchici e repubblicani, comunisti e liberali,
socialisti, azionisti e cattolici.
Per questo Arturo aveva seguito il fratello Silvio:
“Quando Barbato me lo presentò, rimasi per un attimo incerto:
mi era stato detto che il nuovo Capo di Stato Maggiore della IV
Brigata Garibaldi era un capitano di carriera e nelle formazioni
partigiane i najoni non godevano soverchie simpatie. La differenza non
era provocata soltanto dai cattivi ricordi di caserma, dalle vicende
di guerra e dell'8 settembre 1943 ma anche da un giudizio che
l'esperienza aveva comprovato in molte occasioni: gli ufficiali in
servizio permanente effettivo, infatti, con l'abito mentale, la
preparazione tecnica che li distingueva, erano in antitesi completa
con le caratteristiche indispensabili a un buon comandante partigiano,
al quale la guerriglia, con le esigenze che sovvertivano e
scompaginavano qualsiasi regola militare, imponevano tutt'altro
indirizzo di comando e di vita. I najoni erano spesso accettati con
una punta di scetticismo e la frase sacramentale: <<Lo vedremo alla
prova>>. In verità, numerosi ufficiali effettivi di tutte le armi
seppero diventare capaci e valorosi comandanti partigiani,
guadagnandosi stima e ammirazione dai loro volontari1.
Fu così anche per Ettore Carando:
“Alcuni episodi che si verificarono in quei giorni ed il suo
coraggioso atteggiamento spezzarono via subito l'ombra della scettica
aspettativa. I suoi capelli e la sua barba color rame, il portamento
marziale, gli occhi ironici e fermi, il suo aperto sorriso e le
battute spiritose, il suo atteggiamento modesto, - che del superiore
non aveva conservato nulla, - gli conquistarono in breve la fiducia e
la stima di tutti, persino di alcuni che lo ricordavano ai corsi di
addestramento in caserma2.
Dello stesso tenore le parole di un altro compagno di lotta
partigiana:
“(...) chi mi colpì maggiormente fu il nuovo capo di Stato Maggiore
della 4^ (Brigata), che aveva sostituito (...) il capitano Grant. Era
un uomo alto e smilzo, dall'aspetto severo; folta barba e capelli di
rame, chiaramente un soldato, il quale pareva a disagio nelle vesti
non di ordinanza che la clandestinità lo costringeva a indossare: il
capitano Ettore Carando (Arturo),ufficiale di Artiglieria in servizio
effettivo, fedele al giuramento prestato al suo re e al suo governo,
che egli, da autentico soldato, non giudicava ma a cui obbediva con
onestà e disciplina. E, debbo dire, seppe spingere tale obbedienza
sino all'estremo, eroico sacrificio. Se mai ci fu un soldato fedele al
motto severo <<Usi obbedir tacendo e tacendo morir>>, questo fu il
capitano Ettore Carando”3.
In effetti, lo zio Ettore non era un ufficiale qualunque. Aveva
ricoperto alti ruoli all'interno della Scuola Allievi Ufficiali di Bra
ed era un profondo conoscitore dell'arte militare. Quando si calò
nell'esperienza partigiana, però, si adattò velocemente alla nuova
realtà, ovvero alla guerra fatta da un popolo, non da un esercito.
Profonda fu la sua amicizia con Carlo, ovvero Leo Lanfranco, morto
anch'egli a Villafranca Piemonte. Ancora una volta due uomini diversi
uniti dall'amore per la libertà. Lanfranco era un operaio della Fiat,
comunista più volte incarcerato e confinato dai fascisti. Se Carando
non si era mai occupato attivamente di politica, Lanfranco non aveva
mai avuto in mano un'arma, ma “la loro amicizia, quella stima e quella
comprensione reciproca, avevano un senso profondo, forse proprio
perché in quel drammatico periodo erano necessarie alla nostra Patria
le qualità dell'uno e dell'altro”4.
Nel luglio del 1944 Ettore Carando, sentendo il pericolo della
morte, aveva scritto una commovente lettera alla moglie Itala:
Moglie mia carissima,
probabilmente io lascerò questo mondo in modo
che tu non possa assistere alle ultime mie ore e quindi son venuto
nella determinazione di mettere per iscritto alcune cose che mi
premono che tu sappia.
Innanzi tutto devi essere certa che io ho sempre operato per
il bene superiore della Patria al di fuori di ogni fede politica: ciò
che era stato imposto dal mio onore e dal mio stato di ufficiale in
servizio permanente.
Sono assai contento di offrire tutto me stesso per la
grandezza d'Italia di cui sono fermamente convinto, di quell'Italia
che sono certissimo risorgerà a nuova e più grande vita sotto un
regime democratico.
