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STORIA ITALIANA

DOSSIER MARCELLO DELL' UTRI, 1980 - atti e sentenze
KAOS EDIZIONI


INTRODUZIONE

Marcello Dell' Utri ha silenziosamente attraversato le vicende
italiane degli ultimi decenni.
E' stato alto dirigente di uno dei gruppi economici che hanno fatto la
storia del Paese.
E' stato il costruttore di u-na nuova formazione politica divenuta
immediata-mente il primo partito nazionale.
E' stato, infine, imputato di mafia: per dieci lunghi anni la procura
della Repubblica di Palermo lo ha indagato, lo ha mandato sotto
processo, ha infine chiesto la sua condanna a undici anni per concorso
esterno in associazione mafiosa.
Sabato 11 dicembre 2004 i giudici della seconda sezione del Tribunale
di Pa-lermo (Leonardo Guarnotta presidente, Giuseppe Sgadari e
Gabriella Di Marco a latere) hanno pro-nunciato la sentenza di primo
grado: condanna a nove anni di reclusione, interdizione perpetua dai
pubblici uffici. (1)
I fatti che hanno portato alla condanna sono con-tenuti nel documento
qui pubblicato: la monumentale requisitoria dei pubblici ministeri
Domenico Gozzo e Antonio lngroia, pronunciata davanti al Tribunale in
16 udienze, dal 5 aprile all'8 giugno 2004.
E il racconto di una trentennale storia prima imprenditoriale e poi
anche politica, che Dell'Utri ha in gran parte vissuto al fianco di
Silvio Berlusconi. Una storia che si è sviluppata - secondo l'accusa e
secondo i giudici di primo grado - al-l'ombra della più potente
organizzazione criminale italiana: Cosa Nostra.
Questa presenza ha dunque condizionato alcuni passaggi cruciali delle
vicende di Berlusconi, della Fininvest, di Forza Italia. Per questo,
anche al di là degli esiti processuali (che potrebbero anche cambiare
nei successivi gradi di giudizio) è opportuno pubblicare questa
requisi-toria: perché qualunque lettore possa conoscere la
ricostruzione di fatti che i giornali e le tv non hanno mai
compiutamente raccontato.

Marcello Dell'Utri nasce a Palermo l'11 settembre 1941. Cresce e
studia nella città siciliana, trasfe-rendosi a Milano nei primi anni
Sessanta per fre-quentare l'università. Qui incontra il giovane Silvio
Berlusconi, di cinque anni più anziano di lui. Nel 1965 va a vivere a
Roma, impiegato per un paio d'anni come direttore del centro sportivo
Elis, una struttura dell'Opus Dei. Torna a Palermo nel 1967: la
passione per lo sport lo porta a fondare e dirigere l'associazione
calcistica Athletic Club Ba-cigalupo, che in pochi anni diventa un
crocevia della "Palermo bene", ma anche della Palermo ma-fiosa. Nel
1970 Marcello viene assunto alla Cassa di risparmio delle province
siciliane, la Sicilcassa: dapprima lavora a Catania, poi alla filiale
di Bel-monte Mezzagno, a metà strada tra Palermo e Cor-leone, infine
al Credito agrario di Palermo.
La svolta nella sua vita arriva nel marzo del 1974: lascia
improvvisamente l'impiego e la Sicilia e si trasferisce a Milano, come
segretario particola-re del giovane imprenditore Berlusconi. Inizia
una carriera che arriva tino a oggi. sempre scandita - secondo i
magistrati palermitani - da contatti con uomini di Cosa nostra.
E presso il club calcistico Bacigalupo che si registrano i primi
rapporti certi tra Dell'Utri e esponenti mafiosi. In quegli anni
frequenta Gae-tano Cinà detto Tanino, esponente della famiglia di
Malaspina e coimputato di Dell'Utri (condannato a sette anni per
associazione mafiosa); e Vittorio Mangano, che diverrà capo della
famiglia di Porta Nuova.
Cinà, figura rimasta silenziosa e in disparte nei lunghi anni delle
indagini e del dibattimento, è l'uomo chiave di questa storia:
personaggio vicino a Stefano Bontate (negli anni Settanta capo
indi-scusso di Cosa Nostra), è l'anello di congiunzione tra Dell'Utri
e l'organizzazione criminale, il punto di riferimento costante per
Dell'Utri dentro l'uni-verso mafloso [cfr. pag. 850].
Tutto comincia quando Silvio Berlusconi, nella prima metà degli anni
Settanta, è oggetto delle prime "attenzioni" mafiose: richieste di
soldi e mi-nacce di rapimento. Sono anni in cui i sequestri di persona
a scopo di estorsione sono molto frequenti (103 nella sola Lombardia,
tra il 1974 e il 1983).
Eppure Berlusconi non denuncia, non chiede prote-zione alle autorità,
non avverte la polizia; si ricor-da invece dell'amico siciliano
conosciuto dieci an-ni prima e lo chiama a Arcore, nella villa dei
Casati Stampa che l'avvocato Cesare Previti sta annetten-do alle
proprietà berlusconiane. Dell'Utri, dopo un consulto con Cinà, porta
ad Arcore anche Vittorio Mangano, che arriva a Milano pochi mesi dopo
di lui e dal 1° luglio 1974 è ufficialmente "fattore" della villa: in
realtà è l'assicurazione sulla vita e sui beni stipulata da
Berlusconi, attraverso Dell'Urri, con Cosa Nostra.
Così Dell'Utri consegna Berlusconi nelle mani dell'organizzazione
criminale: perché questa offre sì protezione, ma poi pretende un
rapporto più in-tenso, suggellato da un vertice ai massimi livelli:
Berlusconi nel 1974 incontra personalmente - con la regia di Dell'Utri
e, dietro di lui, di Cinà - nien-temeno che il capo di Cosa Nostra,
Stefano Bontate, presenti i mafiosi Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo
[cfr. pagg. 24-41].