Non piangetemi, sappiate tutti che io lascio questo misero
mondo contento di aver fatto qualcosa per la mia amatissima Italia
alla quale oltre dieci anni fa ho dedicato spontaneamente e con ardore
tutta la mia vita con un solenne giuramento al quale credo di non
esser mai venuto meno.
Sono certo che il mio sacrificio non sarà inutile, se non
altro insegnerà alle future generazioni come si comporta chi antepone
ad ogni cosa l'amor di patria e tiene fede fino all'ultimo alla parola
data.
Perdono i miei uccisori perché operano o sotto l'influsso
dell'odio di parte, e non sanno quindi quello che si fanno, se essi
sono italiani; o come nemici se sono stranieri e quindi in ambedue i
casi debbono essere scusati e perdonati.
Il mio ultimo pensiero è per la Grande Italia, e per la Maestà
del Re del quale sono sempre stato umile e devoto servitore.
Viva l'Italia! Viva il Re!
Cap. d'artiglieria
Ettore Carando
Nelle intense parole di Ettore Carando ci sono degli elementi
che ricordano molto suo fratello Ennio. In primo luogo la
consapevolezza di poter morire da un momento all'altro, ma di dover
essere pronto a farlo con coraggio e dignità, in nome di un ideale
superiore. In secondo luogo l'importanza data a principi morali come
la fedeltà al proprio popolo, alla parola data e al proprio compito di
soldato.
Al Natale del 1944, risalgono invece due lettere in cui Ettore
cercava di trasmettere alla moglie speranza ed un ritrovato
ottimismo, denotando forza d'animo e tanto coraggio: Il 27 dicembre
scriveva:
Mia carissima,
non puoi immaginare con quale rincrescimento
ti ho lasciata lunedì mattina: sono sicuro però che tu da persona
intelligente come sei, avrai compreso pienamente che non potevo fare a
meno e mi perdonerai se ti ho lasciata il giorno di Natale. Pensa che
tale giorno alle due e mezzo un po' di pane, salame e noci e poi sono
stato tutto il giorno impegnatissimo. Tuttavia ho pensato sempre e
costantemente a te o mio tesoro, sicuro che tu mi eri vicinissima col
cuore e col pensiero.
Spero che domani potrai avere questo mio scritto: al latore
del presente potrai consegnare un biglietto per me che certo mi
porterà un po' di te. Se mi vuoi scrivere puoi spedire ai due
indirizzi seguenti a piacimento:
1)Cussino Mariuccia Via Po 3 Villafranca Piemonte
2)Giuseppina Vaschetto Garage Vigone
L'altra mattina il mio viaggio è stato discreto quantunque un po'
freddo e anche in questi giorni il clima si è irrigidito ed in
bicicletta lo sento piuttosto: domani però avrò un bel cravattone di
lana che mi riparerà molto.(...) Per la tua venuta potresti anche
usufruire del trenino di Saluzzo che parte da Torino alle 7.50 del
mattino e scendere poi a Moretta dove io ti verrei poi ad attendere;
ci fermeremmo poi a Villafranca dove ho già trovato alloggio. Da
Moretta a Villafranca non ci sono che circa 3 Km.
Per il camion del latte non so con precisione a che ora parta da
Torino ma temo che con tale mezzo prenderesti troppo freddo; ad ogni
modo per ora c'è tempo a pensarci (...).
Stai tranquilla per me che sono assai prudente, pensami sempre come
sempre ti penso io. Ricordati sempre di me e voglimi sempre tanto
tanto bene come tanto tanto te ne voglio io.
Sperando di poter presto riabbracciarti e stare un po' con te, ti
stringo a me e ti invio con i miei saluti i più affettuosi bacioni ed
abbracci.
Saluti ed auguri di buon anno anche ai tuoi.
La risposta di Itala giunse il 29 ed il primo giorno del 1945
Ettore le scrisse di nuovo:
Mia carissima,
ho ricevuto la tua carissima del 29 e ti assicuro che mi ha fatto
assai dispiacere il leggerla perché ho appreso da essa il tuo
scoramento e la tua demoralizzazione (...) non devi assolutamente
continuare in quello stato d'animo (...); devi pensare a me, alla
nostra futura felicità ed essere convinta che questo brutto periodo
sarà presto ricompensato da un prossimo lungo periodo di felicità e di
vita vissuta sempre vicini.(...) vedrai che, come in tutte le cose di
questo mondo, dopo il temporale viene il bel tempo apportatore di
conforto. Non devi che avere fede, molta fede, pensare al nostro amore
imperituro e sono sicuro che Iddio che è grande e misericordioso vorrà
darci un avvenire una vita piena di felicità che trascorreremo sempre
vicini e ci appagherà dei nostri attuali sacrifici. Oggi è il primo
giorno dell'anno nuovo che speriamo sia più bello di quello che è
testé terminato.