Berlusconi comincia a versare somme di denaro a Cosa Nostra per la sua
protezione: il denaro, a par-tire dalla metà degli anni Settanta,
passa da Del-l'Utri a Cinà e arriva a Minimo Teresi e Stefano Bontate.
Secondo un testimone diretto e ben intro-dotto nell'ambiente dei
palermitani a Milano - il finanziere Filippo Alberto Rapisarda - Cosa
Nostra chiede però presto a Dell'Utri e Berlusconi un rap-porto più
stretto: offre denaro, proveniente dai gi-ganteschi profitti che
comincia a realizzare in que-gli anni grazie al traffico di eroina, da
reinvestire e riciclare in affari puliti.
Tra il 1975 e il 1979, in effetti, avviene una intri-cata e per niente
trasparente riorganizzazione socie-taria del gruppo Berlusconi, che si
apre con la na-scita, il 21 marzo 1975, della Finanziaria
d'inve-stimento Fininvest e prosegue poi con la moltipli-cazione delle
società: tre diverse Fininvest si susse-guono e s'incrociano tra loro
e infine compare, a controllarle, un bizantino sistema di 23 holding.
In questi anni decisivi, nelle casse del gruppo entra un fiume di
miliardi di lire (parte in contanti) di cui è impossibile ricostruire
la fonte. (2)
Secondo alcuni collaboratori di giustizia, è Stefano Bontate il socio
occulto che avrebbe investito gli ingenti capitali.
La prova piena del riciclaggio di denaro mafioso da parte della
Fininvest non è stata trovata (tanto è vero che, per questa accusa, le
posizioni di Ber-lusconi e Dell'Utri, dopo un'indagine a Palermo, sono
state archiviate).
C'è però, secondo i magi-strati, una prova incompleta ma pienamente
coe-rente con le dichiarazioni dei testimoni, tra cui Ra-pisarda e
Francesco Di Carlo. La difesa, del resto, non ha fatto luce completa
sulla provenienza dei capitali e non ha saputo spiegare, a trent'anni
dai fatti, i flussi di denaro.
Cosa Nostra operava da tempo a Milano, nella capitale degli affari.
Negli anni Settanta la sua ba-se era un ufficio a pochi passi dal
Duomo, in via Larga, punto di riferimento per uomini come Ugo
Martello, Robertino Enea, i fratelli Pippo e Alfredo Bono.
Frequentavano quell'ufficio, quando passa-vano a Milano, anche i
palermitani importanti, da Stefano Bontate a Tommaso Buscetta,
E questa la Milano in cui approda Dell'Utri. E anche lì continua le
sue frequentazioni mafiose. La sera del 24 ottobre 1976, per esempio,
il boss ca-tanese Antonino Calderone festeggia il suo com-pleanno a
Milano, al ristorante "Le Colline pisto-iesi". Sono presenti a tavola
i mafiosi Gaetano e Antonino Grado, ma anche Mangano e Dell'Utri.
Questi ammette la cena, spiegando però che non conosceva i commensali,
I fratelli Grado, grandi trafficanti di droga, secondo il
collaboratore di giu-stizia Gaspare Mutolo erano gli stessi che un
paio d'anni prima avevano progettato il rapimento del figlio di
Berlusconi, Piersilvio [cfr. pagg. 67-69].

Nell'autunno del 1976 Vittorio Mangano appare pubblicamente
compromesso per le sue vicende criminali: era stato arrestato una
prima volta il 27 dicembre 1974 e, rilasciato il 22 gennaio
successi-vo, era stato riaccolto a Arcore; arrestato di nuovo il 1°
dicembre 1975, quando era stato rimesso in libertà sul registro del
carcere aveva segnato come domicilio "via San Martino 42, Arcore",
cioè ca-sa Berlusconi. La situazione è ormai imbarazzante. Così
nell'ottobre 1976 Mangano lascia l'impiego presso la villa
berlusconiana. Pochi mesi dopo se ne va anche Dell'Utri [cfr. pagg.
24-143].
Berlusconi è ormai un imprenditore che ha costruito un piccolo impero
immobiliare sotto il segno del Biscione. Intuisce il danno d'immagine
che gli può provocare la diffusione della notizia di aver accolto in
casa un mafioso. In più, forse teme possibili indagini di polizia.
Rompe rapidamente, dunque, con la coppia Dell'Utri-Mangano. Man-tiene
però gli impegni presi con Bontate: continua a versare il suo "regalo"
a Cosa nostra (la famiglia Pullarà sostituisce Mangano nell'esazione).
E cerca nuove protezioni.
Nel gennaio 1978 si iscrive alla P2 di Licio Gelli. Sotto le
ali di quel club massonico, otterrà mas-sicci fidi bancari anche senza
adeguate garanzie; e tenterà di sviluppare alcuni affari in Sardegna
in cui sono coinvolti piduisti e personaggi della crimina-lità
organizzata romana e siciliana, tra cui Flavio Carboni, faccendiere
romano nelle mani della ma-lavita della capitale e frequentatore di
mafiosi del rango di Pippo Calò, l'inviato di Cosa nostra nella
capitale. Sono questi gli anni in cui la criminalità organizzata
penetra dentro la massoneria, e alcune logge diventano camera di
compensazione tra i di-versi poteri, luogo d'incontro tra politici,
impren-ditori e mafiosi (come lo stesso Bontate, anch'egli iscritto a
una loggia massonica) [cfr. pagg. 294-337].

Nel 1977, grazie a Cinà, Dell'Utri passa al servizio di Filippo
Alberto Rapisarda, finanziere siciliano in quegli anni a capo, a
Milano, di un grande gruppo immobiliare, stimato il terzo in Italia e
considerato un luogo privilegiata di passaggio dei capitali ma-fiosi
[cfr. pagg. 144-234]. Dell'Utri diventa diri-gente della Bresciano,
un'azienda del gruppo Rapisarda, benché non abbia alcuna esperienza
manage-riale. Il suo gemello, Alberto Dell'Utri, viene posto al
vertice di un'altra società di Rapisarda, la Venchi Unica. Non è
un'esperienza fortunata: in breve
tempo, tutto il gruppo Rapisarda finisce nell'imbu-to di una colossale
bancarotta. Marcello è incrimi-nato a piede libero, Alberto è
arrestato a Torino, Rapisarda fugge all'estero, nel Venezuela dei
Caruana, grandi trafficanti di droga, e poi a Parigi (con un
passaporto intestato a "Dell'Utri Alberto").
Nel 1980, durante una telefonata intercettata dalla Criminalpol,
Dell'Utri parla con l'amico Vit-torio Mangano di "affari" e di
"cavalli": è la telefo-nata cui farà riferimento Paolo Borsellino
nella sua ultima intervista prima di essere ucciso, quando spiegherà
che per "cavalli" il linguaggio mafioso intende partite di droga [cfr.
pagg. 285-94]. Nell'a-prile dello stesso anno, Dell'Utri fa un salto a
Lon-dra, dove partecipa alla festa di matrimonio di Jim-my Fauci,
mafioso siciliano che gestisce in Gran Bretagna il traffico di droga
per il dan Caruana. (Dell'Utri ammetterà: "Mi portò Cinà, non sapevo
chi fosse lo sposo, mi trovavo a Londra per visita-re una mostra sui
vichinghi") [cfr. pagg. 265-84].