Non so con che coraggio e vergogna oggi si pensa di poter
mettere sullo stesso piano uomini come i Fratelli Carando e uomini che
al servizio dei nazisti seminavano violenza nel nostro Paese. In tanti
parlano di “riconciliazione”. Quando due persone si riconciliano,
ognuna ammette per prima cosa i proprio sbagli e chiede che siano
perdonati. Non mi risulta che Novena o chi per lui abbia riconosciuto
i propri errori o abbia implorato perdono per la propria sete di
violenza. Perché mai, dunque, dovremmo essere disposti a mettere sullo
stesso piano gli Eroi della Resistenza e i banditi di Novena che
massacrarono i fratelli Carando senza neanche un processo? Ogni
riconciliazione parte dalla volontà di condividere il futuro su basi
comuni dimenticando gli errori del passato. Al contrario, a parlare di
“pacificazione nazionale” spesso sono i detrattori della lotta
partigiana. Sono coloro che tentano di farla cadere nel dimenticatoio,
di farne passare in secondo piano le ricorrenze, di insegnare ai
giovani che i carnefici sono stati delle vittime. Si pensi solo al
caso di Trieste, città in cui da diversi anni non si festeggia più il
25 aprile in maniera ufficiale e in cui una parte delle autorità
cittadine descrive i partigiani in modo assolutamente negativo,
accusando la Resistenza italiana di aver collaborato con quella
iugoslava, dimenticando che l'aver combattuto al fianco di partigiani
di lingua diversa, ma di comuni ideali, è un vanto ed un onore, non
certo una colpa.
Quando i carnefici di ieri, autoproclamatisi vittime oggi, si
decideranno a chiedere perdono e a riconoscere la totale fallacia del
loro operato, quando tributeranno i debiti onori alla lotta
antifascista, sarò felice di riconciliarmi, anche con gli assassini
dei miei prozii.
Federico Degni Carando
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Maurizio Milan, “Carlo, Arturo, Silvio: eroi semplici”, in: “Ennio
Carando”, estratto dalla Rassegna Municipale del Comune di La Spezia,
1955, n. 1-3, pag. 88
L. Geymonat, “La figura di Ennio Carando educatore e patriota”, in:
“Ennio Carando”, estratto dalla Rassegna Municipale del Comune di La
Spezia, 1955, n. 1-3, pag. 74
Gino Moretti, “Volevo fare il tramviere – ma mi hanno cambiato i
tram”; Leone & Griffa 1998, pag. 134-135
D. Hume, “La conoscenza e la morale”, a cura di F.Albeggiani,
Mondadori 1935
I.Kant, “Critica della Ragion pratica”, Società Editrice
Internazionale, 1940
E.Carando, in: “Ennio Carando”, estratto dalla Rassegna Municipale del
Comune di La Spezia, 1955, n. 1-3, pag. 75
N.Bobbio, in “Ennio Carando”, estratto dalla Rassegna Municipale del
Comune di La Spezia, 1955, n. 1-3, pag. 81
M.Milan, “Fuoco in pianura”, Editori Riuniti, 1954, pag. 192
R. Luraghi, “Eravamo partigiani”, Bur 2005, pag. 204
Il 17 Apr 2005, 13:44, embèxxx@freemail.it (Embè) ha scritto:
> Il 17 Apr 2005, 09:28, barbato@klik.it (Comandante Barbato) ha scritto:
> > testo di Federico Degni Carando (www.federicodegni.it):
>
> Residuati della Storia perdente.....
Onore ai Partigiani, morti anche x far parlare questi stronzetti.
la vendetta del bancario :-)
Luca Logi: http://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-03-12/07.spm
per sorridere un po'
--
Luca Logi - Firenze - Italy e-mail: llogi@dada.it
Home page:...
Banche
4
12-03-2008 13.45.47
Vendetta!!!!!!!!!!!!!
l'esorcist@: Tremenda Vendetta!!!!!!!!!!!!!!!
TORTURERO' TUTTI QUELLI DEL N.G.!!!!!
ANDRANNO AL "PALO DELLE TORTURE"
Jackal O'.....L'INNOMINATO...E Bastianazzo!!!!!!!!!!!!!!!!
Borsa
34
12-05-2004 18.23.35
La vendetta di Colaninno
Tr@derOne: Fra 10 anni se la Fiat esisterà ancora...sarà solo seconda al primo
produttore italiano di auto...tanto Colaninno a breve secondo me produrrà
anche quelle oltre le moto.
Oppure se la comprerà lui...