Nel 1983 Dell'Utri ricompare nel gruppo Berlu-sconi al vertice di
Publitalia 80. l'azienda che rac-coglie pubblicità per le reti
televisive del Biscione. E lo stesso Dell'Utri che negli anni con
Rapisarda ha aggiunto al suo curriculum professionale un'u-nica
esperienza di rilievo: il fallimento della Bre-sciano; eppure adesso è
a capo della società più de-licata del gruppo berlusconiano, quella
che fa il fat-turato per tutta la Fininvest.
In Sicilia sono cambiati gli equilibri: Bontate è stato sconfitto e
ucciso nel 1981, al culmine della guerra di mafia che lo aveva
contrapposto ai cor-leonesi di Totò Rima; e i Pullarà, della stessa
fami-glia di Bontate ma alleati dei corleonesi, hanno cominciato a
gestire a loro modo le relazioni con la Fininvest. Per Berlusconi,
stretto tra scandalo P2 (dopo la scoperta degli elenchi nel 1981) e
nuove pretese di Cosa nostra, è un momento delicato e difficile.
Superato, secondo i magistrati di Palermo, attraverso una
ristrutturazione complessiva dei rap-porti tra la Fininvest e la
mafia, che prevede anche il ritorno di Dell'Utri al fianco di
Berlusconi, ormai "vittima consapevole" di Cosa nostra.
Totò Rima, nuovo uomo forte dell'organizzazio-ne criminale dopo
l'uccisione di Bontate, eredita i contatti a suo tempo stretti da
quest'ultimo e li ri-modula, avviando una fase nuova nei delicati
rap-porti tra la Fininvest e la Sicilia. E sempre Tanino Cinà a
mediare anche questo cruciale passaggio, offrendo ai nuovi capi
mafiosi ancora una volta Dell'Utri come l'uomo che può risolvere la
crisi. Lo rivelano, dall'interno, alcuni collaboratori di giustizia.
Viene istituzionalizzato (a partire almeno dal 1986) il versamento a
Cosa nostra di 200 milio-ni di lire all'anno, ma tornando a impostare
i rap-porti secondo i principi della "impresa amica" e del "regalo",
che sarà infatti puntualmente fatto giun-gere ai boss anche negli anni
delle stragi di mafia: certamente fino al 1993 o, secondo altri
riscontri (tra cui le agende di Dell'Utri che documentano i suoi
rapporti con Cinà), fino al 1995. Il "regalo" passa dalla Fininvest a
Gaetano Cinà, da Cinà a Pierino Di Napoli, da Di Napoli a Raffaele
Ganci, infine da Ganci a Rima, che poi provvede a ripar-tirlo tra i
vari mandamenti di Cosa nostra "interes-sati": come San Lorenzo (nel
cui territorio vi è la sede palermitana della Fininvest) e Resuttana
(dove sono posizionate alcune delle antenne siciliane del gruppo)
[cfr. pagg. 385-416].
Che i rapporti siano distesi e cordiali - ben di-versi da quelli che
di solito intercorrono tra estor-sore e vittima di un'estorsione - è
testimoniato da alcune telefonate intercettate nel 1986, come quel-la
in cui Cinà, al telefono con Alberto Dell'Utri (gemello di Marcello),
racconta delle cassate sici-liane inviate per Natale da Palermo a
Milano, alla sede della Fininvest: quella per Berlusconi,
gran-dissima, pesava più dieci chili e Cinà ci aveva fatto scrivere
sopra dal pasticciere "Canale 5, in numero e in lettere" [cfr. pagg.
425-38].
I primi anni Ottanta, quelli del ritorno di Del-l'Utri nel gruppo
Berlusconi, sono anche gli anni in cui la Fininvest sviluppa il suo
impero televisivo. Fa incetta di emittenti in tutta Italia: anche in
Si-cilia, dove nasce Rete Sicilia che ritrasmette i pro-grammi di
Canale 5 e che ha nel suo consiglio di amministrazione, accanto ad
Adriano Galliani, un certo Antonio Inzaranto, nominato addirittura
pre-sidente senz'altra competenza se non quella di es-sere cognato
della nipote di Tommaso Buscetta; Trinacria tv, che trasmette Italia
1, è invece domi-ciliata presso la Parmafid, una fiduciaria dietro cui
si muovono personaggi del calibro di Joe Monti e Antonio Virgilio,
arrestati nel 1983 come "colletti bianchi" della mafia a Milano,
considerati i termi-nali milanesi del riciclaggio di Cosa nostra
(con-dannati in primo grado e in appello, verranno poi assolti in
Cassazione dal giudice Corrado Carne-vale); Sicilia televisiva,
infine, l'emittente che ri-trasmette Retequattro, è avviata da due
fratelli, i costruttori Filippo e Vincenzo Rappa, amici di Del-l'Utri
e poi processati per mafia (il secondo sarà condannato) [cfr. pagg.
324-25].
La Parmafid è considerata dai magistrati paler-mitani lo strumento
fiduciario attraverso cui An-tonio Virgilio gestisce da Milano il
denaro di Cosa nostra per conto di Pippo e Alfredo Bono, della
fa-miglia di Bolognetta. Ebbene, proprio la Parmafid controlla, fino
al 1994, una quota consistente delle holding che a loro volta
controllano la Fininvest [cfr. pagg. 353-54].

Il 28 novembre 1986 un ordigno esplode contro la cancellata della sede
milanese della Fininvest, in via Rovani. E il secondo: un ordigno
simile era già scoppiato il 26 maggio 1975. Dalle telefonate
(intercettate) si capisce che Berlusconi e Fedele Confalonieri sono
convinti che sia stato anche que-sta volta Mangano (che invece è, di
nuovo, in car-cere): "Una cosa rozzissima, ma fatta con molto
rispetto, quasi con affetto..."! dice Berlusconi. E nc chiede conto
proprio a Dell'Utri, il quale non delu-de le attese: due giorni dopo,
il 30 novembre, tele-fona a Berlusconi e gli dice che Mangano non
c'en-tra, "assolutamente è proprio da escludere", e co-munque c'è "da
stare tranquillissimi" perché "ho visto Tanino... che è qui a Milano".
Berlusconi non chiede chi è Tanino, evidentemente sa bene chi è Cinà
[cfr. pagg. 417-26].
La spiegazione dell'attentato arriva dall'interno di Cosa nostra. Sono
i catanesi di Nitto Santapaola, questa volta: attentati, messaggi
telefonici, lettere minatorie. Rima è stato avvertito ed è d'accordo:
lascia fare i catanesi, che potranno magari ritagliar-si una fetta del
denaro pagato dalla Fininvest. Al capo di Cosa nostra la pressione su
Berlusconi ser-ve come strategia "politica": Rima vuole utilizzare
Berlusconi come ponte per arrivare a Craxi. Alle elezioni del 1987,
infatti, per la prima volta Cosa nostra ritira il suo sostegno ai
democristiani e fa af-fluire i suoi voti al Psi, apprezzato per il suo
garan-tismo [cfr. pagg. 454-63].

DellUtri continua a fare il mediatore tra le pre-tese di Palermo e le
possibilità di Milano. Un me-stiere difficile, che necessariamente
incappa in mo-menti di crisi, come accade sul finire degli anni
Ot-tanta. Le minacce proseguono, perché i mafiosi non sono soddisfatti
delle risposte ottenute. Il 17 feb-braio 1988 Silvio Berlusconi fa al
telefono (inter-cettato) una confessione drammatica all'amico
imprenditore Renato Della Valle: "Sono messo ma-le fisicamente. E poi
c'ho tanti casini in giro, a de-stra, a sinistra. Ce n'ho uno
abbastanza grosso. per cui devo mandar via i miei figli, che stan
partendo adesso per l'estero, perché mi han fatto estorsioni... in
maniera brutta. [...]. Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci
anni fa, e... sono ritornati fuori. [...] Sai, siccome mi hanno detto
che se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la
testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo.
[...] E allora son cose poco cari-ne da sentirsi dire e allora, ho
deciso, li mando in America e buona notte" [cfr. pagg. 441-46].
Non si sa se poi Berlusconi abbia fatto o no "la roba" che gli
chiedevano "entro una certa data". Ma certamente raffredda i rapporti
con Dell'Utri. Lo racconta Mariapia La Malfa, moglie di Alberto
Dell'Utri, in una telefonata del luglio 1988 a Rita dalla Chiesa: "Per
vent'anni Berlusconi ha sempre trascorso i capodanni con Craxi e
Dell'Utri, ma da quando c'è Previti non invita più Marcello...".
Se-condo i magistrati palermitani, si ripete la scena degli anni
Settanta: Dell'Utri ha rimesso Berlusco-ni nelle mani di Cosa nostra,
eppure le minacce continuano, perché la mafia alza sempre la posta e
questa volta vuole arrivare a Craxi [cfr. pagg. 451-63].
Nel 1991,subito dopo la sua ennesima scarcera-zione, Mangano cerca di
riallacciare i rapporti con Dell'Utri e la Fininvest. Ma viene
bloccato da Totò Cancemi, capo della sua famiglia mafiosa, che per
conto di Rima in persona gli chiede di farsi da par-te, in nome del
"bene di tutta Cosa nostra": Rima vuol gestire direttamente il
rapporto con Berlusconi [cfr. pagg. 417 e segg.].
Intanto i catanesi continuano le loro pressioni. A partire dal 1990
bersagliano di minacce e attentati incendiari i magazzini Standa di
Catania. La rea-zione berlusconiana è ancora una volta "privata":
nessuna denuncia e, apparentemente, nessun riscat-to pagato. In realtà
alcuni titolari di magazzini in franchising ammettono di avere versato
la loro parte, un miliardo. Berlusconi invece nega tutto e minimizza
perfino i danni subiti. Ma è Dell'Utri, secondo vari collaboratori di
giustizia, che si inca-rica di risolvere il problema: riceve a Milano
un e-missario delle famiglie catanesi, poi va in Sicilia dove
nell'autunno 1991 incontra, a Messina, il latitante Santapaola [cfr.
pagg. 468-52].
In questo periodo, segnala l'accusa, il gruppo Berlusconi acquisisce
"appalti in Sicilia senza conflitti con la locale imprenditoria
mafiosa, anzi entrando in società con alcuni imprenditori che sono
risultati legati a Cosa nostra": è il caso della società di
costruzioni Coge, riconducibile a Paolo Berlusco-ni, che realizza
lavori, per esempio, nell'isola di Favignana [cfr. pagg. 466-68].

In questi stessi anni accade anche un fatto che, secondo l'accusa,
mette bene in rilievo i metodi professionali di Dell'Utri e i suoi
rapporti sicilia-ni. Nel 1990 il dirigente di Publitalia stringe un
contratto di sponsorizzazione con la squadra fem-minile della
Pallacanestro Trapani. Lo sponsor è la Birra Messina, che s'impegna
per circa un miliar-do e mezzo di lire. Ma Dell'UIri pretende che
me-tà della cifra versata dallo sponsor gli sia restitui-ta, in
contanti e in nero, a titolo di intermediazio-ne. Il proprietario
della squadra, Vincenzo Gar-raffa, si rifiuta e a quel punto Dell'Utri
dapprima lo minaccia ("Ci pensi, perché abbiamo uomini e mezzi per
convincerla a pagare") e poi gli manda, a fare un convincente
"recupero crediti", il boss di Cosa nostra di Trapani, Vincenzo Virga
[cfr. pagg.567-653] (3)
Anche i Graviano, boss di Brancaccio, mandanti dell'assassinio di
padre Pino Puglisi e protagonisti nel 1992-93 della strategia
stragista di Cosa nostra, hanno contatti con Dell'Utri. L'accusa
individua rapporti tra il manager di Publitalia e tre siciliani,
Giuseppe D'Agostino, Francesco Piacenti e Car-melo Barone. Il primo
viene arrestato il 27 gennaio 1994 in un ristorante di Milano, "Gigi
il Cacciato-re", insieme ai capifamiglia, i fratelli Giuseppe e
Filippo Graviano [cfr. pagg. 510 e segg.].

Intanto l'Italia è arrivata a una svolta. Dopo Mani pulite, il sistema
dei partiti si sgretola. Contempo-raneamente, Cosa nostra in Sicilia
rompe con i suoi tradizionali referenti politici (Salvo Lima e gli
an-dreottiani) e, dopo la conferma in Cassazione del-le condanne del
maxiprocesso di Palermo, dichiara guerra allo Stato. Inizia la
stagione delle stragi: nel 1992 sono uccisi i democristiani Salvo Lima
e I-gnazio Salvo, considerati "traditori", e i magistra-ti Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino. L'anno se-guente l'attacco si trasferisce
sul continente: un'au-tobomba tenta di uccidere il giornalista
Maurizio Costanzo, poi seguono gli attentati di Firenze, Ro-ma,
Milano.
E in questo clima drammatico che Berlusconi, preoccupato per la sorte
delle sue aziende grave-mente indebitate e rimaste senza sostegno
politico. viene convinto da Dell'Utri a darsi alla politica. Ed è lo
stesso Dell'Utri che si impegna a costruire il partito Forza Italia,
usando la struttura organizzati-va di Publitalia,
Poi, tra il 1993 e il 1994, si consuma un dram-matico contrappunto
Milano-Palermo. Mentre il si-stema politico implode e le stragi
prostrano l'Italia, Cosa nostra (che come dice Rima ha "fatto la
guer-ra per fare la pace"), è alla ricerca di nuovi referenti
politici. Anche in questo tesissimo momento, Del-l'Utri ha un compito
delicato: garantire ancora una volta il rapporto tra Milano e Palermo,
mediare tra le richieste di Cosa nostra e le disponibilità del
nascente partito Forza Italia. Il nuovo capo di Cosa nostra dopo
l'arresto di Rima, Bernardo Proven-zano, decide di appoggiare il nuovo
soggetto poli-tico, a proposito del quale ci sono stati contatti con
Dell'Otri. La lunga stagione delle stragi si inter-rompe, e inizia la
fase dell'inabissamento di Cosa Nostra.
Dell'Utri costruisce in pochi mesi il partito Forza Italia, che alle
elezioni del 1994 ottiene un clamoroso successo e porta Berlusconi a
Palazzo Chigi. Naturalmente i magistrati di Palermo non pretendono di
spiegare con i rapporti siciliani tutto il successo di Forza Italia,
che è spiegabile sola-mente con una complessa somma di concause
poli-tiche, economiche e sociali; ma aggiungono a que-ste gli elementi
emersi nelle indagini su Dell'Utri e i suoi rapporti con Cosa nostra.
I rapporti di Dell'Utri con la mafia proseguono anche negli anni
successivi Nel 1999, per le ele-zioni europee, Cosa nostra fa
circolare l'ordine di sostenere e votare proprio Dell'Utri, che
dev'esse-re aiutato anche in relazione ai guai giudiziari che gli sono
piovuti addosso (nel 1997 è iniziato il pro-cesso palermitano per
collusioni con la mafia). Nel-la nuova Cosa nostra di Provenzano,
Dell'Utri go-de di un'inedita autorevolezza. "Una straordina-ria
conferma", sostengono i magistrati di Palermo "dell'attuale vigenza
dei "patti" stipulati a suo tem-po, fin dal 1994" [Cfr. pag. 721].

La requisitoria qui pubblicata è la storia straordi-naria di un uomo,
Marcello Dell'Utri, e della sua lunga attività di mediatore tra un
imprenditore del Nord e Cosa nostra. A costruire questa storia non
sono solo le testimonianze dei collaboratori di giu-stizia (i tanto
vituperati "pentiti". vittime di una campagna di delegittimazione che
dura ormai da più d'un decennio): nel processo - come si può leg-gere
in queste pagine - sono confluiti dati oggetti-vi, documenti
societari, rapporti di polizia, intercet-tazioni telefoniche e
ambientali, racconti e contri-buti di semplici testimoni, perfino
ammissioni degli imputati.
Finito il processo dovrebbe aprirsi la riflessione giornalistica,
civile, morale, politica. Ma in Italia questo non succede. Lo constata
Barbara Spinelli sulla "Stampa" del 12 dicembre 2004: "Sia in caso
d'assoluzione che di condanna, i processi italiani sono vissuti con
atteggiamento politico piuttosto che morale, e si svolgono tutti in
un'atmosfera rare-fatta dove non hanno spazio né la coscienza nè i
principi, nè il giusto nè l'ingiusto". A parte i com-menti dei
politici (assolutorj e antigiudici da destra, cauti e chissà perché
quasi imbarazzati da sinistra), la società italiana non ha ritenuto di
fare una rifles-sione libera, autonoma dagli schieramenti Eppu-re,
"non esistono solo la coscienza personale di Berlusconi e di Dell'Utri
Esiste anche la coscienza del Quarto Potere incarnato da stampa, radio
e tele-visione, ed esiste la coscienza dei liberi adulti
citta-dini-elettori. Per costoro il dilemma non può essere
semplicemente accantonato, a partire dal momento in cui la
magistratura cessa d'occuparsi in esclu-siva dei casi e li restituisce
al pubblico spazio". E invece, conclude Spinelli, "non ci s'indigna,
se i tribunali certificano la collusione rra mafia e poli-tica, se
denuncia i meandri di un'impresa che ha mescolato affari illeciti e
politica".
Perché è vero che il processo di Palermo ha avuto come imputato,
accanto a Tanino Cinà, il solo Marcello Dell'Utri e che esclusivamente
sue sono le responsabilità penali accertate nel dibatti-mento; ma al
di là del piano strettamente giudizia-rio, un Paese civile non può
sfuggire a questioni impronunciabili: quale imprenditoria è mai
cresciu-ta in Italia, nella ricerca di soluzioni "private" alle
minacce della criminalità organizzata? Quale peso hanno avuto i
capitali di Cosa nostra riciclati nei canali finanziari e
imprenditoriali ufficiali? E quale nuova élite politica si è mai
consolidata, se deve far catenaccio con personaggi compromessi? La
vicen-da penale riguarda Marcello Dell'Utri, ma quel-la morale e
politica coinvolge direttamente Silvio Berlusconi, "vittima
consapevole". L'imprenditore poi diventato presidente del Consiglio
mostra di sa-pere in quale gioco è stato messo da Dell'Utri (lo
provano le intercettazioni telefoniche). E si è rifiu-tato di
rispondere alle domande dei pubblici mini-steri, il 26 novembre 2003,
perdendo così la possi-bilità di appianare equivoci e misteri.
Ecco, dunque, perché è utile pubblicare questa requisitoria.
Non certo per ossessione "giustiziali sta", anzi, per proporre un uso
non giudiziario an-che delle carte processuali Non interessa, qui, la
valutazione penale dei fatti raccontati, delle testi-monianze
presentate; e non interessa, a rigore, neppure se la sentenza sia di
condanna o di asso-luzione. Sul piano della vita, della convivenza
civi-le, dunque anche della politica, interessa rendere disponibile a
tutti i cittadini la conoscenza difatti che ottengono, per la natura
dei protagonisti, alla storia di questo Paese - per fare insomma
quello che è proprio del giornalismo: far conoscere vicen-de,
raccontare personaggi, svelare retroscena
La requisitoria di Domenico Gozzo e Antonio Ingroia contiene una mole
imponente di informa-zioni, frutto di annidi ricerche, di centinaia di
testi-monianze e di documenti che sarebbe un delitto seppellire in un
archivio polveroso, consegnandole all'oblio, Ecco dunque, strappato al
buio degli scaf-fali palermitani asciugati dallo scirocco, questo
ma-teriale per una storia dei rapporti tra Milano e Pa-lermo, tra gli
affari e la criminalità, tra i poteri cri-minali e la politica. Nodi
in gran parte non sciolti. E elementi non secondari, in un Paese il
quale, più in generale, ha avuto per sette volte come presiden-te del
Consiglio un Andreotti che, secondo una sentenza ormai definitiva, è
stato, almeno fino al 1980, in rapporti con Cosa Nostra.
Milano-Palermo, Palermo-Roma L'impresa e la politica e la criminalità.
Si sente ripetere che la sto-ria non si scrive con le sentenze ma chi
vorrà scri-vere la vera storia d'italia non potrà prescindere dai
fatti emersi nelle aule di giustizia.

GIANNI BARBACETTO

-


-(1) La sentenza è arrivata dopo un lunghissimo dibattimen-to al quale
ha dato un importante contributo la professio-nalità dell'avvocato di
parte civile del Comune di Palermo, Ennio Tinaglia. Marcello Dell'Utri
era già stato inda-gato e processato in passato, a Milano e a Torino,
per ban-carotta e reati finanziari. Per false fatture e frode fiscale
realizzate con la società Publitalia, nel 1998 è stato con-dannato dal
Tribunale di Torino a 3 anni e 2 mesi (sen-tenza poi resa definitiva,
seppur con pena ridotta, dalla Cassazione).

(2) La provenienza degli ingenti capitali è rimasta igno-ta anche dopo
due poderose perizie confluite nel proces-so: quella del consulente
della Banca d'Italia Francesco Giuffrida. per l'accusa, e quella del
docente della Boc-coni Paolo Iovenitti, per la difesa. Quest'ultimo,
nomina-to dallo stesso Dell'Utri, durante il processo di Palermo ha
dovuto ammettere che alcune delle operazioni fìnan-ziarie del gruppo
Berlosconi sono inspiegabili e "poten-zialmente non trasparenti",
Inoltre, il professor Iovenitti ha dovuto redigere la sua consulenza
senza poter dispor-re di una parte dei documenti contabili: quelli che
pure erano stati ritirati cia un avvocato di Berlusconi nel 1998
presso la fiduciaria Bnl Servizio Italia e relativi ai man-dati
fiduciari risalenti agli anni dal 1975 in poi [cfr. pg. 807]
(3) Per questa vicenda nel 2004 Dell'Utri è stato condan-nato dal
Tribunale di Milano a due anni di reclusione, in primo grado, per
tentata estorsione.


Alt 03-04-2005, 00.42.38
borsa-italia.net
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  #2  
Vecchio 03-04-2005, 09.47.59
Penitentia agite
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Predefinito Re: Prima di votare, leggete questo

> STORIA ITALIANA

sono cose strarisapute....

se pensi ke pr 50 anni Andreotti ha avuto lo stesso trattamento dalla
sinistra ed ha sempre preso piu' voti della volta precedente.....il tuo
sforzo mi sembra del tutto inutile e molto ingenuo.....


  #3  
Vecchio 03-04-2005, 11.32.33
€rnesto
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Predefinito Re: Prima di votare, leggete questo

"Penitentia agite" <genoanal@serieb.si> wrote:

>> STORIA ITALIANA

>
>sono cose strarisapute....
>
>se pensi ke pr 50 anni Andreotti ha avuto lo stesso trattamento dalla
>sinistra ed ha sempre preso piu' voti della volta precedente.....il tuo
>sforzo mi sembra del tutto inutile e molto ingenuo.....
>
>

Può darsi, ma mi sento più tranquillo se cerco di far sapere a TUTTI
come stanno le cose. Non è vero che le sanno TUTTI, forse tutti quelli
che frequentano il NG, gli altri, la gente, non sa assolutamente
nulla. Le TV sono censurate, non resta che il passaparola.

Il caso Andreotti è triste ma differente: quando governava si
mormorava che avesse rapporti tramite Lima con Badalamenti e Bontate,
però erano voci.

Purtroppo quelle voci sono diventate una sentenza di condanna così
tardi che... molti credono che Andreotti sia stato assolto e questo
viene ripetuto anche da gente come Rutelli in TV!

Qui siamo di fronte a un premier che governa NONOSTANTE CHE SENTENZE
PENALI SENTENZINO CHE IL SUO PARTITO NASCE IN COLLABORAZIONE CON COSA
NOSTRA e che il suo sodale Dellutri, già pregiudicato per faslo e
truffa, già condannato per estorsione, è un mafioso.

E' molto più grave della collusione andreottiana.




Quello che è davvero avvilente è che un ometto da nulla come Berlusconi sia
bastato a mettere in crisi la nostra democrazia.
  #4  
Vecchio 03-04-2005, 13.57.28
$$$
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Predefinito Re: Prima di votare, leggete questo


"?rnesto" <ernesto.alto@libero.it> ha scritto nel messaggio
news:424f1f6c.48647359@nntpserver.tele2.it...
> STORIA ITALIANA


[SUPERCUT]
>


La solita rottura antiberlusconiana.
Mamma mia e che palle!
Ma non scopate mai?


  #5  
Vecchio 03-04-2005, 14.02.10
floitorie
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Predefinito Re: Prima di votare, leggete questo

SCOPIAMO, LEGGIAMO , CI INFORMIAMO.


--------------------------------
Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
  #6  
Vecchio 03-04-2005, 15.15.15
€rnesto
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Predefinito Re: Prima di votare, leggete questo

"$$$" <$$$@money.com> wrote:

>
>"?rnesto" <ernesto.alto@libero.it> ha scritto nel messaggio
>news:424f1f6c.48647359@nntpserver.tele2.it...
>> STORIA ITALIANA

>
>[SUPERCUT]
>>

>
>La solita rottura antiberlusconiana.


Sarà "solita" ma è la verità. Perchè votare pe la criminalità se sai
che è tale?

>Mamma mia e che palle!
>Ma non scopate mai?
>

Non chiedere "ma non scopate mai", chiediti perchè ti fai inculare
sempre!




Quello che è davvero avvilente è che un ometto da nulla come Berlusconi sia
bastato a mettere in crisi la nostra democrazia.
 

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leggete, prima, votare


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